I 5 quesiti referendari in pillole
art.1 cost.

Domenica 12 giugno si voterà, non soltanto in circa 1.000 Comuni per le elezioni amministrative che riguardano 9 milioni di elettori, ma, nello stesso giorno, tutti i cittadini italiani aventi diritto al voto, pari a 51.533.195 elettori, saranno chiamati ad esprimersi su 5 quesiti referendari sulla giustizia.

Poiché la grancassa del mainstream, sempre attiva in tutte le altre occasioni, quando si tratta di esercizio della sovranità appartenente ai cittadini, nei limitati casi in cui ciò è loro consentito, come lo è in un referendum popolare, non informa e preferisce la linea del totale silenzio, ritengo utile una breve disamina sui quesiti referendari.

Occorre premettere che trattasi di referendum abrogativo per la cui validità l’art.75 della Costituzione stabilisce che la proposta soggetta a referendum è approvata se ha votato la maggioranza (50%+1) degli aventi diritto al voto e se è raggiunta la maggioranza (50%+1) dei voti validamente espressi.

Al momento dell’ingresso nei seggi elettorali verranno consegnate all’avente diritto al voto 5 schede e precisamente:

  1. 1 – scheda di colore rosso in cui è scritto il seguente quesito:

“Volete voi che sia abrogato il decreto legislativo 31 dicembre 2012, n.235 (Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell’articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n.190)”?

Trattasi della abrogazione della cd. “legge Severino” (dal nome del Ministro della Giustizia del Governo Monti), che introdusse, diverse norme in materia di incandidabilità, di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo e di decadenza per effetto di sentenze definitive di condanna per delitti non colposi.

La legge Severino prevede, in caso di condanna in un processo penale, con effetto retroattivo, l’incandidabilità, ineleggibilità e decadenza automatica per i parlamentari, per i rappresentanti di governo, per i consiglieri regionali, per i sindaci e per gli amministratori locali.

Per quanti rivestono cariche in un ente territoriale per l’applicazione nei loro confronti della sospensione, che può durare per un periodo massimo di 18 mesi, è sufficiente una condanna in primo grado non definitiva.

Non si può sottacere che la legge Severino non ha conseguito i risultati che si sperava, infatti, è stata applicata prevalentemente nei confronti di sindaci e di amministratori locali, i quali sono stati sospesi, o costretti alle dimissioni, ma all’esito del processo penale il più delle volte sono stati assolti perché innocenti.

Se vince il sì, in caso di condanna del politico che ricopre cariche verrebbe trasferito al Giudice il compito di chiedere o meno l’interdizione dai pubblici uffici, dal momento che verrebbe meno l’automatica ineleggibilità, o la decadenza.

  1. 2 – scheda di colore arancione in cui è scritto:

“Volete voi che sia abrogato il decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n.447 (Approvazione del codice di procedura penale) risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art.274, comma 1, lettera c), limitatamente alle parole: “o della stessa specie di quello per cui si procede. Se il pericolo riguarda la commissione di delitti della stessa specie di quello per cui si procede, le misure di custodia cautelare sono disposte soltanto se trattasi di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni ovvero, in caso di custodia cautelare in carcere, di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni nonché per il delitto di finanziamento illecito dei partiti di cui all’art. 7 della legge 2 maggio 1974, n. 195 e successive modificazioni.”?

Questo quesito referendario riguarda la limitazione delle misure cautelari dal momento che verrebbe abrogato l’ultimo inciso dell’art.274, comma 1, lettera c), codice di procedura penale, in materia di misure cautelari e di esigenze cautelari.

Le misure cautelar che hanno carattere provvisorio e sono immediatamente esecutive, sono provvedimenti disposti dall’autorità giudiziaria, qualora quest’ultima ritenga sussistente il pericolo nella fase delle indagini preliminari o nel corso del processo.

Nel codice di procedura penale sono previste due tipi di misure cautelari: quelle che incidono sulla libertà dell’indagato, definite personali e quelle che incidono sulla libertà di disporre dei propri averi, definite reali.

