VADEMECUM SUL FERMO PREVENTIVO PER I CONTROLLI
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Da qualche tempo, soprattutto in questo periodo di emergenza pandemica, si sono ingenerati erronei convincimenti, oltre che una grande confusione ed incertezza in relazione a quali siano i corretti comportamenti che i cittadini devono tenere quando vengono fermati in occasione dei frequenti controlli e a quali siano i compiti ed i poteri delle Forze dell’Ordine.

Allo scopo di contribuire fattivamente al raggiungimento di un equilibrio tra quelli che sono i diritti ed i doveri di ciascuno e di evitare l’insorgenza di innumerevoli contenziosi bagatellari che ingolferebbero il funzionamento della Giustizia, già troppo lenta e malfunzionante, ritengo utile fornire delle brevi informazioni che tengono conto della legge vigente e della giurisprudenza più recente in materia.

In occasione di un controllo di Polizia, Carabinieri e altre Forze dell’ordine, il cittadino deve essere sempre collaborativo e non può, né deve mai ritardare o, peggio, intralciare i compiti del pubblico ufficiale che svolge un servizio di prevenzione e controllo.

Se il controllo avesse sempre luogo nel rispetto dei reciproci diritti e doveri diminuirebbe anche il numero dei video che di frequente vengono pubblicati in rete allo scopo di evidenziare qualche comportamento delle Forze dell’ordine non in linea con i loro compiti di servizio, fenomeno questo che potrebbe rientrare nella violazione dell’art. 167 Codice della privacy (D.lgs. 30 giugno 2003, n. 196).

Infatti le immagini relative agli agenti delle forze dell’ordine rientrano nella definizione normativa di “dato personale” su cui è previsto il diritto alla riservatezza dei pubblici ufficiali tutelato in tutte le carte sovranazionali (CEDU, Carta di Nizza).

La  Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE), nella causa C-345/17, con sentenza del 14/2/2019 n. 345 si è pronunciata sulla questione affermando che la registrazione di video che mostrano agenti delle forze dell’ordine durante lo svolgimento delle loro funzioni e la loro pubblicazione su di un sito Internet dove gli utenti possono inviare, visionare e condividere contenuti video sono generalmente attività illecite, pur con qualche eccezione, come nei casi in cui esse siano effettuate a scopi giornalistici e, cioè, solo ove vi sia l’accertamento – rimesso al giudice nazionale – della finalità di divulgazione al pubblico di informazioni, opinioni o idee. La finalità di divulgazione, in altri termini, deve essere tale da suscitare un interesse pubblico, un dibattito della collettività e questo vale anche nel caso tale sia la finalità sia perseguita da un soggetto che non sia un giornalista professionista. In precedenza invece l’Autorità Garante per la Protezione dei dati personali con nota 14755 del 5 giugno 2012 aveva affermato che i pubblici ufficiali (ivi comprese le forze di polizia impegnate in operazioni di controllo), possono essere ripresi con foto o video, purché ciò non sia espressamente vietato dall’Autorità pubblica.

Chi viene fermato, perquisito e ispezionato da un carabiniere, da un poliziotto, da un finanziere, o da un agente della Polizia penitenziaria, cui la legge attribuisce la funzione di pubblici ufficiali, non deve chiedere di conoscerne nome, cognome e numero di matricola, o tesserino in quanto la divisa, o altro segno distintivo (ad esempio l’auto di servizio) sono sufficienti a qualificarlo come pubblico ufficiale.

Infatti le Forze dell’ordine hanno l’obbligo di mostrare il distintivo soltanto se il controllo, la perquisizione e l’ispezione hanno luogo mentre gli stessi vestono in borghese, senza la divisa ufficiale del corpo di appartenenza.

Chiunque venga fermato per un controllo occasionale ha sempre l’obbligo di declinare le proprie generalità e se richiesto consentire la sua identificazione.

La scelta del pubblico ufficiale di fermare una persona per il controllo, chiedere le generalità, o di procedere alla sua identificazione è sempre libera, discrezionale ed insindacabile.

L’obbligo di lasciarsi identificare è disposto dall’art. 651 del  codice penale, il quale prevede il dovere per tutti i cittadini di dare indicazioni sulla propria identità personale ad un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni e punisce con l’arresto fino a un mese o l’ammenda fino ad  € 206  “chiunque, richiesto da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, rifiuta di dare indicazioni sulla propria identità personale, sul proprio stato, o su altre qualità personali”.

Spesso sorgono criticità in relazione alla fase della identificazione e   della esibizione del documento di identità.

La materia è disciplinata dall’art.651 cod. pen. e dagli artt. 4 del T.U.L.P.S. e 294 del relativo regolamento.

Il precetto di cui all’art. 651 c.p. viene adempiuto allorquando il soggetto legittimamente richiesto indichi al pubblico ufficiale (art. 357 c.p.) anche a voce le proprie generalità (nome, cognome, luogo e data di nascita ed indirizzo) ed eventuali qualità personali senza consegnare il proprio documento di identità.

Soltanto nel caso di persone pericolose o sospette è invece necessaria anche l’esibizione del documento di identità.

