Basta un solo Parlamentare per difendere i diritti costituzionali violati.
dr.ssa Marta Catabia

Assistiamo ad uno spasmodico interventismo e protagonismo del Premier Giuseppe Conte per contrastare l’epidemia, mosso forse dalla necessità di sopperire alla sua precedente inerzia colpevole, protrattasi per 22 giorni, cioè dal 31 gennaio (data in cui il consiglio dei ministri ha deliberato l’emergenza coronavirus per la durata di sei mesi, in forza del D.lgs n.1/2019 sulla protezione civile ed ha assunto pieni poteri) fino al 23 febbraio 2020, data del D.L. n.6/2020.

Tralasciando ogni disamina su eventuali profili di responsabilità discendenti dalle previsioni di cui agli artt.452, 589 c.p. e all’art.40 comma 2 c.p., si deve rilevare che già dal 23 febbraio 2020, emergevano gravi criticità, sul piano della legittimità costituzionale, di tutta l’architettura procedimentale costruita, criticità che tuttora permangono.

Infatti il primo decreto legge (n.6/2020 convertito in legge 13/2020) era già palesemente incostituzionale perchè non fissava alcun termine, non individuava quali fossero i poteri di Conte, né le modalità del loro esercizio e conseguentemente consentiva, come poi è avvenuto, l’emanazione di atti innominati.

Sostanzialmente sono stati violati con i numerosi Dcpm gli articoli della Costituzione 3, 13, 16, 17, 18, 19, 41 ed altri ancora.

Poi ha fatto seguito il decreto-legge 18/2020, anch’esso convertito in legge (L.27/2020), che ha abrogato quasi interamente il primo ed ha cercato di sanare ora per allora le illegittimità compiute con il primo decreto e subito dopo è stato emanato un terzo decreto il n.19/2020, cui ne hanno fatto seguito altri, costellati e preceduti da vari Dpcm, fino a giungere al recente decreto-legge n.125/2020, che non è immune da critiche.

Infatti, l’emergenza “pandemia” non è assimilabile allo stato guerra disciplinato dall’art.78 Cost., in quanto per gestire qualsiasi emergenza, quindi anche quella sanitaria, la Costituzione prevede vari strumenti, come il decreto-legge, il decreto del Presidente della Repubblica e l’ordinanza del Ministro della salute, trattandosi di materia rientrante nella profilassi internazionale specificamente prevista dall’art.117, comma 2, lettera q) della Costituzione la cui potestà legislativa è riservata allo Stato nel rispetto della Costituzione.

Invece il Premier con una scelta assai discutibile, sicuramente di ordine politico, volta probabilmente alla crescita della sua immagine attraverso un protagonismo sui social e nelle emittenti televisive, ha voluto e vuole accentrare di fatto ogni potere nella sua persona, perdendo di vista il particolare che la nostra è una Repubblica parlamentare e non presidenziale e che tra l’altro lui non è stato neanche mai eletto.

Naturalmente tutti i decreti legge convertiti in legge potranno essere dichiarati incostituzionali in quanto violano molti diritti fondamentali ed inalienabili tutelati dalla Costituzione, alcuni dei quali addirittura potrebbero essere compressi, limitati o eliminati soltanto con legge di rango costituzionale, sempre che la stessa non collida con norme derivanti da trattati e convenzioni internazionali cui l’Italia ha aderito.

Per ottenere una dichiarazione di incostituzionalità delle leggi e di tutti gli atti adottati dal Premier per il cittadino comune occorrerebbe sollevare la questione di illegittimità costituzionale innanzi alla Consulta nel corso di un procedimento amministrativo, civile, o penale.

Invece sarebbe più veloce il percorso se si facesse uso dell’azione diretta innanzi alla Consulta seguendo il principio innovativo affermato dalla stessa con l’ordinanza n.17/2020.

La dr.ssa Marta Cartabia, all’epoca presidente della Corte Costituzionale,  nella sua recente relazione annuale del 28 aprile 2020 non ha soltanto lanciato a tutti i rappresentanti delle istituzioni un monito perché venissero rispettati i dettami costituzionali, nonostante l’emergenza sanitaria in corso, ma ha voluto sottolineare che all’inizio dell’anno 2019 la stessa Corte, con l’ordinanza n. 17 aveva per la prima volta riconosciuto a ciascun componente delle Camere “uti singulus”, il potere dello Stato” e quindi la sua legittimazione ad adire la Corte Costituzionale in ipotesi di una manifesta e grave violazione della Carta costituzionale.

Sarà capace uno dei rappresentanti della Nazione e quindi nostro rappresentante in Parlamento, indipendentemente dalla sua appartenenza politica, a muoversi in tale direzione per salvare il nostro ordinamento giuridico  democratico e riaffermare centralità del Parlamento e la valenza primaria della Costituzione?

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