Per l’applicazione di una misura cautelare è necessario che sussista il pericolo di ripetere il reato, o il pericolo di fuga, o infine il rischio che vengano inquinate le prove.

E’ notorio che moltissime persone innocenti vengono private della libertà prima del processo, nonostante non sia stato ancora riconosciuto colpevole di alcun reato.

Il carcere preventivo è una pratica molto usata all’inizio del 1990 da parte dei magistrati inquirenti, di cui ancora oggi si abusa in quanto da strumento di emergenza all’epoca delle inchieste “mani pulite”, si è trasformato poi in una vera e propria forma di anticipazione della pena nei confronti di un indagato del quale per la nostra Costituzione deve presumersi l’innocenza fino a quando non è intervenuta la sua condanna definitiva.

Cancellando la custodia cautelare per il rischio di “reiterazione del medesimo reato” si otterrebbe il risultato che il carcere verrebbe disposto soltanto nei confronti di indagati per reati gravi.

Se vince il sì resterebbe in vigore la carcerazione preventiva per chi commette reati più gravi e si abolirebbe la possibilità di procedere alla privazione della libertà in funzione del pericolo di “reiterazione del medesimo reato”.

  1. 3 – scheda di colore giallo in cui è scritto:

“Volete voi che siano abrogati: l’“Ordinamento giudiziario” approvato con regio decreto 30 gennaio 1941, n.12, risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art.192, comma 6, limitatamente alle parole: “, salvo che per tale passaggio esista il parere favorevole del Consiglio superiore della magistratura”; la legge 4 gennaio 1963, n.1 (Disposizioni per l’aumento degli organici della Magistratura e per le promozioni), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art.18, comma 3: “La Commissione di scrutinio dichiara, per ciascun magistrato scrutinato, se è idoneo a funzioni direttive, se è idoneo alle funzioni giudicanti o alle requirenti o ad entrambe, ovvero alle une a preferenza delle altre”; il decreto legislativo 30 gennaio 2006, n.26, recante «Istituzione della Scuola superiore della magistratura, nonché disposizioni in tema di tirocinio e formazione degli uditori giudiziari, aggiornamento professionale e formazione dei magistrati, a norma dell’art.1, comma 1, lettera b), della legge 25 luglio 2005, n.150», nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art.23, comma 1, limitatamente alle parole: “nonché per il passaggio dalla funzione giudicante a quella requirente e viceversa”; il decreto legislativo 5 aprile 2006, n.160, recante “Nuova disciplina dell’accesso in magistratura, nonché in materia di progressione economica e di funzioni dei magistrati, a norma dell’art.1, comma 1, lettera a), della legge 25 luglio 2005, n.150” , nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, in particolare dall’art.2, comma 4 della legge 30 luglio 2007, n.111 e dall’art.3-bis, comma 4, lettera b) del decreto-legge 29 dicembre 2009, n.193, convertito, con modificazioni, in legge 22 febbraio 2010, n.24, limitatamente alle seguenti parti: art.11, comma 2, limitatamente alle parole: “riferita a periodi in cui il magistrato ha svolto funzioni giudicanti o requirenti”; art.13, riguardo alla rubrica del medesimo, limitatamente alle parole: “e passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa”; art.13, comma 1, limitatamente alle parole: “il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti,”; art.13, comma 3: “3. Il passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, non è consentito all’interno dello stesso distretto, né all’interno di altri distretti della stessa regione, né con riferimento al capoluogo del distretto di corte di appello determinato ai sensi dell’art.11 del codice di procedura penale in relazione al distretto nel quale il magistrato presta servizio all’atto del mutamento di funzioni. Il passaggio di cui al presente comma può essere richiesto dall’interessato, per non più di quattro volte nell’arco dell’intera carriera, dopo aver svolto almeno cinque anni di servizio continuativo nella funzione esercitata ed è disposto a seguito di procedura concorsuale, previa partecipazione ad un corso di qualificazione professionale, e