Testo denuncia contro Draghi, Speranza, Lamorgese ed altri per i reati di Usurpazione di potere politico, Attentato contro la Costituzione dello Stato, Violenza privata e Sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione.
rottamazione giustizia

 

 PROCURA DELLA REPUBBLICA DI ______________

ESPOSTO DENUNCIA

Il/La sottoscritto/a _____________________________nato/a a ________________

Il _______ e residente in _______________________ alla Via _________________________________, cod.fisc. ______________________ elettivamente domiciliato/a in Lecce in via Cosimo De Giorgi n.19 presso lo studio dell’Avv. Alfredo Lonoce del Foro di Lecce, Pec [email protected], espone quanto segue:

premesso in fatto ed in diritto che

Nell’autunno del 2019 cominciava a diffondersi in Italia un’epidemia denominata Covid-19, dapprima in modo silente e dopo qualche mese più rapidamente ed in misura sempre più consistente, fino a scatenare il panico nell’intero Paese.

Il 30 gennaio 2020, dopo la seconda riunione del Comitato di sicurezza, il Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarava il focolaio internazionale di COVID-19 un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale (Public Health Emergency of International Concern – PHEIC).

Il giorno successivo il Presidente del Consiglio, avv. Giuseppe Conte, con delibera del Consiglio dei Ministri, utilizzando il Codice della Protezione Civile (D.lgs n.1/2018) dichiarava lo stato di emergenza nazionale per la durata di 6 mesi, conseguente al rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili, assumendo contestualmente pieni poteri, sia ordinari, che straordinari.

La dichiarazione di emergenza veniva poi prorogata per ben cinque volte, due mesi oltre il termine di due anni previsto dal D. lgs 1/2018 e precisamente:

con Delibera del Consiglio dei Ministri del 29 luglio 2020 fino al 15 ottobre 2020;

con Delibera del Consiglio dei Ministri del 7 ottobre 2020 al 31 gennaio 2021;

con Delibera del Consiglio dei Ministri del 13 gennaio 2021 al 30 aprile 2021;

con Delibera del Consiglio dei Ministri in data 21 aprile 2021 al 31 luglio 2021;

con delibera del Consiglio dei Ministri del 22 luglio 2021 al 31 dicembre 2021;

con D.L. n.221 del 24 dicembre 2021 al 31 marzo 2022.

Al riguardo occorre precisare che la nostra Carta Costituzionale non prevede la fattispecie dello stato di emergenza, ma soltanto lo stato di guerra, che in forza dell’art. 78 deve essere dichiarato dalle Camere, le quali conferiscono al Governo i necessari poteri.

Il precitato decreto legislativo n.1/2018 all’art. 24 prevede che con delibera adottata dal Consiglio dei Ministri sia dichiarato lo stato di emergenza di rilievo nazionale, ne sia fissata la durata e l’estensione e sia autorizzata l’emanazione di ordinanze di protezione civile, iniziative queste che trovano la propria disciplina nel successivo art. 25.

Le norme impropriamente richiamate nella sopramenzionata delibera del Consiglio dei Ministri del 31/01/2020 nulla hanno a che vedere con una emergenza sanitaria, dal momento che si riferiscono alle prerogative della Protezione civile di cui il Governo deve servirsi in caso di emergenze nazionali al verificarsi o nell’imminenza di calamità naturali o eventi connessi all’attività dell’uomo e dispongono:

L’art.7, co.1, lett.c) “emergenze di rilievo nazionale connesse con eventi calamitosi di origine naturale o derivanti dall’attività dell’uomo che in ragione della loro intensità o estensione debbono, con immediatezza d’intervento, essere fronteggiate con mezzi e poteri straordinari da impiegare durante limitati e predefiniti periodi di tempo ai sensi dell’art. 24.”

Prevede l’art. 24 “1. Al verificarsi degli eventi che, a seguito di una valutazione speditiva svolta dal Dipartimento della protezione civile sulla base dei dati e delle informazioni disponibili e in raccordo con le Regioni e Province autonome interessate, presentano i requisiti di cui all’art.7, co.1, lett.c), ovvero nella loro imminenza, il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, formulata anche su richiesta del Presidente della Regione o Provincia autonoma interessata e comunque acquisitane l’intesa, delibera lo stato d’emergenza di rilievo nazionale, fissandone la durata e determinandone l’estensione territoriale con riferimento alla natura e alla qualità degli eventi e  autorizza l’emanazione delle ordinanze di protezione civile di cui all’art.25. La delibera individua, secondo criteri omogenei, le prime risorse finanziarie da destinare all’avvio delle attività di soccorso e assistenza alla popolazione e degli interventi più urgenti di cui all’art. 25, co.2, lettere a) e b), nelle more della ricognizione in ordine agli effettivi fabbisogni e autorizza la spesa nell’ambito del Fondo per le emergenze nazionali.”

Il Governo italiano ha utilizzato reiteratamente un potere che nessuna norma dell’ordinamento gli riconosce. Si noti infatti che la legge sulla protezione civile non è stata emanata per le ipotesi di pandemia né le contempla. La solo richiamo normativo di rango costituzionale in materia emergenziale è, come accennato, l’art. 78 Cost., unica norma costituzionale disciplinante uno stato di emergenza.

Essa è anche l’unica norma che potrebbe attribuire al Governo il potere di legiferare al di fuori del dettato costituzionale, in ogni caso previa delibera delle Camere. Infine, nessuna delle due normative sopra citate potrebbe trovare applicazione analogica, proprio per l’assorbente rilievo che, trattandosi di normativa emergenziale e, dunque, pensata per casi eccezionali, l’applicazione analogica non può che essere esclusa.

Hanno fatto seguito, allorché presidente del Consiglio era l’avv. Giuseppe Conte, una serie di decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, oltre che numerose ordinanze, circolari e direttive ministeriali, ordinanze della Protezione civile, innumerevoli ordinanze dei presidenti delle giunte regionali e dei sindaci ed inoltre dei decreti legge postumi, con l’intento di sanare ex tunc provvedimenti amministrativi ab origine illegittimi ed incostituzionali.

Con l’avvento del governo presieduto da Mario Draghi, il quale ha nominato Ministro della Giustizia la Prof.ssa Marta Maria Carla Cartabia, Presidente uscente della Corte Costituzionale, seguendo l’indirizzo di ordine costituzionale già indicato dalla stessa Prof.ssa Cartabia quando era presidente della Consulta, si è passati esclusivamente alla decretazione di urgenza.

Infatti la Prof.ssa Cartabia aveva già manifestato pubblicamente il suo pensiero di autorevole giurista quale la stessa è, in occasione della sua relazione annuale dell’aprile 2020 in cui non aveva mancato di sottolineare che “La Costituzione non contempla un diritto speciale per i tempi eccezionali,  e ciò per una scelta consapevole, ma offre la bussola anche per “navigare per l’alto mare aperto” nei tempi di crisi, a cominciare proprio dalla leale collaborazione fra le istituzioni”. “ Nei precedenti periodi di crisi, dagli anni della lotta armata a quelli più recenti della crisi economica e finanziaria, tutti affrontati senza mai sospendere l’ordine costituzionale, ma ravvisando al suo interno gli strumenti idonei a modulare i principi costituzionali in base alle specifiche contingenze. Necessità, proporzionalità, bilanciamento, giustiziabilità e temporaneità sono i criteri con cui, secondo la giurisprudenza costituzionale, in ogni tempo deve attuarsi la tutela sistemica e non frazionata dei principi e dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione, ponderando la tutela di ciascuno di essi con i relativi limiti”. Per il presidente della Consulta, anche nel tempo presente” in piena fase di emergenza per la pandemia da coronavirus, “ancora una volta è la Costituzione così com’è, con il suo equilibrato complesso di principi, poteri, limiti e garanzie, diritti, doveri e responsabilità, a offrire alle istituzioni e ai cittadini la bussola necessaria a navigare nell’emergenza e del dopo-emergenza che ci attende. “.

Innanzi ad una spasmodica emanazione, prima, di provvedimenti amministrativi tutti restrittivi delle libertà e dei diritti fondamentali, da parte del governo Conte Bis, c’è da chiedersi se il Presidente del Consiglio fosse legittimato alla loro adozione o se la riserva di legge prevista dall’ art. 16 Cost. per la limitazione del diritto di libera circolazione e soggiorno, non imponesse l’uso degli strumenti previsti in Costituzione, come i decreti legge, i decreti legislativi ed i decreti del Presidente della Repubblica, considerato che il compito del bilanciamento tra valori costituzionali tra loro in conflitto è una prerogativa esclusiva del Parlamento ai sensi dell’art. 70.

Attraverso l’iter procedimentale scelto dal Presidente del Consiglio Conte, il Governo ha fatto ricorso ad un potere che nessuna norma dell’ordinamento gli riconosceva.

Non si deve poi sottacere che un’emergenza sanitaria – non ritenuta idonea a sospendere, da parte del Governo né del Parlamento, l’applicazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, i cui principi e garanzie ricalcano  quelle fondamentali della parte prima della Costituzione, in primis quella della libertà personale che a norma dell’art. 13, della stessa – non può in alcun modo essere assunta a presupposto né della auto attribuzione dei pieni poteri in capo al Governo, né tantomeno della sospensione delle garanzie e delle libertà costituzionali fondamentali.

Sostanzialmente con i numerosi DPCM emanati dall’avv. Giuseppe Conte sono stati violati gli articoli 3, 13, 16, 17, 18, 19 e 41, per citarne solo alcuni, oltre ovviamente, agli artt. 76 e 77 della Costituzione.

Il lockdown ha imposto alle persone di non spostarsi dal comune dove si trovavano, di stare chiuse dentro casa salvo i pochi motivi per cui è stato concesso di uscire. Una disposizione così penetrante costituisce una violazione della libertà personale, la principale delle libertà.

Una esasperata preoccupazione di tutelare il diritto alla salute non giustifica la privazione della libertà, in quanto non sembra che l’art.13 Cost. possa cedere  all’art. 32 Cost.; pertanto, tutte le restrizioni coattive per motivi di sanità devono necessariamente seguire la via giurisdizionale prevista dall’art.13. In altri termini mai potrebbe, dall’autorità pubblica, essere invocato l’art.32 Cost. per derogare, per motivi di salute, le garanzie dell’art.13.

Infatti, da una parte, lo stesso trattamento sanitario il quale, oltre che obbligatorio, divenga coattivo – prevedendo cioè l’imposizione del trattamento attraverso l’uso della coercizione da parte della pubblica autorità – deve ritenersi ricadere sotto l’applicazione e le garanzie dell’art. 13, Cost. (in quanto norma che si applica a tutte le misure coercitive incidenti sulla libera disponibilità del proprio essere fisico), non potendosi considerare l’art. 32 Cost., norma speciale e come tale essa è inidonea a prevalere su quella generale di cui all’art. 13 Cost. (C. Cost. 74/1968; C. Cost. 29/1973; 223/1976; 54/1986; 471/1990; 238/1996; 257/1996).

Dall’altra, se è vero che la limitazione della libertà personale ex art. 13 Cost., può essere ammessa per il perseguimento di fini ulteriori di rango costituzionale, secondo un giudizio di ragionevolezza e proporzionalità (cfr. per tutte, C. Cost. 39/1970), è pacifico che ciò non elide la necessità di rispettare le garanzie imposte dall’art. 13 Cost., in punto di riserva di legge assoluta e riserva di giurisdizione.

In altri termini, il legislatore può limitare la libertà personale perseguendo finalità ulteriori, di pari rango costituzionale, onde controbilanciarli con la prima; ma lo deve fare rispettando sia il principio della riserva di legge assoluta, attraverso l’individuazione tassativa delle misure, dei casi e dei modi, sia la riserva di giurisdizione.

