LINEE GUIDA E GIURISPRUDENZA SUL FERMO PREVENTIVO PER I CONTROLLI
giustizia con tricolore

Esiste, soprattutto in questo periodo di emergenza sanitaria da Covid-19, una grande confusione in relazione ai corretti comportamenti da tenere da parte delle persone fermate in occasione dei diffusi controlli ed il rigoroso rispetto della legge da parte delle Forze dell’Ordine.

Proprio in tale ottica, nella mia veste di vecchio avvocato e di tutore dei diritti e della legalità, al solo fine di contribuire a perseguire il raggiungimento di un giusto equilibrio tra i rispettivi diritti e doveri, scongiurando così l’instaurazione di innumerevoli processi penali bagatellari che ingolferebbero il funzionamento della Giustizia, già lenta e mal funzionante, ritengo utile fornire delle brevi linee guida.

In occasione di un controllo di Polizia, Carabinieri e altre Forze dell’ordine, il cittadino non può assolutamente pretendere che agenti delle Forze dell’ordine in servizio in divisa, si identifichino con nome, cognome e che mostrino il tesserino, la matricola, o il distintivo di riconoscimento.

Chi viene fermato, perquisito e ispezionato da un carabiniere, da un poliziotto, da un finanziere, o da un agente della Polizia penitenziaria, cui la legge attribuisce la funzione di pubblici ufficiali, non deve chiedere di conoscerne nome, cognome e numero di matricola dell’agente in quanto la divisa, o altro segno distintivo (ad esempio l’auto di servizio) sono sufficienti a qualificarlo come pubblico ufficiale.

Le Forze dell’ordine hanno l’obbligo di mostrare il distintivo solo se il controllo, la perquisizione e l’ispezione hanno luogo mentre gli stessi vestono in borghese, senza la divisa ufficiale del corpo di appartenenza.

Invece i cittadini che vengono fermati per i controlli occasionali preventivi hanno sempre l’obbligo di declinare le proprie generalità e consentire la loro identificazione.

Occorre poi considerare che la scelta del pubblico ufficiale di fermare chiunque per il controllo e chiedere le generalità o di procedere all’identificazione è sempre libera, discrezionale ed insindacabile.

L’obbligo di lasciarsi identificare è disposto dall’art. 651 del  codice penale, il quale prevede il dovere per tutti i cittadini di dare indicazioni sulla propria identità personale ad un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni e punisce con l’arresto fino a un mese o l’ammenda fino ad  € 206  “chiunque, richiesto da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, rifiuta di dare indicazioni sulla propria identità personale, sul proprio stato, o su altre qualità personali”.

Spesso sorgono criticità in relazione alla differenza tra identificazione ed esibizione del documento di identità.

La materia è disciplinata dall’art.351 cod. pen. e dagli artt. 4 del T.U.L.P.S. e 294 del relativo regolamento.

Il precetto di cui all’art. 651 c.p. viene adempiuto allorquando il soggetto legittimamente richiesto indichi al pubblico ufficiale (art. 357 c.p.) anche a voce le proprie generalità (nome, cognome, luogo e data di nascita ed indirizzo) ed eventuali qualità personali senza consegnare il proprio documento di identità.

Infatti il predetto obbligo non riguarda anche l’esibizione dei documenti di identità, non essendo il soggetto richiesto tenuto a documentare la propria identità personale.

Il reato previsto dall’art. 651 c.p. consiste in una contravvenzione, è istantaneo, poiché si perfeziona nel momento stesso in cui il soggetto attivo del reato, che ne sia stato legittimamente richiesto, si rifiuta di dichiarare al pubblico ufficiale la propria identità personale.

Soltanto nel caso di persone pericolose o sospette è invece necessaria anche l’esibizione del documento di identità.

La “esibizione” del documento di identità, per una parte della dottrina consisterebbe nel prendere il documento di identità e consegnarlo materialmente nelle mani degli agenti che stanno eseguendo il controllo e che, ovviamente dovranno restituirlo al termine del controllo.

La giurisprudenza ha affermato che il rifiuto di consegnare un documento di riconoscimento integra -ricorrendone le altre condizioni richieste dalla legge (persone pericolose o sospette) – gli estremi del reato di cui agli artt. 4 T.U.L.P.S. e 294 del relativo regolamento e non già quello previsto dall’art. 651 c.p., trattandosi di reati aventi un diverso elemento materiale.

