Cronaca degli eventi che sfociarono in un colpo di Stato
Umbero II

In data 10 giugno 1946 il presidente della Corte di Cassazione dott. Giuseppe Pagano comunica che la Repubblica ha ottenuto 12.718.019 voti, mentre la monarchia 10.709.423 e dichiara che la Corte, secondo le norme stabilite dall’art.19 del d. lgt. 23 aprile 1946 nr.1219, avrebbe emesso in altra adunanza il giudizio definitivo sulle contestazioni presentate e che avrebbe integrato il risultato con i dati delle sezioni ancora mancanti, rinviando così ad altra data la proclamazione.

Al termine della seduta della Corte di Cassazione, Alcide De Gasperi si reca al Quirinale per definire la questione inerente il trasferimento dei poteri, ma Re Umberto II oppone un netto rifiuto evidenziando che la Corte aveva rinviato a un momento successivo la proclamazione dei risultati definitivi e che pertanto sarebbe stata illegale la proclamazione di un governo provvisorio repubblicano.

Nello stesso giorno il direttivo della Cgil delibera l’astensione generale dal lavoro per l’11 giugno per festeggiare l’avvento della Repubblica

Il successivo 11 giugno Alcide De Gasperi incontra l’ammiraglio Ellery Stone e l’ambasciatore britannico Noel Charles che gli rappresentano che la Cassazione non aveva ancora dichiarato chi fosse stato il vincitore delle elezioni referendarie.

Alle 13 dello stesso giorno 11 De Gasperi si reca al Quirinale dal Re per insistere nella proposta di procedere al trasferimento dei poteri senza attendere l’esito del pronunciamento definitivo della Cassazione, ma Umberto II oppone un netto rifiuto, sostenendo che era suo dovere attendere, come per legge, la proclamazione da parte della Cassazione.

Alle ore 17,00 De Gasperi ritorna al Quirinale per sapere se Umberto avesse cambiato idea ed avendo ricevuto ancora il rifiuto alla richiesta di anticipare comunque i tempi, reagisce con durezza, invitando il Re a non fare passi falsi che comprometterebbero per sempre la «sua reputazione»

Subito dopo l’incontro ha luogo una nuova riunione del Consiglio dei ministri per esaminare il da farsi, seguono poi, alle ore 23,00, contatti telefonici fra De Gasperi e il Quirinale.

Intanto hanno luogo manifestazioni in molte piazze italiane, le più significative a Roma, in favore della Repubblica e a Napoli, in favore della Monarchia e nel corso di quest’ultima vengono trucidati 7 simpatizzanti monarchici, Guido Beninanto, Ida Cavalieri, Felice Chirico, Francesco D’Azzo, Vincenzo di Guida, Mario Fioretti e Michele Pappalardo, essendo stato impartito dal governo l’ordine di sparare sui manifestanti.

Umberto II , con una lettera del 12 giugno, consegnata nella mattinata dal ministro della Real Casa, on.le Falcone Lucifero a De Gasperi, conferma  la sua «decisa volontà di rispettare il responso del Popolo italiano espresso dagli elettori votanti, quale risulterà dagli accertamenti e dal giudizio definitivo della Suprema Corte di Cassazione, chiamata per legge a consacrarlo».

Alle 21.00 dello stesso giorno 12 giugno il Consiglio dei ministri presieduto da Alcide De Gasperi approva un documento, diramato dopo 3 ore e un quarto, quindi alle ore 00,15 del 13 giugno, in cui riafferma che « la proclamazione (rectius lettura dei risultati provvisori ndr) dei risultati del referendum … ha portato automaticamente all’instaurazione di un regime transitorio durante il quale … l’esercizio delle funzioni del capo dello Stato spetta ope legis al presidente del Consiglio in carica Alcide De Gasperi».

Alle 16,08 del 13 giugno Umberto di Savoia raggiunge l’aeroporto di Ciampino e sale sull’aereo “Marchetti” per raggiungere Oporto nel Portogallo, che diverrà il luogo del suo esilio definitivo.

Nel lasciare il territorio italiano Umberto II scioglie funzionari e militari dal giuramento di fedeltà alla monarchia ed invia un messaggio alla Nazione in cui tra l’altro afferma: «non volendo opporre la forza al sopruso, né rendermi complice dell’illegalità che il governo ha commesso, io lascio il suolo del mio paese, nella speranza di scongiurare agli italiani nuovi lutti e nuovi dolori».