Nessuna legge ordinaria, o decreto legge, o decreto legislativo, o decreto del presidente della repubblica, o provvedimento amministrativo, quali sono i Dpcm e le ordinanze dei ministri, o gli atti dei presidenti delle giunte regionali e dei sindaci, potrebbe scalfire la libertà personale, così come protetta dall’art. 13 Cost., imponendo tale norma che sia sempre un provvedimento del giudice a limitarla, ovviamente, sulla base di una previsione di legge rafforzata.

A ciò si aggiunga che l’art.32 non può prevale su un diritto fondamentale, quale è quello di libertà, perché se così non fosse diverrebbe un “diritto selvaggio”.

Ne consegue, pertanto, che l’imposizione di qualsivoglia prescrizione che incide sulla libertà dei cittadini viola, come ha violato e continua a violare, sia la riserva di legge, che quella di giurisdizione.

Le limitazioni della libertà dei cittadini perpetrate prima dal Presidente del Consiglio prof. avv. Giuseppe Conte e poi dall’attuale presidente del consiglio e responsabile del governo, dott. Mario Draghi, di concerto con i rispettivi Ministri, il quale ha introdotto un passaporto sanitario (green pass) che viola palesemente il Regolamento europeo n.953/2021 sono illegittime, inammissibili ed illecite.

Il Regolamento europeo n.953/2021 nel considerando n.36 stabilisce che è  necessario  evitare  la  discriminazione  diretta  o  indiretta  di  persone  che  non  sono  vaccinate, per  esempio  per  motivi  medici,  perché  non  rientrano  nel  gruppo  di  destinatari  per  cui  il vaccino  anti  COVID-19  è  attualmente  somministrato  o  consentito,  come  i  bambini,  o perché  non  hanno  ancora  avuto  l’opportunità  di  essere  vaccinate  o  hanno  scelto  di  non essere  vaccinate”.

Infine, si legge, «il presente regolamento non può essere interpretato nel senso che istituisce un diritto o un obbligo a essere vaccinati».

Il citato Regolamento UE relativo all’introduzione del certificato COVID digitale esclude l’obbligo vaccinale stabilendo anzi il principio di non discriminazione di coloro che non sono vaccinati, specificando che il possesso di un certificato di vaccinazione non deve costituire una condizione preliminare per l’esercizio del diritto di libera circolazione. Infatti il “Considerando” 36 del Regolamento (UE) 2021/953 del Parlamento europeo e del Consiglio del 14 giugno 2021 [su un quadro per il rilascio, la verifica e l’accettazione di certificati interoperabili di vaccinazione, di test e di guarigione in relazione alla COVID-19 (certificato COVID digitale dell’UE) per agevolare la libera circolazione delle persone durante la pandemia di COVID-19], ha stabilito che: “È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anti COVID-19 è attualmente somministrato o consentito, come i bambini, o perché non hanno ancora avuto l’opportunità di essere vaccinate o hanno scelto di non essere vaccinate”.

A ciò si aggiungano la violazione della Risoluzione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa n. 2361 del 2021, la violazione del Codice di Norimberga e dell’art. 16 della Convenzione di Oviedo.

Tuttavia il governo italiano, disattendendo una norma sovraordinata ha imposto l’obbligatorietà del passaporto sanitario per l’accesso a ogni luogo per alcune categorie di cittadini, come i sanitari, i militari e addetti alle forze dell’ordine, gli insegnanti e gli ultracinquantenni introducendo così una discriminazione nei fatti, in quanto impone delle restrizioni allo svolgimento della vita quotidiana dei cittadini, come l’ingresso in bar, negozi, trasporti pubblici, e così via.

Lo svolgimento di tali attività infatti costringerebbe alcuni cittadini a sottoporsi a test per la rilevazione del SARS-CoV-2 con una frequenza insostenibile dal punto di vista sia organizzativo, sia economico, non lasciando dunque altra soluzione al di fuori della  vaccinazione, ed altri, gli ultracinquantenni, a sottoporsi alla inoculazione di un farmaco autorizzato in via sperimentale e sotto condizione e di cui non si conoscono ancora tutti gli effetti avversi.

Il Governo italiano non ha inoltre ottemperato alla previsione di cui al terzo comma dell’art.15 Cedu, co.3, che prescrive: “Ogni Alta Parte contraente che eserciti tale diritto di deroga tiene informato nel modo più completo il Segretario Generale del Consiglio d’Europa sulle misure prese e sui motivi che le hanno determinate. Deve ugualmente informare il Segretario generale del Consiglio d’Europa della data in cui queste misure cessano d’essere in vigore e in cui le disposizioni della Convenzione riacquistano piena applicazione”.

L’assenza della notifica al Segretario Generale del Consiglio d’Europa è stata ufficializzata, nel comunicato stampa dell’Osservatorio permanente sulla Legalità Costituzionale del 17/10/2020 in cui si legge: “Il Consiglio d’Europa riconosce l’omissione dello Stato italiano”; affermazione condivisa dall’Ufficio del Segretario Generale.

Dalla mancata comunicazione ex art. 15 CEDU discende la pacifica conseguenza della piena vigenza in territorio italiano delle norme della CEDU – tra le quali, il diritto alla libertà personale, di recarsi sul posto di lavoro, di frequentare le scuole di ogni ordine e grado, di accedere nei pubblici uffici senza limitazioni e/o discriminazioni per categorie e fasce di età – e della Giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, con piena efficacia vincolante e sovraordinata (cfr., per tutte, Corte cost. 240/2018), quale parametro interposto per il mezzo degli artt. 10, 11 e 117 Cost.

L’utilizzo dello strumento della martellante propaganda dei vaccini ha poi alimentato e favorito un clima di vero e proprio terrore che ha inciso negativamente sull’economia del Paese e sull’equilibrio psicofisico di ogni persona, con grave “danno esistenziale” che perdura a tutt’oggi.

L’uscita di scena del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e la sua sostituzione con l’attuale presidente del consiglio nella persona di Mario Draghi non ha migliorato le cose.

Infatti con decreto legge n. 44 del 1 aprile 2021 il nuovo capo del governo stabiliva che fino al 31.12.2021 tutti gli operatori del comparto sanitario che svolgevano attività nelle strutture sanitarie, sociosanitarie e socio-assistenziali, sia pubbliche che private, farmacie, parafarmacie e studi professionali fossero tenuti a sottoporsi alla vaccinazione per la prevenzione dell’infezione da Sars-Cov-2. In caso di rifiuto gli appartenenti a detto settore sottoposti a demansionamento e destinati ad attività che non comportassero contatti interpersonali, naturalmente con applicazione di trattamento retributivo peggiorativo e, qualora il demansionamento non fosse stato possibile, venivano sospesi dal lavoro senza stipendio.

Pur in assenza di un obbligo vaccinale veniva introdotto uno strumento surrettizio che costringeva la maggior parte dei destinatari della norma alla vaccinazione. Successivamente con decreto legge n. 105 del 23 luglio 2021 veniva introdotto il “green pass” e dal 6 agosto 2021 veniva vietato a chi non fosse in possesso di alcuni requisiti (aver effettuato la prima dose di vaccino, o aver effettuato un tampone negativo nelle 48 ore precedenti, oppure essere guariti nei sei mesi precedenti dal Sars-Cov-2) di accedere a vari servizi, tra cui bar, ristoranti, palestre, piscine, ecc. . Seguivano i decreti legge n. 111/2021 e 127/2021, l’obbligo di green pass veniva quindi esteso, dapprima al comparto scolastico ed universitario e poi a tutto il mondo del lavoro, con la conseguenza che, per chi non si fosse vaccinato o non avesse accettato di farsi un tampone a sue spese ogni 48 ore non avrebbe potuto lavorare. Faceva seguito il decreto legge n. 172/2021 con cui le stesse misure “stringenti” venivano estese fino al 15 giugno 2022 a tutto il personale scolastico, ai comparti della difesa, della polizia locale della pubblica sicurezza e del soccorso pubblico, con la esclusione di adibire i non vaccinati a mansioni diverse.

Seguivano poi i decreti legge n. 221/2021 del 24 dicembre, n. 229/2021 del 30 dicembre 2021 e n. 1/2022 del 7 gennaio 2022 con cui il Governo Draghi, estendeva un obbligo vaccinale surrettizio (“super green pass”) a tutti i soggetti aventi una età superiore a 12 anni in relazione all’uso dei trasporti pubblici ed allo sport di squadra anche all’aperto.

Il decreto-legge 24.12.2021 n. 221, oltre a “prorogare” il cosiddetto “stato di emergenza”, ha  introdotto nuove restrizioni, allargando l’impiego del super green pass, o green pass rafforzato, il che significa che la vaccinazione diveniva la conditio sine qua non per l’esercizio di una serie sempre più estesa di attività, anche le più banali, il tutto, oltre che  illegale, in assenza della benché motivazione scientifica, cui  non pone rimedio il rituale e stereotipato richiamo all’art. 32 Cost., richiamo sempre più vacuo in assenza di referenti precisi sul fronte della sanità pubblica.

Con il “green pass rafforzato”, nemmeno il tampone è più sufficiente per tali attività, il che non ha alcun senso logico, se il tampone rappresenta comunque una garanzia minimale di non infezione attuale -cosa che il vaccino, in questa situazione paradossale, non assicura-sicché si viene a imporre il vaccino stesso come condizione per l’esercizio di diritti minimali, pur continuando il vaccino a non essere obbligatorio, il che ci proietta davvero in una commedia dell’assurdo, che forse un giorno qualcuno sarà in grado di spiegare nelle effettive ragioni.

Il Governo sostanzialmente propone come concessione onerosa ai cittadini l’esercizio da parte loro di diritti umani e fondamentali di rango costituzionale e super-costituzionale, i quali appartengono loro immediatamente e irrevocabilmente in forza della Costituzione e delle dichiarazioni internazionali dei diritti, che però vengono, prima abusivamente revocati, e poi nuovamente rilasciati, riconcessi graziosamente, ma in cambio del previo adempimento (estorto) di un onere gravoso, ossia adottare i comportamenti che consentono di conseguire il green pass e ora il super green pass.

Il green pass e il green pass rafforzato, in nome dell’interesse della collettività alla salute previsto dall’art. 32 cost., comprimono, estinguendoli (secondo il linguaggio del diritto amministrativo) e rendendoli “diritti in attesa di espansione” (Sandulli), quindi “interessi legittimi” nell’accezione tradizionale e non “diritti soggettivi” pieni, una grande quantità di diritti umani elementari, connessi alle esigenze minimali del vivere civile e umano, che vengono – violando le basi del costituzionalismo liberale e del principio dello stato di diritto- subordinati a un discrezionale lasciapassare ottriato dello Stato, per il solo caso in cui, anche contro la propria autentica volontà, ci si inoculi: occorre qui sapere cogliere il salto di qualità, per il quale il diritto fondamentale viene, non più garantito a livello costituzionale come rigido, ma subordinato al lasciapassare discrezionale del governo, trasformando la Costituzione -con l’insieme dei diritti umani e fondamentali- da rigida a flessibile, per cui non vale più il principio liberale per il quale tutto è consentito, salvo che non sia vietato per valida ragione, ma vale il “nuovo” principio, per il quale tutto è vietato, salvo che non sia assentito dal governo per ragioni che ritiene valide per assentire, ad esempio l’essersi vaccinato coi vaccini però da esso stesso autorizzati, dato che trattamenti di tipo diverso non assumono valenza autorizzatoria.

