A DISTANZA DI OLTRE 20 ANNI DALLA LORO ELIMINAZIONE, SI IMPONE LA NECESSITA’ DEL RIPRISTINO DEI CONTROLLI ESTERNI.
Banda Bassatti al lavoro nei forzieri dello Stati

Nella mia esperienza di componente dell’ultimo Comitato Regionale di Controllo di Lecce nel periodo dal settembre 1995 al settembre del 2002, in qualità di v. presidente e di componente il consiglio direttivo nazionale del Coordinamento Nazione dei Controlli, a distanza di 20 anni dallo scioglimento dei CORECO per effetto della revisione costituzionale del 2021 che modificò l’art.125 cost. ed abrogò l’art.130, da cui discendeva la necessità dei controlli esterni, ritengo di poter fare un primo bilancio delle conseguenze che ne sono scaturite.

Il bilancio, dal mio punto di osservazione, non può che essere completamente negativo, dal momento che, una volta eliminati tutti i controlli esterni in ogni Regione ed in tutti gli enti locali territoriali e non, le risorse economiche pubbliche si sono trovate esposte come prede alla voracità dei faccendieri collegati alla politica e talvolta alle organizzazioni malavitose.

Sotto la spinta dei partiti e delle amministrazioni territoriali, che invocavano a gran voce “le mani libere e la rimozione di lacci e lacciuoli” i Parlamentari dell’epoca approvarono velocemente, attraverso un accordo bipartisan, la revisione della Costituzione, poi entrata in vigore dopo il referendum confermativo del 2001, senza rendersi conto della gravità di quello che stavano compiendo.

Infatti in un sistema democratico non può esservi potere senza controllo.

Chi amministra deve sottoporre le proprie scelte e decisioni, oltre che al vaglio politico di chi lo ha eletto, anche alle verifiche della legalità e della efficienza.

La reintroduzione dei controlli amministrativi è oggi quanto mai necessaria alla luce delle recenti esperienze negative dei controlli interni e delle nefaste conseguenze scaturite dalla eliminazione dei controlli esterni.

Uno dei settori nei quali è stata maggiormente devastante l’eliminazione del controllo dei CORECO è quello della Sanità, che oggi è affidata alle Regioni e per esse agli assessorati alla sanità, con i risultati che stanno sotto gli occhi di tutti, con la Sanità libera e svincolata da qualsiasi controllo, lasciata all’autonomia totale dei direttori generali di nomina politica regionale (veri e propri RAS al servizio dei partiti, dotati di poteri al di fuori di ogni controllo).

La eliminazione dei controlli ha comportato un vero e proprio ridimensionamento del principio di legalità.

La legalità costituisce l’unica vera garanzia dell’efficienza, efficacia ed economicità degli atti degli enti locali e di ogni pubblica amministrazione, mentre l’inefficienza, inefficacia e non economicità è sempre cagionata dalla violazione di una legge.

In un periodo in cui la spesa pubblica, attraverso i numerosi rivoli degli enti locali, ha raggiunto una crescita al di fuori di controllo  oggi è quanto mai urgente e necessaria una riforma che possa colmare la grave lacuna creata dai precedenti legislatori, prevedendo un momento di controllo, che non potrà che essere il controllo affidato ad un organismo collegiale terzo che,  a salvaguardia delle finanze dello Stato e quindi dei cittadini contribuenti, garantisca la legittimità e congruità di ogni spesa.

Oggi lo Stato spende più di quanto incassa e deve quindi indebitarsi per finanziare il proprio deficit di bilancio.

L’accumulazione dei deficit passati costituisce il “debito pubblico”.

Attualmente lo Stato italiano è tra quelli più indebitati di tutta la zona euro, peggio di noi sta soltanto la Grecia: il nostro debito infatti è maggiore della ricchezza che il Paese produce complessivamente in un anno, esso è pari ad oltre il 130 per cento del Pil; quindi per ogni euro che l’economia del nostro Paese produce, lo Stato deve restituirne ai creditori 1,30 euro.

In Italia il rapporto tra debito pubblico e PIL nel 1980 era ad un livello del 62%, passando al 97,2% nel 1990, fino a raggiungere nel 2021 il 160%.

Oggi, ancor più di ieri, quindi la priorità della politica economica è quella della riduzione del debito pubblico.

Ci troviamo di fronte ad un fallimento totale di tutte le strategie di politica economica dei vari governi che si sono avvicendati nell’ultimo trentennio.

Come è possibile spiegare questo solo apparente mistero?

