L’ennesima controriforma del processo penale
Giustizia nell’interessedella Nazione

E’ davvero inquietante e desta preoccupazione per la tenuta dello Stato di diritto l’annunciata riforma del processo penale del Ministro della Giustizia Bonafede.

Altro disastro annunciato ed attuato con caparbietà e determinazione è quello che riguarda la sospensione della prescrizione che rischia di mettere a rischio la tenuta del governo.

Il prospettato lodo Conte bis prevede delle modifiche alla riforma “Spazzacorrotti” (già oggetto di una pronuncia recente di incostituzionalità) prevedendo la decorrenza dei termini dalla sentenza di primo grado ed operando una distinzione tra condannati e assolti.

Nelle previsioni dell’accordo raggiunto all’interno del governo rosso-giallo la prescrizione si dovrebbe sospendere dopo la condanna in primo grado e tornerebbe a decorrere con applicazione retroattiva qualora l’imputato, condannato in primo grado, dovesse essere assolto nel secondo grado del giudizio.

Un pateracchio che è stato già oggetto di censura da parte di autorevoli costituzionalisti.

Il ministro della giustizia Alfonso Bonafede ha preannunciato “un piano di assunzioni e di investimenti senza precedenti” e ha precisato di voler intervenire sulla digitalizzazione e sull’ampliamento dei processi telematici. Naturalmente il tutto a costo zero.

Ha poi esternato queste sue anticipazioni: “Interveniamo nel processo e stabiliamo nel caso del rito monocratico, che sono circa il 90%, un tempo di un anno per il primo grado, di due anni nel secondo grado e di un anno in Cassazione, quindi quattro anni per tutti i gradi di giudizio. È un obiettivo ambizioso che riteniamo di poter raggiungere grazie agli investimenti che stiamo facendo”.

Per i processi penali, nella fase delle indagini preliminari, la riforma introduce novità per rendere il procedimento investigativo più veloce, demandando al Consiglio Superiore della Magistratura l’indicazione dei criteri con cui procedere alla scelta dei reati a cui dare la priorità nelle indagini investigative.

Viene prevista anche la durata massima dei processi penali che, ad eccezione di quelli riguardanti reati più gravi come mafia, terrorismo e quelli contro la Pubblica amministrazione, dovrebbero essere di un anno per il primo grado, due anni per il secondo grado, un anno per il giudizio in Cassazione, termini questi, naturalmente tutti ordinatori, quindi privi di alcuna sanzione nel caso di loro inosservanza.

I termini sopra indicati, secondo la riforma governativa, potranno essere determinati in misura diversa dal Consiglio Superiore della Magistratura in relazione a ciascun ufficio, con cadenza biennale, tenendo conto di “pendenze”, “sopravvenienze”, “natura dei procedimenti e loro complessità”, “risorse disponibili”. Il dirigente dell’ufficio è tenuto a vigilare sul rispetto di tali regole e a segnalare ai titolari dell’azione disciplinare la mancata adozione delle misure organizzative “quando imputabile a negligenza inescusabile”.

La riforma prevede ancora una modifica dei termini di durata delle indagini preliminari, a secondo della gravità dei reati: 6 mesi dall’iscrizione sul registro degli indagati per i reati puniti con la sola pena pecuniaria o con la pena detentiva non superiore nel massimo a 3 anni, un anno e 6 mesi per i reati considerati di maggiore gravità, un anno per tutti gli altri casi. Il PM potrà poi chiedere per una sola volta una proroga di non oltre 6 mesi.

Il PM, alla scadenza dei termini “ordinatori” fissati, dovrà notificare senza ritardo all’indagato o alla parte offesa che abbia dichiarato di volere esserne informata, avviso del deposito degli atti e della sua facoltà di prenderne visione ed estrarne copia. Qualora il PM dovesse violare tali adempimenti incorrerebbe in un semplice illecito disciplinare quando il fatto è dovuto a dolo o a negligenza. Analogamente costituirà un illecito disciplinare quando è riconducibile a dolo o a negligenza, l’omesso deposito della richiesta di archiviazione o il mancato esercizio dell’azione penale da parte del PM entro il termine di 30 giorni dalla presentazione della richiesta del difensore della persona sottoposta alle indagini o della parte offesa.

La riforma annunciata da Bonafede stabilisce altre novità: viene disposto il procedimento monocratico anche in appello, vengono introdotte nuove regole per i riti alternativi (rito abbreviato, giudizio immediato, patteggiamento) ed inseriti ulteriori ostacoli alla possibilità di proporre l’impugnazione, dal momento che diverrebbero inappellabili le sentenze di proscioglimento relative a reati puniti con la sola pena pecuniaria o con pena alternativa.

Viene rafforzato il sistema di notifiche telematiche.

Una riforma davvero farraginosa che ben lungi dal migliorare il servizio giustizie e le garanzie dei cittadini, conferirà ai magistrati nuovi e più incisivi poteri discrezionali in violazione dell’art.111 cost. che fissa il principio del giusto processo.

Se il governo in carica avesse veramente a cuore gli interessi della Nazione e della Giustizia avrebbe dovuto por mano ad una riforma organica dell’Ordinamento Giudiziario e dei codici di procedura civile e penale.

Per ridurre da subito l’arretrato che nel corso degli ultimi anni si accumulato nei palazzi di Giustizia italiani, sarebbe sufficiente una riforma molto semplice da attuare con legge ordinaria, quella della modifica della natura dei termini processuali che riguardano i magistrati che sono purtroppo sempre e soltanto ordinatori e non perentori. Come è noto esistono processualmente tre tipi di termini: quelli dilatori che non consentono di esercitare una facoltà o un diritto prima del loro decorso, quelli perentori, che impongono il rispetto sotto pena della decadenza per la parte ed i difensori dall’esercizio di un diritto o di una facoltà ed infine quelli ordinatori che possono non essere rispettati senza alcuna conseguenza. Gli attuali termini che riguardano i magistrati sono sempre ordinatori. Se i termini ordinatori fossero eliminati ed equiparati a quelli perentori con la previsione di una sanzione pecuniaria parametrata ad una frazione di stipendio di ogni magistrato per ogni giorno di ritardo dopo la scadenza del termine assegnato per il deposito degli atti che riguardano la sua funzione giurisdizionale, certamente l’iter processuale verrebbe velocizzato. Quanto sopra potrebbe essere realizzato in quanto non si può prescindere dalla considerazione che la magistratura oltre a costituire “un ordine indipendente da ogni altro potere” è anche legata allo Stato da un rapporto di pubblico impiego per cui è tenuta a svolgere un’attività lavorativa utile per lo Stato in termini di qualità e quantità di lavoro prestato. Naturalmente se avessimo una classe politica sensibile prima di ogni intervento si dovrebbe procedere alla separazione delle carriere tra P.M. e Giudici per avere il vero giudice terzo e abolire il principio della obbligatorietà dell’azione penale che costituisce un’ipocrisia tutta italiana.