Se si viene a riconoscere che il governo goda di discrezionalità e flessibilità nell’amministrare i diritti umani e fondamentali, sulla base della proclamazione della superiorità, rispetto ai diritti umani e fondamentali, di un qualche “interesse pubblico” discrezionalmente individuato, sulla base di una qualche norma grimaldello cercata ad hoc nel testo costituzionale, questo “interesse pubblico” oggi viene individuato nella “salute”, ma un domani potrà essere individuato in una qualsiasi altra esigenza, che fosse ritenuta prevalente sui diritti umani dall’autorità di governo; e già si prospettano situazioni simili a proposito dell’”ambiente”, per cui il pretesto finisce con l’essere poi sempre la “salute”, come se l’art. 32 Cost. costituisse una norma larvata sullo stato di eccezione, cosa che non è mai stata sostenuta da alcun autore, se non ad hoc e ad usum delphini. In effetti, se il “diritto in attesa di espansione” del Sandulli ha senso con riferimento a determinate condotte amministrate (si pensi all’urbanistica), non ha alcun senso se riferito a diritti fondamentali, i quali si stagliano come preclusivi e primari in un ordinamento lessicografico. Ora, tutto ciò è intrinsecamente illegale ed eversivo ed osta con specifiche disposizioni di diritto internazionale ed eurounitarie. L’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, nella sua Risoluzione n. 2361 del 2021, intitolata Covid-19 vaccines: ethical, legal and practical considerations, al punto 7.3.1 ha infatti previsto esplicitamente che è compito dei governi “ensure that citizens are informed that the vaccinationis NOT mandatory and that no one is politically, socially, or otherwise pressured to get themselves vaccinated, if they do not wish to do so themselves”. E al punto 7.3.2. “ensure that no one is discriminated against for not having been vaccinated, due to possible health risks or not wanting to be vaccinated.”

Con il decreto legge n. 1/2022), non veniva consentito il lavoro fino al 15 giugno 2022 a tutti gli ultracinquantenni che non si fossero sottoposti “spontaneamente” alla vaccinazione o che non fossero guariti dal covid e veniva imposto l’uso del tampone ogni 48 ore per qualsiasi attività sociale. 

L’obbligo di tampone sta a significare che si è in presenza di uno strumento di vera e propria coercizione volto a costringere ogni persona alla vaccinazione e non una scelta diretta alla tutela della salute pubblica.

Se invece di fosse trattato di tutelare la salute, l’obbligo di tampone sarebbe stato imposto anche ai vaccinati, che, come è ormai noto a tutti, possono contagiarsi e contagiare allo stesso modo dei non vaccinati.

Con l’ultimo decreto legge (n.24/2022) detto falsamente “Fine Emergenza”, si constata che l’emergenza viene resa eterna, atteso che viene instaurata una vera e propria dittatura “terapeutica” in vista della prossima pandemia, prevista quest’autunno da Ursula e Pfizer. Lo scopo è di giungere alla inoculazione del 100 per cento dei cittadini. Di tale compito il governo Draghi investe un solo ministro, l’on. Roberto Speranza, cui trasferisce i necessari pieni poteri previsti nell’art.10 bis del citato decreto, cui vi è scritto che il Ministero della Salute con propria ordinanza è autorizzato dal 1 aprile 2022 ad adottare e aggiornare linee guida e protocolli per lo svolgimento in sicurezza dei servizi e delle attività economiche, produttive e sociali e può introdurre limitazioni agli spostamenti da e per l’estero. 

Resta poi in piedi la struttura dell’apparato emergenziale che dovrebbe diventare ordinaria a partire da gennaio 2023.

Quanto esposto rappresenta, nella sua triste realtà, la situazione che tutti stiamo vivendo nell’inerzia totale di un Parlamento che appare sempre più disattento ed incapace di riappropriarsi dell’esercizio delle sue funzioni e prerogative costituzionali, quale titolare del potere legislativo.

A questo punto la Nazione ed il Popolo italiano non possono fare altro che confidare in un autorevole intervento della Magistratura affinché, nel rispetto della legalità e di ogni regola garantista, ponga un freno ad una deriva che appare inarrestabile e che ci allontana sempre di più da quelli che dovrebbero essere i principi cardine di uno Stato di diritto.

Per tutte le ragioni di cui alla narrativa che precede sussiste la concreta possibilità di poter ravvisare – nelle condotte del precedente Presidente del Consiglio, Prof. avv. Giuseppe Conte, dell’attuale Presidente del Consiglio, dott. Mario Draghi, del Ministro dell’Interno Dr.ssa Luciana Lamorgese e del Ministro della Salute, On. Roberto Speranza e/o degli altri componenti del governo, nonché di coloro che, rivestendo funzioni apicali nella P.A.,  hanno esercitato i poteri con autonomia decisionale, in un contesto ben definito di precisi ruoli e responsabilità, non solo politiche ma anche a livello giuridico – rendendosi responsabili di condotte di rilevanza penale in relazione alla gestione dell’intera vicenda, dal 30 gennaio 2020 (data di dichiarazione da parte dell’OMS dello stato di emergenza di sanità pubblica internazionale) ad oggi.

Senza intento di sovrapporre il presente esposto all’attività investigativa e/o giudiziaria delle Autorità preposte, si ritiene utile esaminare in sintesi le singole fattispecie criminose in cui rientrano le condotte delle persone sopra indicate:

A) Art.287 Codice penale – Usurpazione di potere politico

B) Art. 283 Codice penale – Attentato contro la Costituzione dello Stato.

C) 610 Codice penaleViolenza privata

D) Art.289 bis Codice penale – Sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione

Sintetica disamina delle fattispecie di reato:

A) Art.287 Codice penale – Usurpazione di potere politico o di comando militare

Trattasi di ipotesi criminosa contenuta in una norma speciale rispetto al delitto di usurpazione pubbliche da cui si differenzia in quanto l’usurpazione riguarda un potere politico o un comando militare.

All’usurpazione da intendersi come l’assumere un potere che per legge non spetta, è poi equiparata l’arbitraria ritenzione, che si verifica quando una persona, legittimamente rivestita di un potere, persiste nell’esercitarlo, dopo che è cessato per una qualsiasi causa senza però essere stato nuovamente autorizzato.

Risponderà di usurpazione di potere politico chiunque si arroghi funzioni proprie del Corpo elettorale, delle Assemblee legislative, del Governo, della Corte Costituzionale, del Capo dello Stato e del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Nel nostro ordinamento giuridico vi è la regola generale del divieto assoluto in capo al Governo di emanare decreti aventi forza di legge, salve le tassative eccezioni espressamente contemplate.

Qualora il Governo attribuisca a sé stesso poteri dispositivi che non ha, la sua condotta non può che integrare la fattispecie in esame.

Difatti, il Potere Politico si identifica con la potestà d’imperio, costitutiva o dispositiva, spettante al Capo dello Stato, nonché agli organi legislativi ed esecutivi (Fiandaca-Musco), inclusi i Prefetti e gli agenti consolari. Sono escluse le funzioni giudiziarie ed amministrative, come pure quelle di mera rappresentanza.

La condotta usurpante del Potere Legislativo da parte del Governo Conte bis si manifestava in tutta la sua evidenza sin dal mese di gennaio 2020, allorquando l’esecutivo dichiarava un illegittimo (poiché sconosciuto al nostro Ordinamento Costituzionale) stato di emergenza.

Si ribadisce che la Carta Costituzionale prevede esclusivamente lo Stato di Guerra (art. 78) che, in ogni caso, viene deliberato dalle Camere, le quali conferiscono al Governo i poteri necessari.

Il Governo, invece, provvedeva autonomamente e con totale estromissione del Parlamento, a dichiarare il già citato Stato di Emergenza con delibera del Consiglio dei Ministri del 31.01.2020.

La condotta usurpante proseguiva con il Decreto Legge n. 6/2020, con cui il Governo Conte delegava sé stesso a disporre limitazioni di tutte le libertà costituzionali.

Poi, in sede di conversione dei decreti legge da parte del Parlamento, quella delega auto conferita si considerava surrettiziamente e forzatamente sanata, anche se, in base alle previsioni costituzionali, l’attività delegata del Governo avrebbe dovuto provenire dal Parlamento ed il Governo non avrebbe potuto auto attribuirsi pieni poteri delegandoli a sé stesso per poi ottenere, a valle, la sanatoria dalla maggioranza parlamentare con lo strumento reiterato della questione di fiducia.

Nessuna norma costituzionale prevede casi od ipotesi in cui il Governo sia legittimato a delegare, tantomeno sé stesso, l’emanazione di provvedimenti aventi di forza di legge.

Il Governo può, invece, essere delegato ad emanare provvedimenti aventi forza di legge, a condizione che la delega provenga, però, dalle Camere. È il caso del Decreto Legislativo.

L’Esecutivo si è venuto a trovare, pertanto, nella incostituzionale condizione di delegante e delegato contemporaneamente, di fatto usurpando il Potere Legislativo spettante alle Camere, le quali sole avrebbero avuto la potestà di delegare al Governo la funzione legislativa, peraltro, nel rispetto di principi e criteri direttivi di cui alla delega stessa, soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti (art. 76 Cost.).

La condotta usurpante è proseguita ed è tuttora in corso, posto che tutta la produzione normativa emergenziale è consistita e consiste in Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) ed Ordinanze Ministeriali, emessi in assenza di qualsivoglia delega parlamentare ed aventi ad oggetto limitazioni della libertà personale, della libertà di circolazione, della libertà di riunione, della libertà d’iniziativa economica privata.

In definitiva, il Governo Conte, a far data dal mese di febbraio 2020, ha esercitato “uti dominus” il potere legislativo, usurpando le funzioni del Parlamento per averlo estromesso dall’iter formativo delle leggi, nonché disciplinando materie coperte da riserva di legge assoluta con atti meramente amministrativi.

Il reato in parola è pienamente integrato, vieppiù se si considera che per la configurazione dello stesso è richiesto il dolo generico, consistente nella coscienza e volontà di usurpare un potere politico o militare.

Non vi è dubbio che il Presidente del Consiglio, peraltro avvocato, nonché l’intero Consiglio dei Ministri, fossero “ab origine” coscienti delle gravi violazioni che stavano e stanno tuttora commettendo; è, dunque, consequenziale anche la volontà dello stesso Presidente del Consiglio e di tutti i Ministri di usurpare il potere legislativo spettante al Parlamento.

Interessantissima appare, in proposito, l’ordinanza del 16/12/2020 del  Tribunale Civile di Roma, sez. VI, emessa dal Giudice Dott. Alessio Liberati, resa incidentalmente all’interno di un procedimento di convalida di sfratto recante R.G. 45986/2020, nella quale si leggono censure pesantissime all’operato del Governo, tra cui anche quella di non aver motivato in alcun modo le ragioni che giustificano i provvedimenti restrittivi emessi, provvedimenti che contengono motivazioni “de relato” (i contenuti dei verbali del CTS non sono riportati) che secondo il Governo evidentemente dovrebbero essere accettate come atti di fede e per questo idonee a comprimere le nostre libertà fondamentali. Inoltre, a pag. 8 della predetta ordinanza si ribadisce ancora come “si tratta pertanto di provvedimenti contrastanti con gli articoli che vanno dal 13 al 22 della Costituzione e con la disciplina dell’art. 77 Cost., come rilevato da autorevole dottrina costituzionale”.

Infatti, secondo il Tribunale Civile di Roma, “come già affermato da giudici emeriti della Corte Costituzionale come Baldassarre, Cassese e Marini, i DPCM emanati durante il lockdown presenterebbero profili di illegittimità e di incostituzionalità, con la conseguenza che il Presidente del Consiglio avrebbe operato senza alcuna copertura legislativa”.

E, altresì, da condividere quanto argomentato da quel Giudice di Roma, il quale, oltre a ribadire che i DPCM sono atti amministrativi e, pertanto, non possono restringere le libertà personali garantite dalla Costituzione, ha affermato che “i DPCM non possono nemmeno prevedere norme generali ed astratte, essendo questa una competenza riservata soltanto alle leggi”. Nella citata ordinanza si legge ancora: “In ogni caso la funzione legislativa delegata è disciplinata dall’articolo 76 Cost., il quale, nel prevedere ‘l’esercizio della funzione legislativa, non può essere delegato al Governo se non con la determinazione di principi e criteri direttivi’ impedisce, anche alla legge di conversione di decreti legge la possibilità di delegare la funzione di porre norme generali astratte ad altri organi diversi dal Governo, inteso nella sua composizione collegiale, e quindi con divieto per il solo Presidente del Consiglio dei Ministri di emanare legittimamente norme equiparate a quelle emanate in atti aventi forza di legge”.

