Emergenza sanitaria e stato di diritto
il declino dello Stato di diritto

 

Nel mese di ottobre 2019 si apprendeva che il coronavirus Sars-CoV-2 aveva iniziato a circolare in Cina, in particolare a Wuhan, la città più popolata situata nella zona orientale.

La prima comunicazione da parte delle autorità cinesi aveva però luogo soltanto il 9 gennaio 2020 ed il giorno successivo l’Oms divulgava la notizia fornendo tutte le istruzioni del caso.

Sempre l’Organizzazione mondiale della sanità il 21 gennaio 2020 annunciava che il nuovo coronavirus, si trasmetteva da uomo a uomo e nella serata del 30 gennaio dichiarava l’emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale”.

Il giorno successivo il Presidente del Consiglio, Avv. Giuseppe Conte, riuniva il consiglio dei Ministri e, utilizzando impropriamente il Codice della Protezione Civile (D.lgs n.1/2018) dichiarava lo stato di emergenza nazionale per la durata di 6 mesi, assumendo contestualmente pieni poteri, sia ordinari, che straordinari e l’impegno di rafforzare i presidi ospedalieri e sanitari per affrontare l’epidemia.

Occorre sottolineare che Giuseppe Conte, primo ed unico caso questo per un presidente del consiglio, aveva trattenuto per sé la delega ai servizi segreti e che, pur avendo ricevuto dai servizi segreti americani, fin dal mese di dicembre 2019, informazioni riservate circa il pericolo di diffusione del contagio, fino al 10 marzo del 2020 non ha fatto assolutamente niente per prevenirne la diffusione del coronavirus.

Infatti, invece di adoperarsi per rifornire le strutture sanitarie di quanto necessario, il governo Conte ha pensato di minimizzare il pericolo dell’epidemia.

La sua incauta condotta si è protratta poi non solo fino al 31 gennaio 2020, quando ha riunito il consiglio dei ministri per deliberare sullo stato di emergenza, dopo che il giorno precedente vi era stata la dichiarazione ufficiale dell’OMS, ma il capo del governo ha continuato a minimizzare i segnali di pericolo senza provvedere ad isolare i pochi focolai esistenti in Italia per contenere la diffusione dell’epidemia, né bloccare i voli dalla Cina e per la Cina o controllare le frontiere.

La stessa cosa hanno fatto altri esponenti politici ed istituzionali della colazione di governo, infatti l’11 febbraio 2020 il sindaco di Bergamo Giorgio Gori insieme alla giunta comunale, dopo un appello ai bergamaschi a uscire di casa e riempire locali e negozi, andava a pranzare in un ristorante cinese, affermando: “Voci sul coronavirus avevano creato un allarme generalizzato”.

A fine febbraio del 2020, allorché il sindaco di Milano Giuseppe Sala lanciava lo slogan ‘Milano non si ferma’, Zingaretti, segretario del Pd, accorreva in suo sostegno per un aperitivo, al Pinch Ripa di Porta Ticinese 63 e successivamente per una cena in pizzeria a Bollate. Nell’occasione Zingaretti affermava: “non bisogna distruggere la vita o diffondere il panico. Bisogna dare dei segnali di ripresa e rilancio, la cosa più importante è riaccendere l’economia del Paese con misure straordinarie, ma la prima è ricreare fiducia, speranza e collaborazione, ricostruendo le condizioni per riaccendere il motore dell’economia” Ed ancora: “Mi sembrava giusto, un bel gesto, raccogliere l’invito del sindaco Sala e del Pd di Milano. Un segnale molto chiaro di vicinanza e sostegno innanzitutto al Nord e a Milano che sta vivendo una fase molto difficile. Bisogna sconfiggere il virus seguendo la scienza”. Aveva poi luogo senza alcun problema il Festival di Sanremo dal 4 all’8 febbraio 2020 ed ancora si apriva sabato 8 febbraio il Carnevale di Venezia 2020, si celebrava il 19 febbraio la partita Atalanta/Valencia e si svolgevano regolarmente nello stesso mese di febbraio tutte le fiere in programma a Bologna, Brescia, Milano e in tante altre località.