Se sono state tagliate le spese sociali e quelle per gli investimenti pubblici, se è stato privatizzato il patrimonio industriale pubblico, se sono stati ridotti i dipendenti pubblici e non sono stati banditi concorsi per assumerne di nuovi, come mai il debito dello Stato continua a crescere invece che diminuire, pur in presenza del progressivo incremento della pressione fiscale reale, giunta nel 2022, al netto del sommerso, al 49% del PIL (cfr. ItaliaOggi – numero 086   pag. 28  del 12/04/2022), livello questo più alto d’Europa ed anche del mondo.

Eppure lo Stato dal 1991 fino a tutt’oggi, ha incassato ogni anno attraverso la leva fiscale molto di più di quanto ha speso per fornire beni e servizi ai cittadini.

La spiegazione di quello che potrebbe apparire ai non addetti ai lavori un vero e proprio arcano è invece meno complicata di quanto si possa pensare.

In realtà, a parte le conseguenze estremamente negative delle arbitrarie, illegittime e penalmente illecite cessioni di sovranità monetaria, tributaria ed economica all’Unione Europea eseguite in violazione dell’art.1 della nostra Costituzione, in assenza del consenso del Popolo italiano,  nonché in violazione degli artt.241 e segg. Codice penale in cui sono previsti tutti i delitti contro la Personalità dello Stato, qualsiasi manovra economico-finanziaria o sul welfare che non prescinda dal contenimento dei dissennati sperperi da parte dei numerosi rivoli degli enti locali è sempre destinata a fallire.

Dopo l’eliminazione dei controlli esterni sono aumentati esponenzialmente fenomeni pervasivi e sistematici di maladministration che l’azione della magistratura penale non sempre riesce a far emergere e a perseguire, anche perché non può delegarsi alle Procure della Repubblica italiane quel controllo preventivo di legalità che fino al 2002 era affidato ai Comitati Regionali di Controlli.

Se il nostro legislatore fosse stato più attento al principio di legalità ed alla necessità di tutelare l’impiego delle risorse economiche pubbliche si sarebbe accorto che ovunque in Europa, sono previste forme di controllo finanziario esterno.

Mentre in Italia i controlli erano sempre “preventivi” e potevano sfociare nell’annullamento degli atti, negli stati europei ed in particolare negli stati federali il controllo è solo ed esclusivamente “successivo”, si attua cioè sui bilanci e sui conti consuntivi e non sfocia mai in un potere di annullamento di atti, ma semplicemente in un rapporto al parlamento o al consiglio regionale che potrà poi pubblicizzarlo dandogli ovviamente una notevole valenza politica.

Si fa rilevare poi che nell’Unione Europea, la cui volontà viene ripetutamente imposta ed invocata come un refrain con la frase “ce lo chiede l’Europa”, ossessivo slogan buono per ogni occasione, soprattutto quando non si ha il coraggio di assumersi la responsabilità di una scelta impopolare, contrariamente all’Italia, abbiamo Stati federali o decentralizzati, come Spagna e Germania, in cui i controlli sono di competenza regionale ed altri Stati, tradizionalmente unitari, come Francia, Inghilterra, Galles e Irlanda, dove gli statuti e le regole di funzionamento degli organi di controllo finanziario sono di competenza dello stato centrale.

In tutta Europa l’attività di controllo esterno si estende alla verifica dei controlli degli enti locali e degli organismi e delle imprese da esse dipendenti e finanziate.

Gli stessi organi di controllo esterno sono abilitati a verificare i conti delle amministrazioni territoriali o degli enti di livello inferiore alla regione, come comuni, distretti, contee, province o dipartimenti.

L’obiettivo del controllo esterno esercitato dagli organi di controllo europeo è in quasi tutti i casi triplice: controllo della regolarità di bilancio, controllo della legittimità e controllo dell’efficacia e dell’economia.

I primi due obiettivi sono realizzati praticamente ovunque, mentre il terzo costituisce una novità introdotta soltanto in alcuni Stati.

Le procedure di controllo hanno luogo non soltanto con la verifica dei conti attraverso l’esame della documentazione, ma sono presi in considerazione anche altri elementi e possono essere effettuati accertamenti in loco.

Nella maggior parte dei paesi europei possono essere consultati documenti di organismi privati, specialmente se vi sia ragione di credere che si siano avuti degli spostamenti di capitali verso di essi.

Dalla breve disamina dei vari sistemi di controllo esistenti in Europa deriva purtroppo la considerazione della diversità del sistema italiano, che può essere letta come ritardo culturale e come approccio inadeguato ad una moderna concezione della finanza pubblica, oppure, cosa più probabile e verosimile, come volontà da parte di tutta la classe politica di continuare a mungere i cittadini italiani come se fossero “una mandria di vacche”, per non rinunciare ad alcuno dei numerosi privilegi di cui la stessa classe politica si è dotata.