Da quanto sopra dedotto ed argomentato, pertanto, si rileva che il Presidente del Consiglio ha esautorato il Parlamento e ha persino assunto, di conseguenza, pieni poteri semi-presidenziali in violazione degli artt.138 e 139 Cost.

E’ innegabile che il Governo presieduto da Giuseppe Conte ha di fatto legiferato su tutto, anche su questioni non collegate all’emergenza sanitaria, motivando l’urgenza e la necessità sul persistere dell’emergenza medesima, costringendo il parlamento con “la questione della fiducia” a convalidare ogni decreto legge senza possibilità di un qualsivoglia dibattito o emendamenti.

Il governo di Mario Draghi ha poi seguito sullo stesso iter , addirittura in modo più stringente e severo.

Appare altresì evidente che il precedente Governo abbia violato lo stesso D.lgs. 1 del 2 gennaio 2018 prorogando, con il Decreto Legge n. 105 del 23 luglio 2021, lo stato di emergenza, irritualmente dichiarato con delibera del Consiglio dei Ministri il 31 gennaio 2020, dal momento che, come accennato, il codice della protezione civile invocato a supporto dell’assunzione di pieni poteri in capo all’esecutivo è riferibile unicamente alle ipotesi di calamità naturali e non certamente l’emergenza sanitaria.

Infatti, ammesso che il Decreto Legislativo 1/2018 fosse stato legittimamente utilizzato per affrontare l’emergenza sanitaria, il Governo Draghi ne sta oggi violando palesemente le previsioni, atteso che in forza di quella legge la durata massima dell’emergenza non può mai superare i due anni.

Sostanzialmente quindi, senza soluzione di continuità, il Governo dal 31 gennaio 2020 continua a conservare dei poteri “non suoi”, che appartengono invece al Parlamento.

B) Art. 283 Codice penale – Attentato contro la Costituzione dello Stato.

Tale norma così recita:  “Chiunque, con atti violenti, commette un fatto diretto e idoneo a mutare la Costituzione dello Stato o la forma di Governo, è punito con la reclusione non inferiore a cinque anni”.

Non vi non veda come la condotta tenuta dal 31 gennaio 2020, che si protrae ancora senza alcuna soluzione di continuità integri il reato di attentato contro la Costituzione dello Stato.

Il bene giuridico leso consiste nel mutamento del dettato della Costituzione formale o della forma di Governo.

Per la configurazione di tale reato sono punibili anche i semplici atti che solamente siano idonei al raggiungimento dello scopo.

Per quanto riguarda l’altro elemento costitutivo del reato, la violenza, essa deve essere propria, consistente nell’impiego di energia fisica sulle persone o sulle cose, esercitata direttamente o per mezzo di uno strumento.

Citando un’autorevole dottrina (ex plurimis Fiandaca-Musco), il concetto di violenza necessario per l’integrazione del reato in parola è ampio e confluisce nel concetto di violenza impropria.

La fattispecie, difatti, incrimina non già gli atti diretti a ledere l’ordinamento costituzionale quanto, piuttosto, i modi del suo mutamento.

Integrano la condotta, pertanto, tutti gli atti compiuti “con mezzi diversi da quelli che la stessa Carta Costituzionale prevede come strumenti legittimi di revisione politico-istituzionale: bene protetto è, pertanto, la legittimità dell’evoluzione costituzionale” (Cass. Pen., sez. I, 27.11.1968), che deve essere attuata solo con i mezzi che sono propri dell’ordinamento vigente.

Soggetto attivo della fattispecie criminosa de qua può essere chiunque, trattandosi di reato comune, nel quale l’elemento della violenza consiste nell’utilizzo di mezzi non previsti dalla Costituzione.

Vale la pena evidenziare che trattasi, inoltre, di reato di scopo; pertanto, integrano la condotta gli atti diretti alla lesione dell’ordinamento costituzionale, non già quelli che ottengono il risultato dell’effettivo mutamento.

Come chiarito dalla Suprema Corte (Cass. Pen., sez. I, 27.11.1968), trattasi di reato a forma libera, che può assumere anche forma omissiva.

Tale precisazione del Supremo Collegio è fondamentale in quanto dirada ogni nube in merito alla portata ed all’ampiezza da riconoscere al concetto di violenza con riferimento all’art. 283 c.p.

Il fatto previsto può anche estrinsecarsi in una condotta volta a coartare la volontà degli organi dello Stato competenti in materia di modifica della Costituzione, in modo da indurli a concessioni cui altrimenti non avrebbero liberamente acconsentito.

In materia la Suprema Corte con sentenza della prima Sezione n. 1569 del 27.11.1968 ha affermato: “La tutela apprestata dall’art. 283 c.p. non è volta a garantire lo statu quo giuridico ma piuttosto la legittimità della evoluzione costituzionale, che deve essere attuata solo con i mezzi che sono propri dell’ordinamento vigente. Ne consegue che l’attività di chi ricorre a mezzi di violenza e di distruzione anziché sollecitare quelli previsti dalla legge (ad es. dagli artt. 116, 132 e 138 della Costituzione), confluisce univocamente nello schema delittuoso previsto dalla suddetta norma. L’ordinamento regionale, provinciale e comunale fa parte integrante della Costituzione, sì che ogni suo mutamento, perseguito con mezzi non consentiti, realizza la figura di reato prevista dall’art. 283 c.p.”.

Nel caso di specie si tratta di violenza di tipo immateriale, una “violenza politica”, attuata con azioni e dichiarazioni di grande impatto psicologico compiute al fine di raggiungere obiettivi del rovesciamento del sistema istituzionale delineato dalla Costituzione italiana e del costringimento dei cittadini alla obbedienza ai voleri del Governo, pena la perdita, per chi non vi si adegui, delle libertà fondamentali e dei diritti inviolabili dell’uomo. 

Si tratta di una violenza verbale che alimenta campagne d’odio e di discriminazione nei confronti di coloro che vengono con spregio additati quali “no vax”, in aperta violazione del Regolamento n. 953/2021 dell’Unione Europea, che prevede la necessità di evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate o che hanno scelto di non vaccinarsi.

Il Presidente del Consiglio Mario Draghi in data 22 luglio 2021 in una sua apparizione  in televisione esordì così: “L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire, sostanzialmente. Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire: non ti vaccini, ti ammali, contagi, qualcuno muore“; nonché: “Il green pass è una misura con cui gli italiani possono continuare a divertirsi, ad andare al ristorante e a spettacoli all’aperto e al chiuso, con la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose“.

Ed è una violenza che ha inciso e mira ad incidere sulla libera scelta del cittadino, che viene addirittura materialmente additato come “untore” e costretto a compiere un atto di disposizione di sé contro la sua volontà, subendo una coercizione attraverso un atto politico violento che gli impedisce di lavorare, di percepire un reddito, di avere accesso in determinati luoghi, di circolare liberamente, di frequentare persone, luoghi ed eventi, subendo la privazione di molti dei suoi diritti fondamentali cui si è fatto cenno nella narrativa del presente atto.

Il contesto giuridico emergenziale avviato con la delibera del consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020, con cui è stata dichiarata per i primi sei mesi l’emergenza da Coronavirus ha esautorato il Parlamento della funzione legislativa, modificando gli equilibri costituzionali, a vantaggio del potere esecutivo, che ha potuto agire in deroga delle leggi dello Stato e avviare autonomamente ed in spregio del parlamento, a ritmo di decreti legge, le  riforme dell’intera organizzazione della pubblica amministrazione, della sanità, della scuola e della giustizia, intervenendo, per quanto concerne la Magistratura, alla sua indipendenza ed autonomia.

A riprova della violenza politica per spingere i cittadini alla vaccinazione, il Governo, in persona del Presidente del Consiglio dei Ministri, avv. Conte Giuseppe prima e dott. Draghi Mario poi, ha adottato misure liberticide progressivamente sempre più incisive e stringenti, fino alla soppressione, come detto, di numerosi diritti fondamentali e di libertà personali.

Ha limitato o impedito il diritto di lavorare a molti lavoratori di diversi settori produttivi; limitato ed impedito la libera circolazione; imposto l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale contro ogni evidenza scientifica; imposto ai lavoratori di sottoporsi, a proprie spese, a test non diagnostici antigienici o molecolari finalizzati alla diagnosi del Sars-CoV-2, ogni due giorni, al fine di poter svolgere la propria attività lavorativa; dall’1 aprile 2021, con il DL 44/21, ha imposto ai lavoratori del settore sanitario di sottoporsi alla “vaccinazione anti Sars-CoV-2”, pena la sospensione dall’esercizio e dallo svolgimento della attività lavorativa, senza retribuzione né previsione di assegno alimentare; successivamente, con il DL 172/21 ha imposto ai lavoratori del comparto scuola di sottoporsi alla “vaccinazione anti Sars-CoV-2”, pena la sospensione dello svolgimento della attività lavorativa, senza retribuzione né previsione di assegno alimentare; ha poi imposto ai lavoratori del comparto Forze dell’Ordine di sottoporsi alla “vaccinazione anti Sars-CoV2”, pena la sospensione dello svolgimento della attività lavorativa, senza retribuzione né previsione di assegno alimentare; ha impedito ai cittadini non vaccinati di utilizzare mezzi di trasporto pubblico e privato, compresi i traghetti da e per le isole, così di fatto confinandoli; ha impedito ai cittadini non vaccinati di recarsi in luoghi dove si svolge attività sportiva e/o ludica; ha impedito ai cittadini non vaccinati di recarsi in bar, ristoranti, luoghi in cui si realizzano attività culturali, sportive e grandi eventi (cinema, musei, teatri, stadi, terme etc); ha introdotto il cosiddetto “Green Pass”, la Certificazione Verde, quale documento elettronico per certificare la “condizione di immune” necessaria al fine di poter esercitare attività lavorative, anche di volontariato, e di accedere alle attività sociali; poi, ha introdotto il cosiddetto “Super Green Pass”, quale documento elettronico capace di certificare la “condizione di immune” che si consegue unicamente con la guarigione dalla malattia o sottoponendosi alla vaccinazione anti-Sars-CoV-2; ha introdotto limiti di validità alla certificazione elettronica di immunità, inizialmente a 12 mesi, poi a 9 mesi, infine a 6 mesi; ha introdotto l’obbligo di sottoporsi al ciclo vaccinale cosiddetto primario dichiarandolo sufficiente per l’immunizzazione; poi, ha introdotto l’obbligo per talune categorie di lavoratori di sottoporsi dopo il ciclo vaccinale cosiddetto primario alla terza dose, cosiddetta di richiamo o booster; ha delegato di fatto a personale privato lo svolgimento della verifica delle certificazioni sanitarie di liberi cittadini che implica l’accesso a dati sensibili personali; ha autorizzato sia personale privato, prima, che l’Agenzia delle Entrate poi (con il DL n.1/22) ad accedere a dati sensibili sulla condizione sanitaria personale, in violazione del diritto alla privacy; ha esteso l’obbligatorietà della esibizione del Green Pass Rafforzato a liberi cittadini e stranieri presenti in Italia, anche non lavoratori, che abbiano compiuto i cinquanta anni, prevedendo sanzioni in caso di inottemperanza dell’obbligo; ha previsto di restringere ulteriormente il diritto di libera circolazione dei cittadini in caso di aumento del numero di contagi, che aumentano proporzionalmente all’aumentare del numero dei tamponi, nelle diverse aree regionali contraddistinte all’uopo dai colori bianco, giallo, arancione, rosso; ha fortemente consigliato la vaccinazione anti Sars-CoV-2 anche alle donne in gravidanza, nonché ai minori di anni 18 e, ad oggi, alla fascia di età dai 5 ai 12 anni.

