In uno Stato autenticamente democratico la sovranità appartiene sempre e soltanto al Popolo
Il 2 Giugno del 1946 si svolse in Italia il Referendum per la scelta tra Repubblica e Monarchia.
Il 2 Giugno del 1946 si svolse in Italia il Referendum per la scelta tra Repubblica e Monarchia.

La conoscenza della storia ci aiuta sempre a comprendere la dinamica di eventi talvolta poco chiari e a capire meglio il presente, evitando di ripetere errori già verificatisi nel passato.

Ripercorriamo insieme, indietro nel tempo, i fatti e gli eventi che determinarono la trasformazione istituzionale del nostro Stato unitario retto dal 1861 al 1946 da una monarchia costituzionale.

Il 9 maggio 1946 Re Vittorio Emanuele III abdicò in favore del figlio Umberto di Savoia Principe di Piemonte, che già in data 5 giugno 1944, dopo la liberazione di Roma, era stato investito delle funzioni di Luogotenente generale in base agli accordi della Svolta di Salerno.

Divenuto Capo dello Stato, Umberto II rivolse il suo primo messaggio agli italiani nel quale ribadì quanto affermato in precedenza allorché era Luogotenente del Regno e cioè la sua determinazione di rimettere alla volontà del popolo la decisione sulla forma e sulla nuova struttura dello Stato.

Pochi giorni dopo, nel proclama del 31 maggio, Umberto II, affermò tra l’altro che avrebbe accettato il responso del popolo liberamente espresso e chiese ai “fedeli sostenitori della Monarchia” di rispettare anch’essi, senza alcuna riserva, la decisione della maggioranza. Aggiunse inoltre che, in caso in cui avesse prevalso la Monarchia, si sarebbe impegnato, una volta che la Costituente avesse assolto il suo compito, a sottoporre nuovamente al Popolo italiano la scelta sulla forma istituzionale di Stato.

Il 2 giugno, in un clima di particolare tensione, ebbe luogo la consultazione referendaria.

Lo svolgimento del referendum era disciplinato da due decreti legislativi luogotenenziali: il n. 98 del 16/3/46 e il n. 219 del 23/4/46. Nell’articolo 2 del primo decreto era previsto che “nel caso in cui  la maggioranza degli elettori votanti” si fosse pronunciata a favore della Repubblica, l’assemblea Costituente come suo primo atto avrebbe eletto il Capo provvisorio dello Stato il quale avrebbe esercitato le sue funzioni fino alla nomina del Capo dello Stato, secondo il deliberato della nuova Costituzione. Sempre quell’articolo prevedeva che dal giorno della proclamazione dei risultati del referendum, e sino alla elezione del Capo provvisorio dello Stato, le relative funzioni sarebbero state esercitate dal presidente del Consiglio dei Ministri in carica nel giorno delle elezioni.

Per quanto concerne invece le fasi della proclamazione dei risultati, l’articolo 17 del secondo decreto legislativo, stabiliva che la Corte di Cassazione, in pubblica adunanza, presieduta dal primo presidente e con la partecipazione di 6 presidenti, di 12 consiglieri e l’intervento del Procuratore Generale, avrebbe proceduto alla somma dei voti attribuiti alla Repubblica e di quelli attribuiti alla Monarchia, ed avrebbe quindi proceduto alla proclamazione dei risultati del referendum.

Il 10 giugno 1946, la Corte di Cassazione, non disponendo dei dati definitivi, si limitò a rendere noti i risultati delle votazioni relativi ai 32 collegi elettorali (peraltro incompleti perché mancavano i risultati di oltre 100 sezioni), che risultarono i seguenti: la Repubblica ebbe 12 milioni 672 mila 767 voti, mentre la Monarchia ne riportò 10 milioni 688 mila 905.

La Corte, non potendo fare altro, si riservò di emettere in una successiva adunanza il giudizio definitivo sul risultato e quindi di procedere all’effettiva proclamazione dello stesso, dopo aver deciso sui reclami, sulle contestazioni e dopo aver preso atto del numero complessivo dei votanti, tenuto conto dei dati relativi alle sezioni mancanti ed ai voti nulli.

