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VADEMECUM SUL FERMO PREVENTIVO PER I CONTROLLI Da qualche tempo, soprattutto in questo periodo di emergenza pandemica, si sono ingenerati erronei convincimenti, oltre che una grande confusione ed incertezza in relazione a quali siano i corretti comportamenti che i cittadini devono tenere quando vengono fermati in occasione dei frequenti controlli e a quali siano i compiti ed i poteri delle Forze dell’Ordine.Allo scopo di contribuire fattivamente al raggiungimento di un equilibrio tra quelli che sono i diritti ed i doveri di ciascuno e di evitare l’insorgenza di innumerevoli contenziosi bagatellari che ingolferebbero il funzionamento della Giustizia, già troppo lenta e malfunzionante, ritengo utile fornire delle brevi informazioni che tengono conto della legge vigente e della giurisprudenza più recente in materia.In occasione di un controllo di Polizia, Carabinieri e altre Forze dell’ordine, il cittadino deve essere sempre collaborativo e non può, né deve mai ritardare o, peggio, intralciare i compiti del pubblico ufficiale che svolge un servizio di prevenzione e controllo.Se il controllo avesse sempre luogo nel rispetto dei reciproci diritti e doveri diminuirebbe anche il numero dei video che di frequente vengono pubblicati in rete allo scopo di evidenziare qualche comportamento delle Forze dell’ordine non in linea con i loro compiti di servizio, fenomeno questo che potrebbe rientrare nella violazione dell’art. 167 Codice della privacy (D.lgs. 30 giugno 2003, n. 196).Infatti le immagini relative agli agenti delle forze dell’ordine rientrano nella definizione normativa di “dato personale” su cui è previsto il diritto alla riservatezza dei pubblici ufficiali tutelato in tutte le carte sovranazionali (CEDU, Carta di Nizza). La Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE), nella causa C-345/17, con sentenza del 14/2/2019 n. 345 si è pronunciata sulla questione affermando che la registrazione di video che mostrano agenti delle forze dell’ordine durante lo svolgimento delle loro funzioni e la loro pubblicazione su di un sito Internet dove gli utenti possono inviare, visionare e condividere contenuti video sono generalmente attività illecite, pur con qualche eccezione, come nei casi in cui esse siano effettuate a scopi giornalistici e, cioè, solo ove vi sia l’accertamento - rimesso al giudice nazionale - della finalità di divulgazione al pubblico di informazioni, opinioni o idee. La finalità di divulgazione, in altri termini, deve essere tale da suscitare un interesse pubblico, un dibattito della collettività e questo vale anche nel caso tale sia la finalità sia perseguita da un soggetto che non sia un giornalista professionista. In precedenza invece l’Autorità Garante per la Protezione dei dati personali con nota 14755 del 5 giugno 2012 aveva affermato che i pubblici ufficiali (ivi comprese le forze di polizia impegnate in operazioni di controllo), possono essere ripresi con foto o video, purché ciò non sia espressamente vietato dall’Autorità pubblica.Chi viene fermato, perquisito e ispezionato da un carabiniere, da un poliziotto, da un finanziere, o da un agente della Polizia penitenziaria, cui la legge attribuisce la funzione di pubblici ufficiali, non deve chiedere di conoscerne nome, cognome e numero di matricola, o tesserino in quanto la divisa, o altro segno distintivo (ad esempio l’auto di servizio) sono sufficienti a qualificarlo come pubblico ufficiale.Infatti le Forze dell’ordine hanno l’obbligo di mostrare il distintivo soltanto se il controllo, la perquisizione e l’ispezione hanno luogo mentre gli stessi vestono in borghese, senza la divisa ufficiale del corpo di appartenenza.Chiunque venga fermato per un controllo occasionale ha sempre l’obbligo di declinare le proprie generalità e se richiesto consentire la sua identificazione.La scelta del pubblico ufficiale di fermare una persona per il controllo, chiedere le generalità, o di procedere alla sua identificazione è sempre libera, discrezionale ed insindacabile.L’obbligo di lasciarsi identificare è disposto dall’art. 651 del codice penale, il quale prevede il dovere per tutti i cittadini di dare indicazioni sulla propria identità personale ad un pubblico ufficiale nell'esercizio delle sue funzioni e punisce con l’arresto fino a un mese o l’ammenda fino ad € 206 “chiunque, richiesto da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, rifiuta di dare indicazioni sulla propria identità personale, sul proprio stato, o su altre qualità personali”.Spesso sorgono criticità in relazione alla fase