Con il DL n.1/22 si è impedito alle persone non munite della Certificazione Verde COVID-19 l’accesso a servizi essenziali, ai pubblici uffici, ai servizi postali, bancari e finanziari, alle attività commerciali e agli uffici giudiziari, in cui è richiesta la Certificazione Verde anche ai difensori per l’accesso ai locali in cui si realizza l’esercizio della attività difensiva ex art 24 della Costituzione.

Il Governo ha diffuso continuamente notizie inquietanti sul numero dei contagi, dei decessi, delle relative correlazioni (malori improvvisi dovuti al Covid, o alla vaccinazione o alla assenza della stessa), nonché sui ricoveri e le guarigioni, terrorizzando i cittadini tutti attraverso la propaganda e mediante penetranti campagne mediatiche incentivate con contributi economici agli editori.

La campagna di terrore ha indotto gli ignari cittadini a rivolgersi serenamente agli Hub vaccinali per farsi somministrare un siero genico sperimentale, le cui reazioni avverse stanno determinando gravi conseguenze, alcune volte letali.

Con uno profluvio di decreti legge, atti amministrativi e circolari ministeriali, il Governo ha letteralmente stravolto l’Ordinamento della Repubblica delineato dalla Costituzione, ha superato il principio di separazione dei poteri dello Stato ed ha accentrato in sé un potere legislativo rafforzato, sovvertendo così la gerarchia delle fonti di produzione del diritto sino a riscrivere le basi del nostro ordinamento, eliminando radicalmente diritti fondamentali attraverso regolamenti esecutivi lesivi degli essenziali diritti umani e degli elementari principi costituzionali informatori della Repubblica.

Sono stati e continuano ad essere calpestati tutti i diritti individuali e sociali ed ogni libertà personale o collettiva, con la loro limitazione e con la restrizione anche dei margini di tutela effettiva per via giudiziaria.

Nemmeno il Testo Unico delle Leggi Sanitarie, specificamente definito come Legge dello Stato alla gestione delle malattie infettive, approvato nel 1934, durante il regime fascista ed ancor oggi in vigore, aveva previsto i pieni poteri in capo all’esecutivo.

Dalla dichiarazione dello stato di emergenza riveniente dall’impropria, o subdola utilizzazione del D.lgs n.1/2018 potrebbe discendere la legittimazione di modus operandi straordinari, che rimangono comunque illegittimi e persino illeciti.

Il 3 co. dell’art.24 del Codice della Protezione Civile (Decreto Legislativo n.1/2018) indica il termine di durata dello stato di emergenza di rilievo nazionale: esso “non può superare i 12 mesi, ed è prorogabile per non più di ulteriori 12 mesi”. La disposizione, quindi, prevede un termine massimo assoluto di ventiquattro mesi, che si compone della somma del termine di durata massimo di dodici mesi per la sua prima fase, a cui potrebbe aggiungersi un ulteriore termine della durata massima di dodici mesi per una seconda fase in proroga.

Sulla base dei criteri generali di applicazione dei termini legali, la previsione di un termine massimo non impedisce ipso facto l’anticipazione della cessazione degli effetti giuridici in un momento anteriore rispetto al limite massimo consentito, posto che trattasi di un termine ultimo di decadenza rispetto ad un periodo in cui l’esercizio di una facoltà può esaurirsi prima. Esattamente come è avvenuto con il Decreto del Consiglio dei Ministri del 31.01.2020, che ha in origine – nella prima fase genetica – stabilito in sei mesi la durata dello stato di emergenza, a decorrere dalla data del “presente provvedimento”, quindi sino al 31 luglio 2020.

Il Decreto del Consiglio dei Ministri del 31.01.2020 ha in autonomia stabilito che l’emergenza sarebbe durata sei mesi, fino al 31 luglio 2020. Esaurita la prima fase genetica fissata in un arco temporale ricadente entro il termine di un anno consentito dalla Legge, il Governo ha deciso di andare oltre il 31 luglio 2020 attraverso l’esercizio della facoltà di proroga per un ulteriore termine massimo di 12 mesi, come previsto dalla stessa norma; ciò a decorrere dalla scadenza della prima fase genetica, quindi a far data del 31 luglio 2020. Infatti, con Decreto del Consiglio dei Ministri del 29.07.2020, il Governo prorogava lo stato di emergenza dapprima sino al 15 ottobre 2020, poi al 31 gennaio 2021, poi al 30 aprile 2021, infine al 31 luglio 2021, così esaurendo il termine massimo di proroga di “ulteriori 12 mesi” stabilito dall’art.24, co.3, del D.Lgs 1/18.

Appare conseguentemente illegittima e al di fuori di ogni previsione e di ogni legge l’ulteriore proroga dell’emergenza successiva al 31 luglio 2021 e da ultimo quella fino al 31 marzo 2022.

Ne consegue che la cessazione degli effetti della dichiarazione dello stato di emergenza si è perfezionata inderogabilmente a far data del primo agosto 2021, a ciò accompagnandosi la privazione del substrato giuridico a tutte le norme che traggono origine dalla dichiarazione medesima e che la conservazione dei pieni poteri sfoci nella loro usurpazione. 

L’ulteriore proroga disposta con il DL 105/21 si è, quindi, configurata come palese violazione di legge, in particolare del citato comma 3 dell’articolo 24 del D.Lgs 1/18, tanto da non essere più richiamata nei preamboli degli atti del Governo aventi efficacia di legge a partire dal DL 172/21 del 26.11.2021.

In definitiva si protrae una condizione altamente lesiva dei diritti inviolabili e dell’ordinamento democratico, per cui è necessario l’intervento di chi ha giurato di presidiare la difesa della Patria contro eventi idonei a sovvertirne la struttura (art. 52 della Costituzione). Chi esercita la pubblica funzione è chiamato alla fedeltà alla Repubblica e all’osservanza della Costituzione e delle Leggi (art.54 della Costituzione), nel rispetto dell’art. 139 della Costituzione che stabilisce che la forma Repubblicana del nostro Stato non può essere modificata in nessun modo.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art.1, co.2, Costituzione) non è un predicato del passato, così come attuali rimangono forme e limiti del suo esercizio, che si manifestano attraverso le forme parlamentari (art.55 e ss. Costituzione) e le istituzioni democratiche limitate da precisi confini di attribuzione e di competenza, in un equilibrio tra pesi e contrappesi che non consentano a nessuno di rovesciare l’ordine democratico e di sostituirsi ai rappresentanti direttamente eletti dal Popolo nella definizione dell’interesse collettivo (art.83 e ss. Costituzione). È necessaria la più rigorosa osservanza della Costituzione e della Legge per non essere nuovamente catapultati in un limbo emergenziale perenne, senza fine, “normalizzato“.

La proroga dello stato di emergenza oltre il 31 luglio 2021 è incontrovertibilmente illegittima, poiché in violazione di legge (art.24, co.3, del D.Lgs 1/18), ed è penalmente illecita quale delitto plurioffensivo, in primis contro la personalità dello Stato.

Peraltro, la proroga ha offerto una chiara retrospettiva su provvedimenti passati, che per natura e contesto perfezionano il delitto di usurpazione di un potere politico, in particolare della funzione legislativa del Parlamento, che il Governo continua ad esercitare indebitamente con decreti legge ad efficacia differita, quindi in violazione dell’art. 77 della Costituzione per il difetto del requisito dell’urgenza, così persistendo nella violazione dell’articolo 287 c.p.

Tutta la decretazione d’urgenza dei Governi Conte e Draghi si caratterizza come articolazione di un’unica norma tuttavia scomposta e disarticolata in più decreti, ciascuno dei quali incide settorialmente su una o più categorie sociali o aggrava precedenti restrizioni o imposizioni, fino al duplice risultato conclusivo, a prescindere dal reale andamento delle curve epidemiologiche, di sottoporre l’intera popolazione ad una sperimentazione farmacologica e di normalizzazione dell’attuale assetto istituzionale, parametrato ad uno stato d’emergenza. 

Da anni vengono emanate compulsivamente, spesso ad efficacia differita, decreti senza cura alcuna di specificare nei preamboli la non sufficienza delle norme già esistenti, tanto che vi è stata l’emanazione di Decreti Legge senza l’attesa degli effetti dell’applicazione dell’immediatamente precedente decretazione d’urgenza, così come si è palesato in ultimo con i decreti legge del 24.12.21, del 30.12.2021 e del 07.01.2022. Oltre alla violazione dei limiti di legittimità dell’azione del Governo ex art.77 Costituzione, si evidenzia la violazione dell’art. 15 della L.400/88 che disciplina l’attività di Governo e l’ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

A riprova di tale insormontabile dato di fatto, il DL 122/21 non è stato convertito in legge, così determinandosi la cessazione dell’obbligo vaccinale in esso contenuto; ma con successivi Decreti Legge (a partire dal DL 172/21) lo stesso obbligo è stato esteso in forma addirittura aggravata.

I provvedimenti susseguitisi dalla dichiarazione dello stato d’emergenza ad oggi, quindi, costituiscono per loro natura e contesto un filo rosso, una trama, che palesa l’elemento psicologico del dolo e della premeditazione dell’eversione dell’ordine democratico e dell’attentato alla Costituzione.

Detti provvedimenti, infatti, oltre ad avere originato il gravissimo danno economico e sociale per il Paese rappresentano plasticamente il metodo violento adoperato per intimidire la popolazione.

C) 610. Codice penale – Violenza privata

L’azione di governo dettata dalla sua cabina di regia e dal CTS non sta facendo altro che escludere dal lavoro e dalla stessa società un numero considerevole di persone.

L’imposizione di un passaporto sanitario, quale è il green pass, equiparabile al lasciapassare di infausta memoria, non trova alcuna legittimazione nella Costituzione che all’art. 32, prevede e consente l’imposizione di trattamenti sanitari con legge, ma mai di trattamenti che siano lesivi del “rispetto della persona umana”.

Nel nostro ordinamento la tutela costituzionale della salute contenuta nell’art.32 intesa come diritto individuale ed interesse della collettività, non postula necessariamente il sacrificio della scelta del singolo.

Vietare ad un cittadino di lavorare, così impedendogli di sopravvivere, è certamente contrario al rispetto della persona umana.

Il divieto al lavoro, incidendo invece sulla stessa possibilità di sopravvivere di un individuo, equivale nei fatti ad una sorta di pena di morte indiretta, o si cede al ricatto o non si può sopravvivere. Tale tecnica legislativa è radicalmente illegittima anche rispetto all’art. 27 Cost. che pur, fermo il divieto della pena di morte (anche indiretta ovviamente!), rammenta che in ogni caso le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità.

La commissione del delitto di cui all’art. 610 c.p. da parte di Mario Draghi e dei suoi Ministri è manifesta ed indiscutibile.

Il delitto in parola assume connotazioni particolarmente gravi laddove il ricatto si estende, come detto, ai minori (ed a chi su essi esercita la responsabilità genitoriale), impedendo ai ragazzi, nel periodo più delicato della crescita fisica e dello sviluppo della personalità, addirittura la pratica degli sport di squadra all’aperto! Ciò, con il dichiarato fine di indurre i genitori, al fine di non privare i figli della propria vita sociale, a sottoporli ad un trattamento sanitario sperimentale di cui si ignorano i possibili effetti collaterali a medio/lungo termine, per proteggerli da una malattia per essi oggettivamente non pericolosa!

Peraltro, l’obbligo vaccinale non ha alcuna legittimità dal momento che gli stringenti limiti per introdurlo non sono stati rispettati.