subordinatamente ad un giudizio di idoneità allo svolgimento delle diverse funzioni, espresso dal Consiglio superiore della magistratura previo parere del consiglio giudiziario. Per tale giudizio di idoneità il consiglio giudiziario deve acquisire le osservazioni del presidente della corte di appello o del procuratore generale presso la medesima corte a seconda che il magistrato eserciti funzioni giudicanti o requirenti. Il presidente della corte di appello o il procuratore generale presso la stessa corte, oltre agli elementi forniti dal capo dell’ufficio, possono acquisire anche le osservazioni del presidente del consiglio dell’ordine degli avvocati e devono indicare gli elementi di fatto sulla base dei quali hanno espresso la valutazione di idoneità. Per il passaggio dalle funzioni giudicanti di legittimità alle funzioni requirenti di legittimità, e viceversa, le disposizioni del secondo e terzo periodo si applicano sostituendo al consiglio giudiziario il Consiglio direttivo della Corte di cassazione, nonché sostituendo al presidente della corte d’appello e al procuratore generale presso la medesima, rispettivamente, il primo presidente della Corte di cassazione e il procuratore generale presso la medesima.”; art.13, comma 4: “4. Ferme restando tutte le procedure previste dal comma 3, il solo divieto di passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, all’interno dello stesso distretto, all’interno di altri distretti della stessa regione e con riferimento al capoluogo del distretto di corte d’appello determinato ai sensi dell’art.11 del codice di procedura penale in relazione al distretto nel quale il magistrato presta servizio all’atto del mutamento di funzioni, non si applica nel caso in cui il magistrato che chiede il passaggio a funzioni requirenti abbia svolto negli ultimi cinque anni funzioni esclusivamente civili o del lavoro ovvero nel caso in cui il magistrato chieda il passaggio da funzioni requirenti a funzioni giudicanti civili o del lavoro in un ufficio giudiziario diviso in sezioni, ove vi siano posti vacanti, in una sezione che tratti esclusivamente affari civili o del lavoro. Nel primo caso il magistrato non può essere destinato, neppure in qualità di sostituto, a funzioni di natura civile o miste prima del successivo trasferimento o mutamento di funzioni. Nel secondo caso il magistrato non può essere destinato, neppure in qualità di sostituto, a funzioni di natura penale o miste prima del successivo trasferimento o mutamento di funzioni. In tutti i predetti casi il tramutamento di funzioni può realizzarsi soltanto in un diverso circondario ed in una diversa provincia rispetto a quelli di provenienza. Il tramutamento di secondo grado può avvenire soltanto in un diverso distretto rispetto a quello di provenienza. La destinazione alle funzioni giudicanti civili o del lavoro del magistrato che abbia esercitato funzioni requirenti deve essere espressamente indicata nella vacanza pubblicata dal Consiglio superiore della magistratura e nel relativo provvedimento di trasferimento.”; art.13, comma 5: “5. Per il passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, l’anzianità di servizio è valutata unitamente alle attitudini specifiche desunte dalle valutazioni di professionalità periodiche.”; art.13, comma 6: “6. Le limitazioni di cui al comma 3 non operano per il conferimento delle funzioni di legittimità di cui all’art.10, commi 15 e 16, nonché, limitatamente a quelle relative alla sede di destinazione, anche per le funzioni di legittimità di cui ai commi 6 e 14 dello stesso art.10, che comportino il mutamento da giudicante a requirente e viceversa.”; il decreto-legge 29 dicembre 2009, n.193, convertito, con modificazioni, in legge 22 febbraio 2010, n.24 (Interventi urgenti in materia di funzionalità del sistema giudiziario), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art.3, comma 1, limitatamente alle parole: “Il trasferimento d’ufficio dei magistrati di cui al primo periodo del presente comma può essere disposto anche in deroga al divieto di passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti e viceversa, previsto dall’art.13, commi 3 e 4, del decreto legislativo 5 aprile 2006, n.160.”?