Intanto nella Regione Marche, il presidente della giunta con sua ordinanza del 25 febbraio 2020 aveva disposto la  chiusura di scuole ed università fino al 4 marzo, ma il governo decideva di ricorrere al TAR, ritenendo quel provvedimento regionale del tutto sproporzionato, in quanto “contraddiceva al principio di proporzionalità delle misure fino ad allora adottate dal governo” ed avveniva così che il Tar delle Marche, con decreto monocratico del suo presidente nello stesso giorno sospendeva in via cautelare quella ordinanza.

Nella provincia di Lecce, in data 1marzo 2020 ben 15 Sindaci, avvalendosi del loro potere in materia di sanità, avevano emanato delle ordinanze contingibili ed urgenti, come previsto e consentito dagli artt. 50 e 54 del D.lgs. n. 267/2000 (T.U.E.L del 18 aprile 2000) con le quali avevano disposto la chiusura delle scuole. Quei sindaci venivano immediatamente convocati dal Prefetto di Lecce dr.ssa Cucinotta ed invitati a revocare le loro ordinanze e ad evitare ‘comportamenti’ che – a detta di quel prefetto – avrebbero potuto diffondere il panico. “Non esiste nessuna emergenza”, sottolineava a sua volta l’Asl di Lecce.

Inopinatamente, lunedì 9 marzo, intorno alle 22,00, Giuseppe Conte annunciava in televisione di aver firmato un dpcm che sarebbe entrato in vigore il giorno successivo, con cui aveva esteso a tutto il paese le misure già prese per la Lombardia e per altre 14 province, in forza del quale tutta l’Italia sarebbe diventata “zona protetta”. E fu così che i cittadini italiani si trovarono improvvisamente bloccati da un lockdown adottato con un atto amministrativo ed annunciato prima della sua pubblicazione. Fu quella una restrizione delle loro libertà personali che provocò la corsa verso ogni mezzo di trasporto per rientrare al più presto nei rispettivi domicili.

Fatta questa breve ricostruzione dei fatti, occorre evidenziare come l’iter procedimentale seguito dal governo Conte non sia stato conforme alle previsioni di legge e al dettato costituzionale.

Procedendo con ordine, occorre rilevare come le norme contenute nel codice della protezione civile, impropriamente richiamate nella delibera del Consiglio dei Ministri del 31/01/2020 nulla hanno a che vedere con una emergenza sanitaria, dal momento che si riferiscono alle prerogative della Protezione civile, di cui il Governo deve servirsi in caso di emergenze nazionali al verificarsi o nell’imminenza di calamità naturali, come inondazioni e terremoti.

La legge sulla protezione civile, infatti, non è stata pensata per le ipotesi di pandemia, né le contempla. L’unica normativa di rango costituzionale in materia emergenziale poteva essere l’art. 78 Cost. che riguarda però lo stato di guerra, che comunque nulla ha a che vedere con lo stato di emergenza sanitaria.L’art.78 cost. è l’unica norma che potrebbe attribuire al Governo il potere di legiferare al di fuori del dettato costituzionale, previa la necessaria delibera delle Camere.

Hanno fatto seguito poi una serie di decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (i DPCM), ordinanze, circolari, direttive ministeriali, ordinanze della Protezione civile ed ancora ordinanze dei presidenti delle giunte regionali e dei sindaci ed infine i primi decreti legge con l’intento di sanare con efficacia retroattiva provvedimenti amministrativi del tutto illegittimi ed incostituzionali.