Senza attendere la nuova riunione della suprema Corte e quindi in assenza della proclamazione dei risultati, nella notte fra il 12 ed il 13 giugno si riunì il Consiglio dei Ministri che con una decisione illegittima, nominò, Capo provvisorio dello Stato lo stesso Alcide De Gasperi il quale ricopriva la carica di Presidente del Consiglio.

Che qualche cosa di irregolare sia accaduto quella notte è confermato dalle poche righe pubblicate nella Gazzetta ufficiale n. 144 del primo luglio 1946, in cui si può leggere il comunicato nel quale si dà atto dell’insediamento di De Nicola a Capo provvisorio dello Stato a cui l’onorevole De Gasperi “ha trasmesso i poteri di Presidente della Repubblica da lui esercitati, nella qualità di Presidente del Consiglio, dal giorno (si evita volutamente la data precisa) dell’annuncio dei risultati definitivi del referendum istituzionale”, cioè,18 giugno 1946. Dunque vi è un vuoto di 5 giorni in ordine a chi avesse detenuto i poteri di capo dello Stato (dal 12 al 18 giugno).

Occorre poi sottolineare che non essendo state rispettate le previsioni normative che avevano disposto il referendum istituzionale, contenute nel citato decreto luogotenenziale, non ebbe luogo alcun trasferimento di poteri dal Re al Capo provvisorio dello Stato repubblicano.

Non ebbe mai luogo quella fase legittimante il nuovo regime che nel linguaggio tecnico-giuridico si definisce debellatio e che è quell’atto formale e pacifico che intercorre tra chi trasferisce i poteri e chi li riceve, con il quale ciascuno per la sua parte, legalmente accetta il nuovo stato delle cose.

Di fronte al precipitare degli eventi Umberto II il 13 giugno decise di partire, senza abdicare, lasciando un ultimo messaggio al Popolo italiano nel quale denunciava l’arbitrarietà della decisione assunta dal Consiglio dei ministri e la palese violazione della legge.

La Corte di Cassazione si riunì nuovamente il 18 giugno e, dopo aver deciso sulle contestazioni e sui ricorsi, rese noti il numero dei voti nulli e proclamò i risultati definitivi.

Poiché nell’articolo 2 del Decreto n. 98/46 si faceva riferimento alla “maggioranza degli elettori votanti”, come quorum da prendere in considerazione per la validità dei risultati, la Corte a maggioranza e con il voto contrario del Primo Presidente e del Procuratore Generale, ritenne di interpretare la lettera della legge nel senso di “maggioranza degli elettori che hanno espresso voti validi” (escludendo quindi, nel novero del quorum, le schede nulle e quelle bianche).

Questi in estrema sintesi gli avvenimenti convulsi che determinarono con una evidente forzatura giuridico-istituzionale l’avvento della Repubblica e furono causa di divisione tra gli Italiani.

A 74 anni di distanza possiamo occuparci con distacco di questi fatti, nella convinzione che l’istituzione repubblicana sia un dato incontestabile e pacifico.

Quello che si vuole rimarcare è un principio che indubbiamente è stato calpestato, che è quello del rispetto della legge e del diritto che non può essere, sin troppo semplicisticamente, giustificato, come spesso si tende a fare, dall’eccezionalità e dalla gravità degli eventi.

Ed è proprio il richiamo ai principi dello Stato di diritto che ci inducono a considerare un’offesa per il nostro ordinamento giuridico la permanenza ed una palese limitazione dell’esercizio della sovranità popolare la previsione contenuta nell’art. 139 della nostra Carta fondamentale (“la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”).

Questa norma è in contrasto con l’articolo 1 della Carta che sancisce che solo il popolo è depositario della sovranità.

Ma questa è ormai storia vecchia. Il dibattito, semmai può essere riaperto con serenità su basi storiche, scientifiche e giuridiche.

Una di queste potrebbe essere il seguente quesito: uno Stato democratico può porre chiusure “per legge”?

 

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1946/05/03/046U0219/sg

 

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1946/03/23/046U0098/sg