Occorre infatti sottolineare come la Corte Costituzionale abbia più volte specificato cosa significhi tale precetto statuendo come la salute del singolo non possa mai essere subordinata a quella collettiva e dunque “che la previsione che esso (il trattamento medico imposto) non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze che, PER LA LORO TEMPORANEITÀ e scarsa entità, appaiono normali di ogni intervento sanitario e, pertanto, tollerabili” (cfr Corte Cost. 5/2018 e 258/1994)

Temporanea dunque è solo quella reazione avversa che si conclude con la guarigione. Nel caso di specie manca poi la stessa utilità della vaccinazione del singolo per la tutela degli altri, data la totale inefficacia dei vaccini nel contenere i contagi.

Nel caso di specie manca, poi, la stessa utilità della vaccinazione del singolo per la tutela degli altri, data la totale inefficacia dei vaccini nel contenere i contagi, circostanza che non può essere in alcun modo contestata e che, con riferimento alla situazione attuale ed all’emersione della variante Omicron, è stata ammessa in ogni sede, i dati dell’Istituto Superiore di Sanità sui contagi d’altronde parlano da soli.

Non vi è inoltre dubbio alcuno che i vaccini anti Covid, ammesso e non concesso che così possano qualificarsi dal punto di vista tecnico-scientifico, diretti a proteggere dall’infezione in esame, siano da ritenere dei trattamenti ultra sperimentali, poiché sottoposti ad autorizzazione condizionata e conseguente monitoraggio addizionale post commercializzazione in virtù dell’emergenza, i cui effetti nocivi sia a breve che a lungo termine sono ancora in fase di valutazione; circostanza questa di cui il Governo è perfettamente consapevole come prova la ben nota introduzione del cd. scudo penale in materia di vaccinazione anti Covid.

A tale proposito si ribadisce che il Governo ha agito anche in totale spregio delle stesse normative Europee, come il citato regolamento UE 953/2021, obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri e quindi nel nostro ordinamento, così come rettificato nella prima erronea traduzione il 5 luglio 2021, al considerando n. 36 recita testualmenteE’ necessario evitare ogni discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate (…) o hanno scelto di non essere vaccinate. L’ultima inciso, oggetto di rettifica, non compariva nella traduzione italiana del testo del regolamento ma compariva, fin dal principio, nel testo originale in lingua inglese: “or chose not to be vaccinated”.

Inoltre: “il presente regolamento non può essere interpretato nel senso che istituisce un diritto o un obbligo a essere vaccinati.”

L’espressione “o hanno scelto di non essere vaccinate“, come detto, era stata omessa nella traduzione italiana pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea. Tale omissione è stata immediatamente rilevata e rettificata al fine di ripristinare il senso originale del testo da cui si evince che il  Regolamento Ue non consente discriminazioni verso coloro che “liberamente” hanno scelto di non vaccinarsi e dunque rende inapplicabili i DL 52/2021 e 44/2021 che stabiliscono surrettiziamente un obbligo indiretto di vaccinazione per il personale dipendente privato ultra cinquantenne espressamente vietato dal suddetto Regolamento. La previsione della sanzione dell’assenza “ingiustificata” senza retribuzione né altro emolumento a qualunque titolo sia in assenza di effettuazione di tampone sia in assenza di vaccinazione covid19 è infatti un vero e proprio ricatto psicologico per spingere i lavoratori a vaccinarsi. Anche l’effettuazione del tampone  ogni 48 ore non può ritenersi una alternativa percorribile nel lungo termine, la quale di fatto costituisce semplicemente un ulteriore strumento di pressione “indiretta” per spingere alla vaccinazione. La possibilità di effettuazione del tampone è stata peraltro eliminata radicalmente con l’introduzione dell’art. 4 quater e quinquies entrato in vigore il 15/02/2022 estendendo di fatto l’obbligo vaccinale anche ai dipendenti ultra cinquantenni.

A tale proposito la sentenza n. 389/1989 della Corte Costituzionale prevede la disapplicazione di norme interne incompatibili con norme comunitarie affermando che: “tutti i soggetti competenti nel nostro ordinamento a dare esecuzione alle leggi (e atti avente forza di legge) – tanto se dotati di poteri dichiarativi del diritto come gli organi giurisdizionali quanto se privi di tali poteri come gli organi amministrativi- sono tenuti a disapplicare le norme interne incompatibili con norme comunitarie direttamente applicabili“.

Il Giudice del Lavoro del Tribunale di Padova con ordinanza del 07.12.2021 RGL 1953/2021 ha ribadito il primato del diritto comunitario sul diritto interno dei Paesi membri UE (Trattato ed atti delle Istituzioni immediatamente applicabili) citando numerose sentenze della Corte di Giustizia tra cui la sentenza Poplawsky 24/06/2019 (C 573/2017 – EU:C:2019:530 – punto 61). Nella menzionata ordinanza il Giudice del Tribunale di Padova evidenzia inoltre che ai sensi dell’art. 53 della L.234/2012 (Norme generali sulla partecipazione dell’Italia alla formazione ed attuazione della normativa e delle politiche UE) le norme/prassi dell’ordinamento interno che producano effetti discriminatori rispetto al trattamento garantito ai cittadini dell’Unione Europea devono essere disapplicate. Tale principio ha trovato conferma anche nella recente sentenza della Corte di Giustizia UE “Memoria srl e Dell’Antonia / Comune di Padova” del 14/11/2018 (C 342/2017). L’evidente incompatibilità dell’imposizione di un obbligo di vaccinazione contro covid19 con l’espresso divieto di discriminazione di chi decida di non vaccinarsi previsto espressamente dal Reg. UE 953/2021 dovrebbe pertanto determinare il giudice a disapplicare la norma interna in favore di quella comunitaria.

Addirittura l’art. 9 co.9 dello stesso decreto L. n. 52/2021 recita:

“Le disposizioni dei commi da 1 a 8 continuano ad applicarsi OVE COMPATIBILI con i Regolamenti UE 953/2021 e 954/2021 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 21 giugno 2021“.

Come ha poi affermato il Giudice del Tribunale di Pisa, dott.ssa Lina Manuali, nella motivazione della sentenza n.1842/2021: “…le misure con cui si comprimono i diritti e le libertà fondamentali dell’uomo non debbono mai incidere sulla dignità umana e la tutela dell’interesse alla salute collettiva, che con esse si intende perseguire, non può mai superare il limite invalicabile del rispetto della persona umana. Il superamento di tale limite, oltre a porsi in contrasto con la Costituzione (se non addirittura a porsi al di fuori del perimetro della stessa), può condurre (come in effetti conduce) alla violazione dei Trattati Internazionali e della Carta Europea dei Diritti Fondamentali dell’Uomo, che sanciscono l’inviolabilità dei diritti fondamentali dell’uomo e della dignità della persona umana”.

D) Art. 289 bis c.p. – Sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione.

“Chiunque, per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico sequestra una persona è punito con la reclusione da venticinque a trenta anni”.

Sotto il profilo oggettivo, non vi è dubbio che il lockdown imposto attraverso le modalità più sopra analizzate, ossia con i dpcm più volte citati, abbia comportato una privazione della libertà personale in violazione dell’art. 13 Cost. e delle relative garanzie in esso previste (quali la riserva assoluta di legge e la riserva di giurisdizione che include anche l’obbligo di motivazione dell’atto del magistrato).

Pertanto, si ritiene che, l’aver tenuto totalmente ‘segregati’ milioni di Italiani nelle proprie abitazioni durante il primo lockdown e parzialmente nell’ultimo ha concretizzato la volontà del Governo di privare gli individui tutti della libertà personale, utilizzando atti non consentiti dalla Costituzione, in spregio dell’ordinamento costituzionale, al fine di conservare di fatto un pieno potere che non gli appartiene.

La Suprema Corte ha affermato che: “La costrizione, nel sequestro di persona, non deve necessariamente estrinsecarsi nell’utilizzo di mezzi fisici, adoperati contro la volontà del soggetto passivo, ben potendo manifestarsi nella forma della violenza morale che ricorre, pur in assenza di parole e di espliciti gesti intimidatori, in qualsiasi atteggiamento che, in relazione alle particolari circostanze, sia suscettibile di togliere alla persona offesa la capacità di determinarsi e di agire secondo la propria autonoma e indipendente volontà” (Cass. Pen., sez. V, sentenza 19.04.2005, n. 14566, in Ced Cassazione, rv., 231354); “(…) a nulla rilevando la durata dello stato di privazione della libertà, che può essere limitato ad un tempo anche breve” (Cass. Pen., sez. V, sentenza 22.02.2005, n. 6488).

Pertanto, le misure disposte dal Presidente del Consiglio con la collaborazione dei diversi Ministri e l’avallo dell’intero Governo, attraverso il ricorso ad atti amministrativi illegittimi, hanno violato la libertà personale dei cittadini italiani, con il concorso di coloro che nell’ambito dei propri ruoli apicali (e non) vi hanno dato esecuzione.

La condotta del Presidente del Consiglio, sostenuta direttamente o indirettamente dalle altre cariche tra le quali il Ministro dell’Interno, ha verosimilmente minato l’ordine costituzionale e democratico che costituisce l’elemento oggettivo di tale fattispecie criminosa.

Preme ribadire che l’art. 13 Cost., il cui testo è superfluo citare, essendo perfettamente a conoscenza dell’Autorità adita, individua innanzitutto tre garanzie:

-la riserva di legge assoluta, ovvero la competenza esclusiva della legislazione ordinaria a disciplinare l’inviolabilità della libertà personale;

-la riserva di giurisdizione, dato che solo l’autorità giudiziaria può emanare provvedimenti restrittivi;

-l’obbligo di motivazione, il quale deve necessariamente accompagnare ogni provvedimento restrittivo della libertà personale.

Proclamando l’inviolabilità della libertà personale ne viene dunque permessa la limitazione solo per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.

L’Autorità di Pubblica Sicurezza,  solo ed esclusivamente in casi eccezionali di necessità e d’urgenza, può adottare provvedimenti provvisori in grado di limitare la libertà personale; ma, anche in tali casi eccezionali, l’art. 13 Cost., comma 2, richiede necessariamente che la stessa Autorità di Pubblica Sicurezza, nelle prime 48 ore, comunichi il suddetto provvedimento al magistrato il quale entro il termine perentorio delle successive 48 ore deve pronunciarsi, pena la revoca o la caducazione del provvedimento.

Con riferimento all’arresto ed al fermo, il procedimento è minuziosamente disciplinato dagli artt. 380 e ss. c.p.p., in forza dei quali l’arrestato e/o fermato ha diritto ad una udienza di convalida che rappresenta per il medesimo uno strumento di garanzia.

Orbene, alla luce di tale disposizione di rango costituzionale, nessuna restrizione della libertà personale può essere adottata se non dall’Autorità Giudiziaria ed è solo la legge a poter prevedere i casi e disciplinare i modi in cui tali restrizioni possono avvenire.

Quanto sin qui esposto porta a concludere che il lockdown imposto dal Governo altro non sia se non un sequestro di persona a scopo di eversione, perché si è trattato di una privazione di libertà arbitraria, imposta al di fuori del dettato costituzionale, in aperta violazione sia della riserva assoluta di legge che della riserva di giurisdizione, a mezzo di un atto unilaterale, di natura amministrativa, senza forza di legge, emesso autoritativamente dal Presidente del Consiglio dei Ministri senza passaggio parlamentare.

Come detto, nella gerarchia delle fonti, il DPCM, non è altro che una fonte normativa di secondo grado che in nessun caso può derogare alle fonti normative di primo grado, quali sono la Costituzione e la legge ordinaria.

Si tratta, quindi, di condotta che, nel suo complesso, si infrange con i principi fondamentali sui quali si regge l’ordine democratico (tra i quali, la tripartizione e l’indipendenza dei poteri, la centralità del Parlamento e la verifica da parte della Magistratura della corretta applicazione della legge in conformità ai principi costituzionali attraverso un atto motivato).