Altra cosa è la richiesta di identificazione da parte di un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni di polizia giudiziaria o di  sicurezza.

Il potere-dovere di identificazione spetta sempre agli Organi di polizia, sia per finalità di polizia giudiziaria che per “finalità di polizia di sicurezza”.

Esso deriva da un’esigenza volta a garantire agli Organi deputati alla tutela della pubblica sicurezza una efficiente azione di prevenzione e costituisce uno strumento operativo determinante che consiste nel potere-dovere di identificare le “persone pericolose” e “sospette” o quelle delle quali ritengano opportuno conoscere la identità per l’espletamento dei propri compiti istituzionali.
In questi casi, l’attività di controllo e identificazione prescinde dalla commissione di un reato e non è attività di polizia giudiziaria, ma di “polizia di sicurezza” (art. 11 Decreto Legge 21 marzo 1978, n. 59 convertito con modificazioni nella Legge 18 maggio 1978, n. 191[2] ed art. 4 T.U.L.P.S.)

Per l’identificazione per compiti di polizia di sicurezza è previsto anche l’accompagnamento in Ufficio di chi si rifiuta di fornire le proprie generalità, ovvero fa dichiarazioni o esibisce un documento d’identità in ordine al quale sussistono sufficienti indizi che ne fanno ritenere la falsità.

Dell’accompagnamento e del successivo rilascio va dato «avviso» al Procuratore della Repubblica, il quale può disporre l’immediato rilascio della persona fermata. In questa previsione normativa la durata massima del trattenimento in ufficio (c.d. fermo o accompagnamento per l’identificazione di p.s.) è fissata in 24 ore.
L’istituto del “fermo per identificazione”, di cui all’art. 11 D.L. n. 59/78, è strutturato in modo analogo all’accompagnamento negli uffici di polizia previsto dall’art. 349 del c.p.p.
Trattandosi di istituto concernente l’attività della polizia di sicurezza, l’istituto del fermo per identificazione appena illustrato non ha cessato di avere vigore neppure dopo l’introduzione dell’art. 349 del codice di procedura penale.

Pertanto si applica l’art. 349 quando deve essere identificato l’indagato o il potenziale testimone di un reato.

Si applica invece l’art. 11 del D.L. 59/78 in tutti gli altri casi in cui gli organi di polizia procedono all’identificazione di persone e ricorrono le condizioni per effettuare il loro accompagnamento ai fini identificativi.

L’art. 11 del D.L. 21/3/78, n. 59 prevede: “gli Ufficiali e gli Agenti di polizia possono accompagnare nei propri uffici chiunque, richiestone, rifiuta di dichiarare le proprie generalità ed ivi trattenerlo per il tempo strettamente necessario al solo fine dell’identificazione o comunque non oltre le 24 ore“.

E’ opportuno poi precisare che per “esibizione” del documento di identità nel corso di una operazione di identificazione, deve intendersi l’attività di prendere il documento di identità e consegnarlo materialmente nelle mani degli agenti che stanno eseguendo il controllo, i quali a loro volta, ovviamente dovranno restituirlo al termine del controllo.

La giurisprudenza ha affermato che il rifiuto di consegnare un documento di riconoscimento integra -ricorrendone le altre condizioni richieste dalla legge (persone pericolose o sospette) – gli estremi del reato di cui agli artt. 4 T.U.L.P.S. e 294 del relativo regolamento e non già quello previsto dall’art. 651 c.p., trattandosi di reati aventi un diverso elemento materiale.

L’art.294 del regolamento di cui al Regio Decreto 6 maggio 1940, n. 635 intitolato:” Regolamento per l’esecuzione del Testo Unico 18 giugno 1931, n. 773 delle Leggi di Pubblica Sicurezza ” statuisce: “La carta d’identità od i titoli equipollenti devono essere esibiti ad ogni richiesta degli ufficiali e degli agenti di pubblica sicurezza.”

Indipendentemente dalle opinioni dei giuristi e da qualsivoglia interpretazione giurisprudenziale è sempre preferibile che ogni cittadino che viene fermato per un controllo si lasci identificare, senza alcuna remora o polemica gratuita e grossolana, consegnando materialmente anche il proprio documento di identità e non limitandosi alla sua esibizione.

Per le esposte considerazioni i cittadini devono sempre rispettare le previsioni normative vigenti consentendo, a richiesta di un pubblico ufficiale, la loro identificazione senza adottare condotte improprie che sicuramente sfocerebbero in incresciose situazioni di attrito e/o conflitto con le Forze dell’ordine.

Gli appartenenti alle Forze dell’ordine a loro volta dovranno sempre mantenere un comportamento civile, corretto e rispettoso verso i cittadini al fine di evitare di incorre a loro volta in abusi ed eccessi che violerebbero il vigente codice penale

Solo attraverso una moderazione dei toni e l’adozione di comportamenti corretti da ambo le parti si potranno contemperare i reciproci diritti e doveri nel rispetto del nostro ordinamento giuridico che disciplina il nostro vivere civile, al quale tutti devono uniformarsi.