Come accennato, in forza del citato art. 4 del T.U.L.P.S. l’autorità di pubblica sicurezza ha facoltà di ordinare che le persone pericolose o sospette e coloro che non siano in grado o si rifiutano di provare la loro identità siano sottoposti a rilievi segnaletici.
Ha facoltà inoltre di ordinare alle persone o sospette di munirsi, entro un dato termine, della carta di identità e di esibirla ad ogni richiesta degli ufficiali o degli agenti di pubblica sicurezza.

Ed inoltre l’art.294 del regolamento di cui al Regio Decreto 6 maggio 1940, n. 635 intitolato:” Regolamento per l’esecuzione del Testo Unico 18 giugno 1931, n. 773 delle Leggi di Pubblica Sicurezza ” statuisce: “La carta d’identità od i titoli equipollenti devono essere esibiti ad ogni richiesta degli ufficiali e degli agenti di pubblica sicurezza.”

La Suprema Corte ha stabilito che: “L’elemento materiale del reato previsto dall’art. 651 c.p. consiste nel rifiuto di fornire indicazioni sulla propria identità e non nella mancata esibizione di un documento, che costituisce violazione dell’art. 4, comma secondo, T.U.L.P.S., e pertanto l’indicazione orale delle proprie generalità è sufficiente ad escludere il reato”. (Cassazione penale, sezione I, sentenza 17 marzo 2005, n. 10676)

Sempre la Cassazione ha statuito che il reato di cui all’art. 651 c.p. si perfeziona con il semplice rifiuto di fornire al pubblico ufficiale indicazioni circa la propria identità personale, per cui è irrilevante, ai fini dell’integrazione dell’illecito, che tali indicazioni vengano successivamente fornite o che l’identità del soggetto sia facilmente accertata per la conoscenza personale da parte del pubblico ufficiale o per altra ragione. Cassazione penale, sezione   VI, sentenza 13 settembre 2007, n. 34689

Risolutiva ai fini dell’interpretazione delle norme sopra accennate è la pronuncia della Suprema Corte  nella Sentenza n.42808 del 19/09/2017 in cui viene rimarcato che non rientra nella condotta lesiva dell’art. 4, comma secondo, T.U.L.P.S. e del relativo regolamento, il cui rifiuto è sanzionato dall’art. 4 T.U.L.P.S. e art. 294 del regolamento la mancata consegna dei documenti d’identità dal momento che “l’obbligo di fornire indicazioni sulla propria identità personale non si estende all’esibizione dei documenti d’identità, essendo previsto uno specifico obbligo di documentare la propria identità solo nelle ipotesi di persone pericolose o sospette, ai sensi dell’art. 4, comma secondo, T.U.L.P.S. e del relativo regolamento, il cui rifiuto è sanzionato dall’art. 4 T.U.L.P.S. e art. 294 del regolamento

La citata sentenza n.42808/2017 emanata dalla Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, seguendo un consolidato orientamento giurisprudenziale, ha statuito che “l’elemento materiale del reato previsto dall’art. 651 cod. pen. consiste nel rifiuto di fornire indicazioni sulla propria identità e non nella mancata esibizione di un documento condotta che costituisce, invece, violazione dell’art. 4, comma 2, T.U.L.P.S. e art. 294 del relativo regolamento, ove ne ricorrano le altre condizioni di persona pericolosa o sospetta, in alcun modo emergenti né nella imputazione né nella sentenza di condanna (Sez. 6, n. 34 del 18/10/1995, dep. 4/1/1996, Cozzella, Rv. 203852; Sez. 6, n. 14211 del 12/3/2009 Trovato, Rv. 243317; Sez. 1, n. 10676 del 24/2/2005, Albanese, Rv. 231125).”