Stupisce non poco il fatto che l’Europa, nonostante l’elevato deficit del bilancio dello Stato italiano, non abbia ancora preteso l’introduzione dei controlli esterni e di come non si sia accorta di quale sia la causa determinante ed esclusiva del nostro bilancio negativo.

Forse perché fa comodo la situazione in cui versa l’Italia per completare lo spostamento di ricchezza e di risorse in favore di altri Stati o di poteri economici forti ed ormai non troppo occulti?

In Italia l’autonomia non può, né deve essere intesa come assenza di ogni forma di controllo e di verifica della legalità.

In un sistema democratico non vi è potere senza controllo.

Chi amministra deve sempre sottoporre le proprie scelte e decisioni, oltre che al vaglio politico di chi lo ha eletto, anche alle verifiche della legalità e dell’efficienza.

Un ripensamento dei controlli amministrativi è quindi oggi più che mai necessario alla luce delle esperienze e degli attuali risultati nefasti, dei quali stiamo pagando e continueremo a pagare le conseguenze, al fine di coniugare la tutela dell’autonomia degli enti territoriali con la garanzia del rispetto della legalità dell’azione amministrativa.

In un paese in cui l’illegalità è diffusa e fortemente radicata nel territorio è indispensabile introdurre un sistema di controllo esterno forte quale anticorpo fisiologico.

La storia degli ultimi 20 anni ci ha insegnato che è stato quanto mai utopistico pensare che si sarebbe potuto pervenire a migliori risultati, sostituendo ai controlli amministrativi esterni quelli interni affidati allo stesso ente da controllare ed il controllo giurisdizionale.

La giustizia italiana soffre già di troppi e gravi mali perché si possa ritenerla in grado di perseguire, con efficacia e tempestività, le responsabilità derivanti da una condotta amministrativa che si discosta dai canoni della legalità e dalle regole di una corretta gestione delle risorse pubbliche.

C’è poi da aggiungere che anche il servizio della giustizia, che dovrebbe essere e rimanere pubblico, come lo prevede la Costituzione, è in fase di smantellamento, come prima è avvenuto per i controlli, o di affidamento ai privati in applicazione di un esasperato ed improprio concetto di sussidiarietà orizzontale.

D’altra parte difficilmente si potrebbero gestire le illegalità dell’attività amministrativa con le denunce penali o con i ricorsi agli organi della giurisdizione amministrativa, organismo giurisdizionale quest’ultimo che ormai è alla portata economica di pochi, visti gli elevati costi per la proposizione dei ricorsi.

Inoltre la delega al giudice penale accentuerebbe la tanto deprecata sovraesposizione della Magistratura, che sarebbe chiamata a svolgere sempre più un ruolo di supplenza, accentuata proprio in virtù dell’assenza di un sistema efficace di controlli amministrativi.

Il controllo esterno esalterebbe invece l’autonomia dell’ente e sarebbe foriero di un nuovo rapporto improntato sulla collaborazione e sulla partecipazione democratica nella gestione che attiene proprio ai principi di sussidiarietà che connotano una forma auspicabile di Federalismo.

Chi amministra deve sottoporre le proprie scelte e decisioni oltre che al vaglio politico di chi lo ha eletto, anche alle verifiche della legalità e dell’efficienza.

In caso contrario anche un sindaco, un presidente di giunta provinciale o regionale democraticamente eletto si trasformerebbe in un vero e proprio soggetto politico legibus solutus.

L’autonomia non può essere assenza di ogni forma di controllo e di verifica della legalità, giacché in un sistema democratico non vi è potere senza controllo.

Un ripensamento dei controlli amministrativi si impone quindi come prioritario alla luce delle esperienze e dei risultati ottenuti, al fine di coniugare la tutela dell’autonomia di tutti gli enti territoriali con la garanzia del rispetto della legalità dell’azione amministrativa.

In definitiva l’eliminazione dei controlli fu una vera e propria ubriacatura collettiva e bisognerebbe al più presto porvi rimedio senza attendere che ce lo chieda l’Europa della cui vigilanza e del cui condizionamento è auspicabile che l’Italia possa presto fare a meno per sempre, uscendo dall’Unione Europea e riconquistando sovranità, potere di imperio integro, democrazia, autonomia e libertà!

 

ohttps://www.segretaricomunalivighenzi.it/archivio/anno-2016/maggio/03-05-2016-legalita-e-controlli-come-si-favoriscono-sprechi-e-corruzionegni

www.politicainpenisola.it/2016/03/italia/perche-oggi-si-ruba-a-piu-non-posso-nella-pubblica-amministrazione/