La Prof. Marta Cartabia che nel 2020 era presidente della Corte Costituzionale, aveva manifestato pubblicamente il suo disappunto in occasione della relazione annuale dell’aprile 2020 in cui non aveva mancato di sottolineare che “La Costituzione non contempla un diritto speciale per i tempi eccezionali, ma offre la bussola anche per “navigare per l’alto mare aperto” nei tempi di crisi…”. La Cartabia aveva sottolineato come vi fossero stati nei precedenti periodi situazioni di crisi, tutte affrontate senza mai sospendere l’ordine costituzionale, ma ravvisando al suo interno gli strumenti idonei a modulare i principi costituzionali in base alle specifiche contingenze“Anche nel tempo presente – bacchettava la Cartabia – in piena fase di emergenza per la pandemia da coronavirus, “ancora una volta è la Costituzione così com’è, con il suo equilibrato complesso di principi, poteri, limiti e garanzie, diritti, doveri e responsabilità, a offrire alle istituzioni e ai cittadini la bussola necessaria a navigare nell’emergenza e nel dopo-emergenza che ci attende”.

Non curante delle critiche mosse da chi presiedeva la Consulta, il governo Conte ha continuato ad emanare i suoi dpcm, che essendo, come detto, dei semplici atti amministrativi, erano inferiori nella gerarchia delle fonti del diritto alla legge, alla costituzione ed alle norme sovranazionali.

Perché lo ha fatto? Perché i dpcm avevano il vantaggio di non passare alla firma della Capo dello Stato e non dovevano essere trasmessi immediatamente al Parlamento per la discussione e la conversione in legge, come invece avviene per i decreti legge.

Con questi strumenti anomali, che non solo violavano l’art.16 della Costituzione, che prevede che il diritto alla circolazione di un cittadino nel territorio dello Stato possa essere limitato soltanto con legge, ma soprattutto collidevano con l’art.13 della Costituzione, che è tratta del diritto di libertà personale che è inviolabile ed è sottoposto ad una duplice riserva, quella legislativa e quella giurisdizionale.

Infatti la libertà di ognuno di noi, che trova tutela non solo nella Costituzione, ma in ogni trattato e convenzione internazionale, può essere limitata soltanto se interviene una legge di rango costituzionale o nel caso in cui, in presenza di reato, un magistrato decida l’adozione di misure restrittive, ovviamente sempre nel rispetto delle procedure previste dal codice di procedura penale.

Nel periodo dell’emergenza sanitaria gestito in forza del D.lgs 1/2018 e durato, di proroga in proroga, oltre i 24 mesi consentiti dalla stessa legge sulla protezione civile, il Governo ha fatto ricorso ad un potere che nessuna norma dell’ordinamento gli riconosceva, invadendo così il potere ed il ruolo che la Costituzione riserva al parlamento, dal momento la nostra è una repubblica parlamentare in cui il parlamento dovrebbe occupare una posizione di supremazia.

A loro volta i nostri parlamentari, che in un primo momento si erano lasciati scavalcare dall’invadenza del governo, niente hanno fatto per recuperare il loro ruolo, essendosi limitati a chiedere al Presidente della Repubblica, a norma dell’art.62 cost., la convocazione delle camere in via straordinaria, dimenticando che avrebbero potuto raccogliere agevolmente le firme di un terzo dei componenti di una camera per autoconvocarsi ed in quel caso sarebbe stata convocata di diritto anche l’altra camera.

Hanno poi fatto seguito con febbrile cadenza i decreti legge, tutti puntualmente convertiti in legge da un parlamento silente e preoccupato soltanto del pericolo di uno scioglimento anticipato, qualora il governo, il quale per troncare ogni dibattito poneva sempre la questione di fiducia, fosse stato messo in minoranza.

Abbiamo poi dovuto subire una manipolazione di massa da parte dei media che, finanziati ufficialmente dal governo, ma surrettiziamente, attraverso la vendita di pubblicità, diffondevano un vero e proprio terrorismo, insieme a suadenti inviti e spesso insistenti pressioni affinché le persone accettassero l’inoculazione di un vaccino la cui commercializzazione era stata provvisoriamente autorizzata in via di eccezionale urgenza e sotto condizione.