La Corte di Cassazione, inoltre,  ha statuito che “L’ordine democratico e costituzionale attiene a quei principi fondamentali che formano il nucleo intangibile destinato a contrassegnare la specie di organizzazione statale, cui si è voluto dare vita: tali principi sono contenuti, prevalentemente, nei primi cinque articoli della Costituzione, la cui norma chiave è quella prevista dall’art. 2, che riconosce e garantisce i diritti inviolabili sia del singolo sia delle formazioni sociali e prevede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Insorgere anche contro uno solo di questi principi sui quali si regge la concezione fondamentale della vita associata con azioni violente, integra indubbiamente un comportamento finalizzato all’eversione dell’ordine democratico. Conseguentemente ogni condotta diretta contro lo Stato, i suoi poteri ed organi e, più precisamente, tutti gli atti criminosi tendenti ad impedire in qualche modo tale ordine democratico e ordine costituzionale contengono le finalità di terrorismo e di eversione” (cfr. Cass. Pen. 8552/1984). Nel caso di specie la violazione della libertà personale perpetrata attraverso la normativa emergenziale ha leso in modo trasversale i diritti fondamentali dell’individuo, come singolo e nelle formazioni sociali, giungendo ad annichilire persino la libera iniziativa economica (art. 41 Cost.) ed il diritto al lavoro (art. 4 Cost.) il quale ultimo rappresenta anche il principio fondante della nostra Repubblica democratica.

Per quanto attiene all’elemento soggettivo, poi, non si esige la presenza della volontà di raggiungere entrambe le finalità – terrorismo ed eversione – essendo sufficiente che anche soltanto una di queste sia voluta dall’agente.

L’ordine democratico, al cui sovvertimento è preordinata la condotta descritta nell’art. 289 bis c.p. è l’ordine costituzionale, quell’ordine nel quale, secondo la nostra Costituzione, le libertà individuali coesistono con quelle collettive.

È anche evidente lo scopo di eversione, se solo si osserva che la Costituzione prevede uno specifico strumento per legiferare in particolari casi di necessità ed urgenza: il Decreto Legge, che sebbene emesso unilateralmente dal Governo, salvaguarda la pluralità, coinvolgendo il Parlamento, il quale è chiamato, entro sessanta giorni, alla sua conversione in legge.

Il Governo ha operato al di fuori del dettato costituzionale, scartando inizialmente lo strumento del decreto legge tant’è che, in data 28 aprile 2020, la allora presidente della Corte Costituzionale Prof.ssa Marta Cartabia lo ha stigmatizzato in via informale rilevando che: “la Costituzione è una bussola nell’emergenza. Non c’è diritto speciale per tempi eccezionali”. Neanche questa censura ha fatto breccia nella pervicacia del Governo di continuare ad adottare dpcm per operare privazioni della libertà personale e di tutte le altre libertà previste e disciplinate dalla Costituzione.

E’ evidente, pertanto, che la volontà del Governo era ed è quella di estromettere il Parlamento dall’iter formativo delle leggi, approfittando di un illegittimo stato di emergenza, per imporre decisioni in modo unilaterale ed autoritario, delegittimando di fatto la Costituzione attraverso la sua disapplicazione al fine di concentrare nell’esecutivo poteri propri di un regime autoritario. La finalità di eversione, del resto, si identifica nel fine di sovvertire l’ordine democratico costituzionale e di travolgere l’assetto pluralistico dello Stato, disarticolandone le strutture, impedendone il funzionamento o deviandolo dai principi fondamentali cui è sotteso.

Nell’accertamento dell’elemento soggettivo, peraltro, va tenuto conto dello status anche professionale di ciascun soggetto agente, considerando che la formazione giuridica consacrata in prestigiosi titoli professionali e accademici consente di affermare che non si poteva non sapere e, quindi, in questo caso in cui l’evento consiste proprio nello stravolgimento dell’ordine democratico, non si poteva non volere l’azione eversiva.

La finalità di terrorismo e quella di eversione dell’ordinamento costituzionale sono concettualmente distinte. Costituisce finalità di terrorismo quella di incutere terrore nella collettività con azioni criminose indiscriminate, dirette cioè non contro le singole persone ma contro quello che esse rappresentano o, se dirette contro la persona indipendentemente dalla sua funzione nella società, miranti a incutere terrore per scuotere la fiducia nell’ordinamento costituito e indebolirne le strutture. La finalità di eversione si identifica, invece, nel fine più diretto di sovvertire l’ordinamento costituzionale e di travolgere l’assetto pluralistico e democratico dello stato disarticolandone le strutture, impedendone il funzionamento o deviandolo dai principi fondamentali che costituiscono l’essenza dell’ordinamento costituzionale” (Cass. pen. Sez. I, 11/07/1987, n. 11382).

Pertanto, il ricorso alla dichiarazione dello stato di emergenza attraverso l’illegittima applicazione della legge sulla protezione civile, nonché l’uso dei DPCM restrittivi delle libertà fondamentali dell’intero popolo italiano, hanno consentito – di fatto – al Presidente del Consiglio e ai suoi Ministri da un lato di eludere in modo permanente il doveroso e  necessario coinvolgimento del Parlamento e dall’altro di impedire la contestazione attraverso i normali mezzi di impugnazione dei suddetti DPCM.

Sinteticamente si può affermare che l’aver incusso il terrore ha scosso la fiducia nell’ordinamento costituito indebolendone le strutture e palesando l’intento di sovvertire l’ordinamento costituzionale sovvertendo l’ordine democratico e pluralistico disarticolandone le strutture o impedendone il funzionamento – ad es. con la paralisi totale ovvero parziale dell’attività parlamentare (cfr. Cass. Pen. 30.10.1986, n. 3130).

Un richiamo va infine fatto allo scandalo assoluto del consenso informato. Il Governo impone un trattamento dietro ricatto, come abbiamo visto il peggiore dei ricatti, quello sul diritto al lavoro ed al rispetto della dignità di ciascuno, ma poi pretende che la vaccinazione sia espressamente dichiarata da ogni singolo individuo come completamente spontanea.

*   *   *   *   *

Elenco degli articoli della Costituzione violati dal Governo dal 31.01.2020 nel corso dell’emergenza sanitaria:

Art.1 – Violate forme e limiti di esercizio della sovranità popolare, costituite dalle Istituzioni democratiche delineate dall’art. 55 a seguire della Costituzione.

Art.2 – Violati i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali.

Art.3 – Discriminati i cittadini per opinioni politiche e condizioni personali e sociali.

Artt. 4, 35, 36 e 38 – Ostacolato il lavoro e privato i cittadini del reddito e di qualunque forma assistenziale.

Art.10 – Disattese le norme del diritto internazionale che vietano le sperimentazioni senza il consenso dell’interessato (ad esempio, Convenzione di Oviedo).

Art.11 – Disatteso il Regolamento UE n. 953.

Art.13 – Violata la libertà personale fuori dai casi previsti dalla legge.

Art.16 – Impedita la libera circolazione.

Art.17 – Ostacolato il diritto di riunione.

Art.24 – Sottratto il diritto alla difesa in giudizio.

Art.31 – Esposto le donne in gravidanza a reazioni avverse spesso culminate in aborti; esposto l’infanzia e la gioventù ad una dimensione di vita distopica e disumana.

Art.32 – Imposto con Decreto Legge un obbligo vaccinale consistente in un innovativo trattamento genico in fase di sperimentazione, senza cura di alcun limite imposto dal rispetto della persona umana, anzi attraverso ricatti e sanzioni.

Art.33 – Diffamati e perseguitati, anche con provvedimenti disciplinari, i medici, gli scienziati e tutti coloro che non si sono allineati alla narrativa pandemica del Governo.

Art.41 – Impedita l’iniziativa privata.

Art.49 – Impedita la libera associazione dei cittadini in partiti, come conseguenza della violazione degli articoli 13 e 16.

Art.54 – Tradita la Repubblica, violate la Costituzione e le leggi.

Art.70 – Esautorata la funzione legislativa del Parlamento.

Art.77 – Decretazione d’urgenza priva dei suoi requisiti essenziali.

Art.139 – Mutamento sostanziale degli equilibri democratici della Repubblica nel rapporto concreto da Governo e cittadini e tra le Istituzioni.

*   *   *   *   *

Quanto innanzi esposto rappresenta, nella sua grave realtà, la situazione che tutti stiamo vivendo nell’inerzia totale di un Parlamento che appare sempre più silente ed annichilito, totalmente succube del potere esecutivo ed incapace di riappropriarsi dell’esercizio delle sue funzioni, quelle legislative e delle sue prerogative costituzionali.

Al punto in cui siamo arrivati l’unica possibilità che residua è l’autorevole intervento della Magistratura, perché soltanto un suo deciso e risolutivo coinvolgimento potrebbe interrompere la deriva autoritaria in essere.

Infatti, pur non essendo stato formalmente sospeso nella Repubblica Italiana lo Stato di diritto, né dichiarato lo stato di guerra, tuttavia assistiamo impotenti ad una reiterata violazione della Costituzione, delle norme sovranazionali e di quelle ordinarie rivenienti dalla legge vigente, con grave pericolo per la sopravvivenza dello Stato di diritto se non dovesse essere posto un freno alle iniziative governative ormai al di fuori di ogni controllo e, in questo caso, come detto, soltanto la Magistratura italiana potrebbe intervenire nell’ambito dei propri autonomi poteri.

La condotta del governo durante l’emergenza sanitaria ha poi posto in essere una vera e propria azione discriminatoria, in contrasto anche con l’art. 3 Cost., che prevede invece il dovere di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando l’uguaglianza tra i cittadini, impediscono sia il pieno sviluppo della persona umana che l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. 

CHIEDE

di essere avvisato ai sensi dell’art. 406 c.p.p. nel caso in cui il Pubblico Ministero avanzi formale richiesta di proroga delle indagini preliminari e nel caso in cui, ai sensi dell’art. 408, 2° comma c.p.p. il Pubblico Ministero presenti richiesta di archiviazione.

Alla luce della gravità dei fatti esposti, nell’ipotesi in cui l’Autorità inquirente dovesse valutare sussistenti le ipotesi di reato elencate ed analizzate in narrativa ed altresì

CHIEDE

Ove verranno ritenuti sussistenti, nelle condotte sopra esposte, gravi indizi di colpevolezza l’applicazione delle misure cautelari di cui agli artt. 273 c.p.p. e 274, lett. c), c.p.p., possibilmente di natura custodiale, a carico dei responsabili per interrompere le conseguenze del reato in corso dal momento che il ricatto vaccinale è ancora in  attuazione, ed in considerazione del fatto che le persone, per sostentarsi, sono purtroppo costrette a vaccinarsi contro la propria volontà.

