Sia sempre mantenuto ogni dibattito, ogni critica ed ogni esternazione nei limiti della educazione, della correttezza e del rispetto di tutti! 
la giustizia non funziona

Chi scrive abitualmente su una o più bacheche di un social network ha l’obbligo di utilizzare argomentazioni, linguaggi e toni corretti e sempre nel rispetto della buona educazione e della legge.
Infatti chiunque rivolge offese sui social è passibile non solo di una querela per diffamazione aggravata a norma dell’art.595 terzo comma cod. pen., ma si espone anche ad un procedimento civile per risarcimento del danno derivante da tale condotta.
Esaminiamo separatamente quello che è previsto nel nostro ordinamento per tali illeciti.
Sotto il profilo penale si è in presenza del reato di diffamazione aggravata perché il mezzo utilizzato per diffondere l’offesa è pubblico, dal momento che può raggiungere più persone in poco tempo, proprio come un giornale.
Per tale reato si rischia la reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a 516 euro.
La giurisprudenza di merito ha affermato poi che per la sussistenza della diffamazione non è indispensabile che il profilo dell’autore sia pubblico, anche perché per la consumazione del reato la diffamazione è sufficiente che a leggere il messaggio siano anche soltanto due persone.
Nel caso di diffamazione aggravata commessa a mezzo social network, il danno non patrimoniale non necessita di prova rigorosa, potendo essere anche presunto ed insito nel fatto stesso dell’offesa.
La sofferenza morale arrecata dalle offese veicolate dai social network, infatti, è implicita nel mezzo usato che consente una comunicazione capillare. (Trib. Vicenza, sent. n. 1673 del 5.10.2020.)
La sofferenza morale arrecata dalle offese veicolate dai social network, infatti, è intrinseca nel mezzo usato che consente una comunicazione capillare.
A tale proposito di recente la Corte di Cassazione ha confermato il suo precedente orientamento in merito alla valutazione del social network come mezzo potenziale, idoneo e capace per la consumazione del reato di diffamazione.
A differenza della diffamazione a “mezzo stampa”, la giurisprudenza ha ampliato il concetto di “qualsiasi mezzo di pubblicità”, richiamato nel comma 3 dell’art. 595 del codice penale, includendo la diffusione a mezzo fax, attraverso pubblico comizio, o a mezzo posta elettronica, tra gli strumenti atti a trasmettere dati e informazioni a un numero ampio, o anche indeterminato, di soggetti.
Infatti la Suprema Corte con sentenza n. 50/2017 ha statuito che “la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “Facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 terzo comma del codice penale, poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone; l’aggravante dell’uso di un mezzo di pubblicità, nel reato di diffamazione, trova, infatti, la sua ratio nell’idoneità del mezzo utilizzato a coinvolgere e raggiungere una vasta platea di soggettiampliando – e aggravando – in tal modo la capacità diffusiva del messaggio lesivo della reputazione della persona offesa, come si verifica ordinariamente attraverso le bacheche del social network, destinate per comune esperienza ad essere consultate da un numero potenzialmente indeterminato di persone, secondo la logica e la funzione propria dello strumento di comunicazione e condivisione telematica”.
Sotto altro profilo sussiste anche un illecito civile extracontrattuale, come prevede l’art.2043 cod.civ., che impone a chiunque procura un danno ad altri, di corrispondere il relativo risarcimento che deriva da un fatto ingiusto non contrattuale.
Dalla natura di illecito civile, discende a carico del responsabile l’obbligo di risarcire tutte le conseguenze pregiudizievoli subite dalla vittima di tale illecito che possono essere oltre che di natura economica, anche di carattere morale.
Ormai l’utilizzo molto diffuso della rete internet comporta che la stessa sia divenuta “un veicolo di opinione, molto veloce, capillare e generalizzato”, come ha affermato  il Tribunale di Vicenza nella citata sentenza, pertanto sarebbe bene che tutti coloro che diffondono le loro opinioni attraverso la rete misurassero ogni parola e mantenessero il dibattito nell’ambito di un confronto corretto e leale, senza scadere nelle offese personali che finiscono con l’immiserire qualsiasi critica e dibattito politico, culturale o tecnico.