Da ultimo Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza n.2021 del 15 novembre 2019 – 20 gennaio 2020, Presidente Mazzei – Relatore Cappuccio, ha affermato il seguente principio:“…omissis… 4. Per quanto concerne la sussunzione della condotta nell’ambito applicativo dell’art. 651 cod. pen., va detto che la sentenza impugnata chiarisce come l’attività dell’imputato si sia sostanziata esclusivamente nell’omessa esibizione del documento di identità, richiesto dagli agenti ai fini della identificazione formale, comportamento che integra, per giurisprudenza constante (Sez. 6, Sentenza n. 14211 del 12/03/2009, Trovato, Rv. 243317; sul punto, cfr. anche Sez. 6, n. 34 del 18/10/1995, dep. 1996, Cozzella, Rv. 203852; Sez. 6, n. 6864 del 03/05/1993, Scaduto, Rv. 195412), – ove ne ricorrano le altre condizioni legali – gli estremi del reato di cui al R.D. 18 giugno 1931, n. 773, art. 4, ed all’art. 294 del relativo regolamento, non già il reato previsto dall’art. 651 cod. pen., che sanziona invece il rifiuto di fornire indicazioni sulla propria identità personale.

Atteso, allora, che C. venne sollecitato ad esibire un documento identificativo, e non anche a declinare le proprie generalità, ciò che egli avrebbe potuto fare anche senza disporre del documento, deve ritenersi, sulla base degli elementi di fatto richiamati, che egli non pose in essere la condotta tipica della fattispecie incriminatrice contestatagli.
5 La circostanza da ultimo dedotta impone, in accoglimento del ricorso proposto, l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata, perché il fatto non sussiste.”

La legge non parla di esibire i documenti, pertanto non vi è alcun obbligo di mostrare i documenti o di portarli con sé (salvo che non sia la patente di guida mentre si èi al volante).

L’eccezione a tale regola è rappresentata, come detto, dall’art.4 del T.U.L.P.S., il quale attribuisce alle forze dell’ordine la facoltà di ordinare alle persone ritenute pericolose o sospette, nonché agli stranieri, di esibire un documento di riconoscimento.

Quindi soltanto nel caso di soggetto pericoloso o sospetto che rifiuti di esibire i documenti alle forze dell’ordine, c’è il rischio dell’arresto fino a due mesi o l’ammenda sino a centotré euro.

La qualificazione di soggetto pericoloso o sospetto è tuttavia lasciata alla discrezionalità dell’agente delle forze dell’ordine, con la conseguenza che tale circostanza dovrà poi essere provata nel processo.

Si deve sempre considerare che in questo caso, ancora prima del processo, le Forze dell’ordine hanno il diritto di portare in caserma o in commissariato per l’identificazione la persona ritenuta pericolosa o sospetta, che il fermo potrebbe protrarsi per diverse ore, ma non superare le 24 ore ed infine che non è prevista la presenza di un difensore che tuteli il fermato.

Riepilogando la situazione, alla luce delle varie prospettazioni, concludo consigliando vivamente ai cittadini di evitare situazioni di attrito e/o conflitto con le Forze dell’ordine e a queste ultime di moderare le loro condotte nei confronti dei cittadini al fine di evitare di incorre a loro volta in abusi che violano il vigente codice penale

Se le Forze dell’ordine chiedono alla persona fermata per il controllo di poterla identificare, quest’ultima ha il dovere di fornire le sue generalità a voce, ma non quello di esibire (consegnare) i documenti, salvo che non sia un soggetto che le Forze dell’ordine, assumendosene la relativa responsabilità, ritengano essere pericoloso o sospetto.

Se la persona fermata per il controllo non fornirà le sue generalità rischierà di essere trattenuta in caserma o nel commissariato per ventiquattro ore e di essere coinvolta in un processo penale per il reato di rifiuto d’indicazioni sulla propria identità personale.

Se poi il fermato viene ritenuto un soggetto pericoloso o sospetto e non esibisce i documenti, rischierà l’arresto fino a due mesi o l’ammenda sino a centotré euro.

Soltanto se l’agente è in borghese la persona fermata avrà diritto di chiedere l’esibizione del suo tesserino, in caso contrario la persona fermata da un agente in borghese che non si faccia identificare non sarà a sua volta obbligata a fornire le proprie generalità o a esibire i propri documenti.

A loro volta le Forze dell’Ordine dovranno rispettare rigorosamente le norme giuridiche che disciplinano il fermo preventivo per i controlli e la giurisprudenza ormai consolidata della Cassazione in materia senza sfociare in odiose prevaricazioni, provocazioni o abusi che sicuramente finirebbero col coinvolgerli come imputati in inevitabili processi penali.