Occorre evidenziare, con riferimento alla “attualità e concretezza” del pericolo necessario ex art 274, lett. c) c.p.p., che la Suprema Corte ha precisato quanto segue:

In tema di presupposti per l’applicazione delle misure cautelari personali, il requisito dell’attualità del pericolo di reiterazione del reato, introdotto nell’art. 274, lett. c), cod. proc. pen. dalla legge 16 aprile 2015, n. 47, non richiede la previsione di una specifica occasione per delinquere, ma una valutazione prognostica fondata su elementi concreti, idonei a dar conto della effettività del pericolo di concretizzazione dei rischi che la misura cautelare è chiamata a prevenire.” (Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 11511 del 9 marzo 2017)

In tema di misure cautelari personali, il requisito dell’attualità del pericolo di reiterazione del reato richiede una valutazione prognostica circa la probabile ricaduta nel delitto, fondata sia sulla permanenza dello stato di pericolosità personale dell’indagato dal momento di consumazione del fatto sino a quello in cui si effettua il giudizio cautelare, desumibile dall’analisi soggettiva della sua personalità, sia sulla presenza di condizioni oggettive ed “esterne” all’accusato, ricavabili da dati ambientali o di contesto – quali le sue concrete condizioni di vita in assenza di cautele – che possano attivarne la latente pericolosità, favorendo la recidiva. Ne consegue che il pericolo di reiterazione è attuale ogni volta in cui sussista un pericolo di recidiva prossimo all’epoca in cui viene applicata la misura, seppur non imminente. (In motivazione, la S.C. ha precisato che la valutazione prognostica non può estendersi alla previsione di una “specifica occasione” per delinquere, che esula dalle facoltà del giudice). (Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 53645 del 16 dicembre 2016)

In tema di presupposti per l’applicazione delle misure cautelari personali, il requisito dell’attualità del pericolo di reiterazione del reato, introdotto nell’art. 274, lett. c), cod. proc. pen. dalla legge 16 aprile 2015, n. 47, non va equiparato all’imminenza del pericolo di commissione di un ulteriore reato, ma sta invece ad indicare la continuità del “periculum libertatis” nella sua dimensione temporale, che va apprezzata sulla base della vicinanza ai fatti in cui si è manifestata la potenzialità criminale dell’indagato, ovvero della presenza di elementi indicativi recenti, idonei a dar conto della effettività del pericolo di concretizzazione dei rischi che la misura cautelare è chiamata a realizzare. (Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 18745 del 5 maggio 2016).

Le ipotesi di reato sopra elencate, difatti, sono sorrette da solidi elementi, per le motivazioni che seguono: sussistono gravi indizi di colpevolezza in relazione all’art. 283 c.p. (Attentato contro la Costituzione dello Stato).

A far data dal mese di febbraio 2020, il Governo Conte ha disatteso norme e principi costituzionali di basilare importanza per la tenuta democratica dell’Ordinamento Giuridico, adottando un “modus legiferandi” autoritario, contraddistinto da evidenti violazioni della Carta Costituzionale, tanto nella forma quanto nella sostanza.

I palesi profili di incostituzionalità di tutti gli atti emanati dal Governo Conte (DPCM ed Ordinanze ministeriali) hanno, di fatto, delegittimato la Costituzione Italiana, ridotta ad un vuoto simulacro, a causa della pervicacia con cui quel Governo ha legifera al di fuori dal dettato costituzionale.

Sono, peraltro, evidenti i profili di violenza insiti in tale “modus operandi”, se solo si considerano la privazione delle libertà fondamentali poste in essere “contra legem” e l’indisponibilità di rimedi giurisdizionali per il cittadino, sia a causa della tipologia degli atti utilizzati (che rende ha reso impossibile ogni censura innanzi alla Corte Costituzionale), sia a cagione della frequenza con cui gli stessi vengono emessi (che rende impossibile qualsiasi utile pronuncia nel merito in sede di giurisdizione amministrativa prima che sopraggiunga l’emanazione di altro provvedimento).

Sussistono gravi indizi di colpevolezza anche in riferimento all’art. 289 bis c.p. (Sequestro di persona a scopo di eversione).

È dato inconfutabile che ogni atto privativo della libertà personale emanato dal Governo Conte prima e dal governo Draghi successivamente hanno violato o la riserva di Giurisdizione, o la riserva assoluta di legge, o entrambe (cfr. art. 13 Cost.).

Il suddetto agire del Governo ha reso e rende, pertanto, la privazione della libertà personale dallo stesso operata a danno dei cittadini, sussumibile nel fatto tipico previsto dall’art. 289 bis c.p., sia con riferimento all’elemento materiale della privazione della libertà personale, sia con riguardo al fine perseguito dal Governo, che non può che essere quello di stravolgere l’ordinamento democratico dello Stato, disarticolandone le strutture e rendendo impossibile l’ordinato e corretto funzionamento delle stesse.

Il fine di eversione è altresì evidente, se solo si considera la reiterazione delle condotte che non consente di ritenerle viziate da mero errore.

I provvedimenti adottati sono, invero, troppi ed adottati in un arco temporale eccessivamente lungo.

Non può essere negato, difatti, che il Presidente del Consiglio ed il Ministro della Salute, nell’esercizio delle loro rispettive funzioni e nella loro qualità di Pubblici Ufficiali, hanno, “in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge (omissis) e dalle quali non residuino margini di discrezionalità”, arrecato ad altri rilevanti danni ingiusti.

Sulla natura e sull’entità dei danni ingiusti sarebbe persino superfluo discettare.

Essi si concretizzano nella illegittima privazione di tutte le più importanti libertà costituzionali: libertà personale, libertà di circolazione, libertà di riunione, libertà di iniziativa economica privata. Con riguardo a tale ultima libertà, non ci si può esimere dall’evidenziare come la chiusura (totale o parziale) di moltissime attività imprenditoriali abbia causato danni economici risultati fatali per molte di esse, anche a causa dell’assoluta inadeguatezza dei ristori economici previsti e che in molti casi non sono neppure stati corrisposti.

Vale, in ogni caso, ricordare che:

“Ai fini dell’adozione di una misura cautelare personale è sufficiente qualunque elemento probatorio idoneo a fondare un giudizio di qualificata probabilità sulla responsabilità dell’indagato in ordine ai reati addebitatigli, perché i necessari “gravi indizi di colpevolezza” non corrispondono agli “indizi” intesi quale elemento di prova idoneo a fondare un motivato giudizio finale di colpevolezza e non devono, pertanto, essere valutati secondo gli stessi criteri richiesti, per il giudizio di merito, dall’art. 192, comma secondo, cod. proc. pen. – che, oltre alla gravità, richiede la precisione e la concordanza degli indizi – non richiamato dall’art. 273 comma primo bis, cod. proc.” Pen. (Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 6660 del 13 febbraio 2017)

“Ai fini dell’adozione di una misura cautelare personale, la nozione di gravi indizi di colpevolezza non è omologa a quella applicabile per la formulazione del giudizio di colpevolezza finale, essendo sufficiente in sede cautelare l’emersione di qualunque elemento probatorio idoneo a fondare una qualificata probabilità sulla responsabilità dell’indagato. (In motivazione la Corte ha indicato a sostegno dell’affermazione l’art. 273, comma primo bis, cod. proc. pen. che richiama soltanto i commi terzo e quarto dell’art. 192 stesso codice e non il comma secondo, il quale oltre alla gravità richiede la precisione e la concordanza degli indizi)”.(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 38466 del 18 settembre 2013)

Ai fini dell’adozione di una misura cautelare personale è sufficiente qualunque elemento probatorio idoneo a fondare un giudizio di qualificata probabilità sulla responsabilità dell’indagato in ordine ai reati addebitatigli, perché i necessari “gravi indizi di colpevolezza” non corrispondono agli “indizi” intesi quale elemento di prova idoneo a fondare un motivato giudizio finale di colpevolezza e non devono, pertanto, essere valutati secondo gli stessi criteri richiesti per il giudizio di merito dall’art. 192, comma secondo, c.p.p., non richiamato dall’art. 273 comma primo bis, c.p.p.”.(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 26764 del 19 giugno 2013).

Sussistono, inoltre, le esigenze cautelari ex art. 274, lett. c), c.p.p.

A tal proposito, è importante evidenziare che, a far data dal 31 gennaio 2020 (data in cui fu proclamato lo stato di emergenza), il Governo Conte ha già reiterato più volte le condotte contestate.

A decorrere dal mese di febbraio 2020, infatti, i cittadini italiani sono stati costretti, a più riprese, a subire divieti di spostamento tra comuni o tra regioni, a non lasciare la propria abitazione salvo eccezioni che sono state derogate nel corso dei DPCM, nonché limitazioni agli orari di apertura delle proprie attività imprenditoriali, o addirittura chiusure totali delle stesse, sempre a mezzo di provvedimenti illegittimi per le motivazioni esposte in narrativa ed integranti gli estremi di tutti i reati ivi evidenziati.

Pertanto, la già ampiamente reiterata attuazione delle condotte contestate, rende sussistente, poiché attuale e concreto, anche il pericolo della loro ulteriore reiterazione.

Ad oggi, anche con l’attuale governo guidato da Mario Draghi persiste il dichiarato ed illegittimo “Stato di Emergenza”, poiché prorogato sino al 31 marzo 2022, con restrizioni che limitano le libertà costituzionali fino al 31 dicembre 2022.

La concretezza e l’attualità del pericolo, inoltre, sono ulteriormente rafforzate dalla circostanza che sia il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, sia i Ministri sono tutti ancora in carica.

Occorre evidenziare, con riferimento alla “attualità e concretezza” del pericolo necessario ex art 274, lett. c) c.p.p., che la Suprema Corte ha precisato quanto segue:

In tema di presupposti per l’applicazione delle misure cautelari personali, il requisito dell’attualità del pericolo di reiterazione del reato, introdotto nell’art. 274, lett. c), cod. proc. pen. dalla legge 16 aprile 2015, n. 47, non richiede la previsione di una specifica occasione per delinquere, ma una valutazione prognostica fondata su elementi concreti, idonei a dar conto della effettività del pericolo di concretizzazione dei rischi che la misura cautelare è chiamata a prevenire.” (Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 11511 del 9 marzo 2017)

“In tema di misure cautelari personali, il requisito dell’attualità del pericolo di reiterazione del reato richiede una valutazione prognostica circa la probabile ricaduta nel delitto, fondata sia sulla permanenza dello stato di pericolosità personale dell’indagato dal momento di consumazione del fatto sino a quello in cui si effettua il giudizio cautelare, desumibile dall’analisi soggettiva della sua personalità, sia sulla presenza di condizioni oggettive ed “esterne” all’accusato, ricavabili da dati ambientali o di contesto – quali le sue concrete condizioni di vita in assenza di cautele – che possano attivarne la latente pericolosità, favorendo la recidiva. Ne consegue che il pericolo di reiterazione è attuale ogni volta in cui sussista un pericolo di recidiva prossimo all’epoca in cui viene applicata la misura, seppur non imminente. (In motivazione, la S.C. ha precisato che la valutazione prognostica non può estendersi alla previsione di una “specifica occasione” per delinquere, che esula dalle facoltà del giudice)”. (Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 53645 del 16 dicembre 2016)

“In tema di presupposti per l’applicazione delle misure cautelari personali, il requisito dell’attualità del pericolo di reiterazione del reato, introdotto nell’art. 274, lett. c), cod. proc. pen. dalla legge 16 aprile 2015, n. 47, non va equiparato all’imminenza del pericolo di commissione di un ulteriore reato, ma sta invece ad indicare la continuità del “periculum libertatis” nella sua dimensione temporale, che va apprezzata sulla base della vicinanza ai fatti in cui si è manifestata la potenzialità criminale dell’indagato, ovvero della presenza di elementi indicativi recenti, idonei a dar conto della effettività del pericolo di concretizzazione dei rischi che la misura cautelare è chiamata a realizzare”.(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 18745 del 5 maggio 2016)

Alla luce di tali considerazioni, nell’ipotesi in cui l’Autorità inquirente dovesse valutare sussistenti le ipotesi di reato elencate ed analizzate in narrativa, vorrà valutare l’opportunità e/o necessità di richiedere l’applicazione di misura cautelare, preferibilmente di natura custodiale, a carico dei responsabili.

CHIEDE

infine che sia effettuato lo stralcio della posizione di quanti non rivestono la funzione di ministri, la posizione dei quali, come previsto dalla legge costituzionale n.1/1989 sono sottoposti all’esame del Tribunale dei Ministri.

Fa riserva di costituirsi parte civile nell’instaurando procedimento penale.

COMPETENZA TERRITORIALE

La compressione del mio diritto, la consumazione degli eventuali reati, nonché, il danno cagionato sono avvenuti nel luogo dove il sottoscritto ha residenza e domicilio.

Con la massima osservanza.

Luogo e data

Firma