Molti non avranno dimenticato il volto arcigno di Mario Draghi, succeduto a Conte nella direzione dell’esecutivo, il quale comparendo in televisione proferiva la frase: “CHI NON SI VACCINA MUORE”!

Si è quindi passati dal sequestro di persone per lunghi periodi attraverso lo strumento illecito del lockdown imposto con atti amministrativi, all’obbligo della vaccinazione per alcune categorie, come i sanitari, i militari, gli insegnanti e poi gli ultracinquantenni.  Si è arrivati ad inammissibili forme di discriminazione verso chiunque non avesse aderito alla vaccinazione di massa, per raggiungere una proclamata immunità di gregge.

Sono state lasciate morire persone in solitudine, sono stati sospesi dall’impiego medici, infermieri e sanitari, dipendenti pubblici e privati, insegnanti e tanti altri.

La martellante propaganda dei vaccini ha poi alimentato un clima di vero e proprio terrore che ha inciso negativamente sull’economia del Paese e sull’equilibrio psicofisico di ogni persona, con grave “danno esistenziale” che perdura tutt’oggi.

Allorché é stato imposto il green pass il governo non ha rispettato il considerando n.36 del regolamento (UE) 953/2021 del 14 giugno il quale stabilisce che “è necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anti COVID-19 è attualmente somministrato o consentito, come i bambini, o perché non hanno ancora avuto l’opportunità di essere vaccinate o hanno scelto di non essere vaccinate”.

In detto regolamento Ue si legge ancora: «il presente regolamento non può essere interpretato nel senso che istituisce un diritto o un obbligo a essere vaccinati».

Il governo italiano, disattendendo una norma sovraordinata che notoriamente prevale sulla legge nazionale, ha imposto l’obbligatorietà del passaporto sanitario (green pass) per l’accesso a ogni luogo per alcune categorie di cittadini, introducendo così una discriminazione nei fatti, in quanto ha imposto delle restrizioni allo svolgimento della vita quotidiana dei cittadini, come l’ingresso nei bar, nei negozi, nei locali, nei luoghi di lavoro, negli uffici pubblici, compresi quelli giudiziari, anche in relazione alla fruizione dei mezzi di trasporto pubblico.

Per altro verso, il governo ha costretto la maggioranza dei cittadini a sottoporsi a test per la rilevazione del SARS-CoV-2 con una frequenza insostenibile dal punto di vista sia organizzativo, che economico, non lasciando dunque altra soluzione che la vaccinazione attraverso l’inoculazione di un farmaco di cui non si conoscono ancora tutti gli effetti avversi e del quale l’AIFA non è ancora in possesso di alcun rapporto semestrale sulla efficacia e sicurezza da parte dei produttori, i cui brevetti sono coperti addirittura da segreto militare.

Dopo l’uscita di scena del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e la sua sostituzione con Mario Draghi le cose non sono migliorate, ma auspichiamo che qualcosa possa cambiare con l’attuale governo Meloni che sta muovendo i suoi primi passi con estrema cautela.

Chi vi parla ha tallonato fin dall’inizio la deriva autoritaria del governo Conte, prima, e la linea dura del governo Draghi, poi, con articoli sui giornali e nei social, oltre che con la sottoscrizione ed il deposito di numerose circonstanziate denunce.

Nel caso delle denunce ho sempre preferito sottoscriverle personalmente, assumendone ogni conseguente responsabilità nella speranza di dare un segnale più forte ai magistrati che ancora reagiscono lentamente, con timidezza e molta indifferenza, come se il principio di legalità non li riguardasse. Tutte le mie denunce sono ancora pendenti innanzi al Tribunale dei Ministri di Roma che non ha deciso se archiviare o rinviare a giudizio.