Si tratta della annosa questione della separazione delle funzioni dei magistrati tanto osteggiata dalla magistratura.

Nel quesito è prevista l’abrogazione delle norme in materia di ordinamento giudiziario che consentono nel corso della carriera dei magistrati il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa.

Il nostro sistema giudiziario si basa sulla separazione delle parti processuali.

Al Pubblico Ministero, che tutela il diritto potestativo dello Stato di punire il colpevole di un reato e che nel processo penale rappresenta quindi l’accusa, si contrappone l’Avvocato che esercita il diritto di difesa, in conformità delle previsioni di cui all’art. 24 della Costituzione.

Tali parti processuali svolgono ciascuno il proprio ruolo e si confrontano nel corso del processo argomentando, discutendo e illustrando le rispettive tesi dinanzi al giudice che è una figura terza.

Nel nostro ordinamento giuridico avviene spesso che un magistrato dopo aver svolto funzioni requirenti, proprie del PM, possi poi esercitare la funzione di giudicante.

Non è una novità che esistano molti magistrati i quali, dopo aver svolto le funzioni inquirenti in qualità di PM, poi, divengano giudici.

Con un la vittoria del sì viene chiesta la separazione delle carriere per garantire a tutti un giudice che sia veramente “terzo e super partes”.

Occorre far cessare i conflitti di interesse che spesso hanno dato origine a vere e proprie persecuzioni contro cittadini innocenti e chiudere definitivamente le “porte girevoli” esistenti tra magistrati inquirenti-requirenti e magistrati giudicanti.

Se vince il SI ogni magistrato dovrà scegliere all’inizio della sua carriera la funzione di requirente, o di giudicante, per poi mantenere quel ruolo nel corso di tutta la sua carriera.

  1. 4 – scheda di colore grigio in cui vi è scritto:

Volete voi che sia abrogato il decreto legislativo 27 gennaio 2006, n.25, recante «Istituzione del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e nuova disciplina dei consigli giudiziari, a norma dell’art. 1, comma 1, lettera c) della legge 25 luglio 2005, n.150», risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art.8, comma 1, limitatamente alle parole “esclusivamente” e “relative all’esercizio delle competenze di cui all’art.7, comma 1, lettera a)”; art.16, comma 1, limitatamente alle parole: “esclusivamente” e “relative all’esercizio delle competenze di cui all’art.15, comma 1, lettere a), d) ed e)”?

Si tratta della partecipazione dei membri laici a tutte le deliberazioni del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei consigli giudiziari, della abrogazione di norme in materia di composizione del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei consigli giudiziari, nonché, delle competenze dei membri laici che ne fanno parte.

Attualmente la valutazione in merito alla competenza e alla professionalità dei magistrati viene compiuta soltanto dai magistrati togati che compongono i Consigli e non dai membri laici.

Qualora vincesse il sì anche avvocati e professori universitari verrebbero chiamati ad esprimersi sul giudizio nei confronti dei magistrati, uscendo, di fatto, da quel meccanismo di chiusura che fa percepire la magistratura come un organo autoreferenziale.

La valutazione sulla professionalità e competenza dei magistrati oggi è operata dal CSM che decide sulla base di valutazioni fatte anche dai Consigli giudiziari, organismi territoriali nei quali decidono solo i componenti appartenenti alla magistratura.

I Consigli giudiziari sono organismi territoriali composti da magistrati, ma anche da membri “non togati”: avvocati e professori universitari in materie giuridiche, c’è da evidenziare che la componente laica, che rappresenta un terzo dell’organismo, è però esclusa dalle discussioni e dalle votazioni che attengono alle competenze dei magistrati, essendo la sua presenza limitata al ruolo di “spettatore” in quanto soltanto i magistrati hanno il potere di giudicare gli altri magistrati.

Una situazione questa collide con lo spirito della Costituzione che invece ha previsto che nel CSM vi fosse una componente non togata con eguali poteri dei componenti magistrati.

