Una riforma della giustizia a costo zero: siano aboliti i termini ordinatori!
giustizia

Nel contesto della crisi della giustizia e delle criticità che investono la magistratura italiana, si appalesano necessarie ed urgenti delle riforme organiche.

In attesa di più ampie ed impegnative riforme che tutti si auspicano e che la stessa “”Europa” ci chiede, fin da subito si poterebbe con legge ordinaria introdurre una mini riforma, a costo zero, che consentirebbe una maggiore speditezza dei tempi della giustizia attraverso la semplice abolizione dei termini ordinatori.

Come è noto a tutti i giuristi I termini processuali sono riconducibili ad una delle seguenti triplici categorie: termini dilatori, termini perentori e termini ordinatori.

  1. I termini dilatori consistono in un periodo di tempo che intercorre tra un atto perfetto nella sua struttura (per esempio, un atto di precetto, o un atto citazione, già notificati) ed un determinato effetto giuridico (per es. facoltà di eseguire un pignoramento, o data di prima comparizione in giudizio); i termini dilatori si limitano quindi a paralizzare temporaneamente l’effetto di un atto già completo nei suoi elementi essenziali.
  2. Sono perentori i termini previsti espressamente dalla legge o dal giudice che impongono il compimento di un determinato atto entro un termine prestabilito sotto pena di decadenza, con esclusione della possibilità di abbreviazione o proroga, neanche con l’accordo delle parti.

Sono termini perentori ad esempio quelli previsti per l’impugnazione di una sentenza o di altro provvedimento giurisdizionale, quello previsto per costituirsi in un giudizio civile, quello per l’integrazione del contraddittorio o quello per costituirsi parte civile in un processo penale, il cui mancato rispetto comporta la decadenza dalle facoltà di esercitare i relativi diritti e/ o facoltà.

  1. Infine sono termini ordinatori quelli che non devono essere rispettati in modo rigoroso, non avendo efficacia rigida, ma debole, nel senso che il mancato rispetto degli stessi non ha conseguenze processuali “forti”, quali la decadenza dal compimento di una determinata attività processuale.

Quando un termine è soltanto ordinatorio l’attività può essere compiuta anche senza osservare il termine previsto, come il deposito di una sentenza, o di qualsivoglia altro provvedimento di un magistrato requirente o giudicante.

In sostanza il termine ordinatorio può sempre essere vulnerato senza alcuna conseguenza, in quanto l’atto compiuto dopo la scadenza non prorogata di un termine ordinatorio è riconosciuto sempre come valido.

Il termine ordinatorio sarebbe quindi una sorta di suggerimento, sempre superabile, senza incorrere in sanzioni processuali, in quanto beneficia di una tolleranza totale senza alcuna conseguenza.

L’immediata abolizione dei termini ordinatori da inglobare in quelli perentori potrebbe giovare da subito al funzionamento della giustizia imprimendo una grande accelerazione sui suoi tempi.

Contestualmente alla equiparazione dei termini ordinatori, che in prevalenza riguardano i magistrati, ai termini perentori, occorrerebbe prevedere, come deterrente del mancato rispetto, una sanzione, che potrebbe consistere anche, ad esempio, quella della decurtazione di una quota dello stipendio per ogni giorno di ritardo.

Un intervento di tale portata non significherebbe intaccare o mettere in discussione l’autonomia e indipendenza della magistratura, ma semplicemente intervenire sulla efficienza, economicità ed efficacia del servizio giustizia che è amministrato dai magistrati, i quali -non lo si dimentichi- oltre ad essere un “ordine, indipendente da ogni altro potere” sono a tutti gli effetti legati allo Stato da un rapporto di pubblico impiego in quanto funzionari pubblici investiti di poteri giudiziari.