I delitti denunciati vanno dalla diffusione colposa dell’epidemia (art.452 c.p.), a quella dolosa (art.438 c.p.), dall’omicidio colposo (art.589 c.p.), poi sfociato in quello doloso (art.575) e probabilmente ormai trasformatosi in strage (art.422 c.p.).

Ed ancora ho denunciato: Usurpazione di potere politico (art.287 c.p.), Attentato contro la Costituzione dello Stato (art. 283 c.p.) Violenza privata (art.610 c.p.), Sequestro di persona (art.605 c.p.); Sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione (289 bis c.p.); abuso di ufficio (art.323 c.p.), Favoreggiamento della immigrazione clandestina (artt. 378 e 379 c.p.,art.12 del T.U. sull’immigrazione del 1998 e Decreto legislativo 286/1998, modificato dalla Legge n.189/2002) e associazione per delinquere (art. 416 c.p.).

Ritengo che non bisogna lasciare niente di intentato e che la via giudiziaria debba essere percorsa sempre e comunque, denunciando le condotte illecite quanti violano la legge penale.

Naturalmente i ministri, anche dopo la scadenza del mandato, sono coperti da una sorta di scudo penale derivante dalla legge costituzionale n.1/1989 che prevede l’intervento del Tribunale dei Ministri ed in caso di rinvio a giudizio la richiesta di autorizzazione a procedere formulata alla camera di appartenenza di ciascun imputato.

Quanto ai risultati, gli stessi sono lenti, perché necessitano di un deciso intervento dell’ordine giudiziario, sicché se i magistrati non faranno buon uso dei loro poteri autonomi e indipendenti rispetto alla politica anche la via giudiziaria potrebbe concludersi con esiti insufficienti.

Non si può infine sottacere come mai in questo momento l’intero sistema politico istituzionale italiano sia bloccato e privo di garanzie, privo cioè di organi di imparziali e al di sopra delle parti e degli interessi che queste ultime rappresentano.

L’illegalità è purtroppo diffusa capillarmente anche tra coloro che ricoprono ruoli istituzionali i quali si trovano spesso in situazioni di conflitto di interessi.

I cittadini dal gennaio 2005, data del varo della legge Calderoli, meglio conosciuta con la denominazione “porcellum”, sono stati privati del potere di scelta dei loro rappresentanti in parlamento, potere questo che invece è stato trasferito ad associazioni di fatto non riconosciute quali sono i partiti, che nella realtà nominano e sostanzialmente eleggono i parlamentari. Inoltre i vertici della Cassazione sono occupati da magistrati scelti dalle correnti in seno al CSM con un metodo già noto, che è però emerso solo quando si è deciso di indagare sul dott. Luca Palamara. La Corte Costituzionale è lottizzata dalla politica proprio per il sistema in vigore per la sua composizione, atteso che 5 giudici costituzionali vengono nominati dal parlamento, 5 dal capo dello Stato e 5 dalle magistrature ordinarie e amministrative superiori. Anche nel Consiglio di Stato, a parte l’utilizzo del metodo correntizio per la destinazione dei magistrati a quella magistratura amministrativa superiore, 1/4 dei suoi componenti è nominato dal governo. Analogo ragionamento potrebbe farsi per la prima carica dello Stato lottizzata dai partiti.

In un contesto così compromesso ed ormai privo di veri e propri organi di garanzia che siano effettivamente terzi, il cittadino si trova schiacciato ed è proprio per questo che ogni giurista che non voglia abiurare ai principi in cui crede non può far finta di niente, ma deve muovere una lotta, certamente impari nei confronti di poteri che ormai appaiono al di fuori di ogni controllo.

Non sarà facile vincere, la posta in gioco è troppo importante per non cimentarsi tutti insieme assolutamente uniti, in uno scontro in nome di quei valori che ci accomunano e in cui tutti noi crediamo, costi quel costi!

 

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