Sotto il profilo strettamente giuridico va rilevato che la notte tra il 12 ed il 13 giugno 1946 il governo conferì arbitrariamente al suo presidente Alcide De Gasperi «l’esercizio delle funzioni» di capo dello Stato in violazione delle previsioni della legge istitutiva del referendum (decreti legislativi luogotenenziali n. 98 del 16/3/46 e n. 219 del 23/4/46).

Quello fu un «gesto rivoluzionario», come dichiarò il ministro Epicarmo Corbino.

Nello stesso giorno 13 giugno Umberto II dovette lasciare l’Italia, con il risultato che la nostra Nazione si trovò con due «capi di Stato»: il Re, capo dello Stato legale e De Gasperi, «facente funzione» di capo dello Stato repubblicano per decisione unilaterale del governo.

Tutta la discussione giuridica non interessa, qui si tratta di una trasformazione dello Stato che avviene o per fatti rivoluzionari o per fatti legali” – ebbe a dichiarare Togliatti, capo dei comunisti italiani nel corso del dibattito in seno al Consiglio dei ministri nella sera del 12 giugno 1946.

Successivamente il 18 giugno la Corte Suprema di Cassazione comunicò l’esito del referendum senza proclamare la Repubblica perché la legge istitutiva del referendum non lo prevedeva: e l’indomani, 19 giugno, uscì il n. 1 della «Gazzetta Ufficiale» della Repubblica e da quel momento, non prima, De Gasperi divenne a tutti gli effetti capo provvisorio dello Stato.

Su personale perentoria imposizione del ministro della Giustizia, Palmiro Togliatti, il governo non consentì poi la verifica delle schede asserendo che «forse» erano già state distrutte.

Nel referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946 su 28.000.000 aventi diritto al voto la Repubblica ebbe 12.700.000 suffragi, pari al 42 per cento, quindi meno della maggioranza.

Per effetto di quanto deciso unilateralmente dal governo dell’epoca, senza attendere, come sarebbe stato suo precipuo obbligo, la pronuncia della Corte di Cassazione, ne derivò che il Re Umberto II, fu costretto a lasciare il territorio italiano senza abdicare, né trasmettere i poteri, diramando però un duro proclama, cui si è fatto cenno, nel quale definì «rivoluzionario» e «arbitrario» l’operato del governo e dichiarò di aver dovuto agire nell’alternativa «di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza».

La ricostruzione dei fatti e l’analisi delle norme giuridiche di riferimento ci induce a ritenere che la nascita della Repubblica presentò delle ombre che certamente si sarebbero potute evitare se i ministri dell’epoca avessero seguito l’iter procedimentale indicato nella legge che aveva disposto la celebrazione del referendum per consentire al Popolo italiano la scelta della forma istituzionale tra Monarchia, o Repubblica.

Appare infine in contrasto con un ordinamento giuridico democratico il limite esplicito (o espresso) che i costituenti vollero inserire con l’art.139 cost., che determina il divieto di modifica della forma repubblicana intesa quale forma di stato, che andrebbe a significare l’impossibile ritorno, nonché la incompatibilità con la forma monarchica e ovviamente quella della dittatura fascista.

Dunque la possibilità di scelta da parte del Popolo sovrano della forma istituzionale che un decreto reale aveva consentito, viene di fatto negata dalla Costituzione da cui è retta la nostra Repubblica parlamentare.

Una prassi molto cara a molti politici e giuristi ha delineato la esistenza di due costituzioni, una formale ed una materiale.

Quindi la Costituzione italiana, pur nella sua formale rigidità, si evolve da sola in una Costituzione materiale che poi si modifica giorno per giorno a secondo della convenienza, come si è ripetutamente verificato in passato ed in maniera più eclatante ed inquietante dal 31 gennaio 2020, allorchè per la dichiarata emergenza “coronavirus” sono stati sospesi molti dei diritti costituzionali e la repubblica italiana da parlamentare si è di fatto trasformata in semi presidenziale con pieni poteri in capo al presidente del consiglio ed al comitato degli scienziati che insieme al capo della protezione civile decidono sulla vita e sui diritti dei cittadini italiani.

Ma questa è un’altra storia che dovrà esser cambiata con l’aiuto di tutti i cittadini italiani uniti tra loro perché, come affermava Piero Carnelutti, nella Costituzione, che è la nostra Carta fondamentale, sono scritti tutti i nostri diritti ed i nostri doveri, ma “la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”.

Ed i cittadini dovranno metterci tutto il loro impegno, occupandosi anche della politica, condizione questa indispensabile per meglio tutelare i loro diritti e riacquistare la dignità che è loro dovuta.

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1946/05/03/046U0219/sg

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1946/03/23/046U0098/sg

http://www.reumberto.it/corona.htm