La confusione e coincidenza tra “controllore” e “controllato”, ormai diffusa ad ogni livello nella P.A., rende poco attendibili le valutazioni espresse dal CSM e favorisce la logica corporativa.

Con la vittoria del sì la possibilità di avere voce in materia della valutazione dei magistrati verrebbe estesa anche agli esponenti dell’Università e dell’Avvocatura nei Consigli giudiziari

  1. 5 – scheda di colore verde in cui è scritto:

“Volete voi che sia abrogata la legge 24 marzo 1958, n. 195 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della magistratura), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art. 25, comma 3, limitatamente alle parole “unitamente ad una lista di magistrati presentatori non inferiore a venticinque e non superiore a cinquanta. I magistrati presentatori non possono presentare più di una candidatura in ciascuno dei collegi di cui al comma 2 dell’art. 23, né possono candidarsi a loro volta”?

Il quinto e ultimo quesito referendario mira a modificare le modalità con cui si eleggono i membri del CSM.

Il Consiglio superiore della magistratura (CSM) trova la sua origine e valenza nella Costituzione, che ne delinea la composizione (art. 104) e i compiti (art. 105).

Il CSM  è organo di amministrazione della giurisdizione ed organo di garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati ordinari, nonché, l’organo di autogoverno dei magistrati e ne disciplina la carriera. Per due terzi è composto da magistrati eletti e per un terzo da laici. Esso é presieduto dal Presidente della Repubblica che è membro di diritto al pari del Presidente della Suprema Corte di Cassazione e del Procuratore Generale presso la stessa corte. Gli altri 24 componenti sono eletti per due terzi dai magistrati, scelti tra i magistrati, mentre il restante terzo viene eletto dal Parlamento in seduta comune. Un magistrato che voglia candidarsi a far parte del CSM deve raccogliere dalle 25 alle 50 firme e, conseguentemente non può fare a meno dell’appoggio delle correnti, come Area, Magistratura indipendente ed Unicost.

Le correnti sono diventate dei veri e propri “partiti” dei Magistrati ” che sono determinanti nell’assegnazione di incarichi ai loro componenti, decidono sulle promozioni, sui trasferimenti e sull’assegnazione di nuove funzioni, fino alla cessazione del servizio degli stessi magistrati, influenzando così ogni decisione del CSM, come di recente è emerso dal “caso Palamara

Con la vittoria del sì al referendum si eliminerebbe il peso delle correnti nella politica e sulla giustizia ed il condizionamento dalle stesse esercitato sul CSM.

Verrebbe inoltre abrogato l’obbligo, per un magistrato che voglia essere eletto, di cercare da 25 a 50 firme utilizzando le correnti, per presentare la propria candidatura.

E’ evidente che da solo non sarà il referendum abrogativo a risolvere tutti o alcuni dei problemi sollevati nei quesiti referendari, perché ovviamente sarà necessario l’intervento di un Parlamento autorevole e indipendente da interessi estranei a quelli della collettività, affinché la volontà popolare sia tradotta in norme giuridiche giuste.

Quello dei referendum, insieme alle votazioni per eleggere europarlamentari, parlamentari, consiglieri regionali, regionali e comunali sono un importante momento di democrazia in cui il cittadino esercita a pieno titolo la sua sovranità e può inviare al legislatore il suo segnale forte.

Non ascoltare le scelte referendarie dei cittadini provocherebbe un ulteriore distacco di questi ultimi dalla classe politica.

Occorre rammentare che la democrazia è governo del popolo, che si manifesta anche con il referendum e che il Popolo, tutte le volte in cui gli è consentito pronunciarsi ed esercitare la propria sovranità, può contribuire fattivamente ed in maniera determinante al miglioramento della stessa democrazia.

Dunque, dopo aver approfondito il contenuto dei 5 quesiti, ciascuno vada al voto per esprimere con consapevolezza e determinazione la propria volontà sovrana!