della identificazione e della esibizione del documento di identità.La materia è disciplinata dall’art.651 cod. pen. e dagli artt. 4 del T.U.L.P.S. e 294 del relativo regolamento.Il precetto di cui all’art. 651 c.p. viene adempiuto allorquando il soggetto legittimamente richiesto indichi al pubblico ufficiale (art. 357 c.p.) anche a voce le proprie generalità (nome, cognome, luogo e data di nascita ed indirizzo) ed eventuali qualità personali senza consegnare il proprio documento di identità.Soltanto nel caso di persone pericolose o sospette è invece necessaria anche l’esibizione del documento di identità.Altra cosa è la richiesta di identificazione da parte di un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni di polizia giudiziaria o di sicurezza. Il potere-dovere di identificazione spetta sempre agli Organi di polizia, sia per finalità di polizia giudiziaria che per “finalità di polizia di sicurezza”.Esso deriva da un’esigenza volta a garantire agli Organi deputati alla tutela della pubblica sicurezza una efficiente azione di prevenzione e costituisce uno strumento operativo determinante che consiste nel potere-dovere di identificare le "persone pericolose" e "sospette" o quelle delle quali ritengano opportuno conoscere la identità per l’espletamento dei propri compiti istituzionali.In questi casi, l’attività di controllo e identificazione prescinde dalla commissione di un reato e non è attività di polizia giudiziaria, ma di “polizia di sicurezza” (art. 11 Decreto Legge 21 marzo 1978, n. 59 convertito con modificazioni nella Legge 18 maggio 1978, n. 191[2] ed art. 4 T.U.L.P.S.)Per l’identificazione per compiti di polizia di sicurezza è previsto anche l’accompagnamento in Ufficio di chi si rifiuta di fornire le proprie generalità, ovvero fa dichiarazioni o esibisce un documento d’identità in ordine al quale sussistono sufficienti indizi che ne fanno ritenere la falsità.Dell’accompagnamento e del successivo rilascio va dato «avviso» al Procuratore della Repubblica, il quale può disporre l’immediato rilascio della persona fermata. In questa previsione normativa la durata massima del trattenimento in ufficio (c.d. fermo o accompagnamento per l’identificazione di p.s.) è fissata in 24 ore.L’istituto del “fermo per identificazione”, di cui all’art. 11 D.L. n. 59/78, è strutturato in modo analogo all’accompagnamento negli uffici di polizia previsto dall’art. 349 del c.p.p.Trattandosi di istituto concernente l’attività della polizia di sicurezza, l’istituto del fermo per identificazione appena illustrato non ha cessato di avere vigore neppure dopo l’introduzione dell’art. 349 del codice di procedura penale.Pertanto si applica l’art. 349 quando deve essere identificato l’indagato o il potenziale testimone di un reato.Si applica invece l’art. 11 del D.L. 59/78 in tutti gli altri casi in cui gli organi di polizia procedono all’identificazione di persone e ricorrono le condizioni per effettuare il loro accompagnamento ai fini identificativi.L’art. 11 del D.L. 21/3/78, n. 59 prevede: “gli Ufficiali e gli Agenti di polizia possono accompagnare nei propri uffici chiunque, richiestone, rifiuta di dichiarare le proprie generalità ed ivi trattenerlo per il tempo strettamente necessario al solo fine dell’identificazione o comunque non oltre le 24 ore“.E’ opportuno poi precisare che per “esibizione” del documento di identità nel corso di una operazione di identificazione, deve intendersi l’attività di prendere il documento di identità e consegnarlo materialmente nelle mani degli agenti che stanno eseguendo il controllo, i quali a loro volta, ovviamente dovranno restituirlo al termine del controllo.La giurisprudenza ha affermato che il rifiuto di consegnare un documento di riconoscimento integra -ricorrendone le altre condizioni richieste dalla legge (persone pericolose o sospette) - gli estremi del reato di cui agli artt. 4 T.U.L.P.S. e 294 del relativo regolamento e non già quello previsto dall’art. 651 c.p., trattandosi di reati aventi un diverso elemento materiale.L’art.294 del regolamento di cui al Regio Decreto 6 maggio 1940, n. 635 intitolato:" Regolamento per l'esecuzione del Testo Unico 18 giugno 1931, n. 773 delle Leggi di Pubblica Sicurezza " statuisce: “La carta d'identità od i titoli equipollenti devono essere esibiti ad ogni richiesta degli ufficiali e degli agenti di pubblica sicurezza.” Indipendentemente dalle opinioni dei giuristi e da qualsivoglia interpretazione giurisprudenziale è sempre preferibile che ogni cittadino che viene fermato per un controllo si lasci identificare, senza alcuna remora o polemica gratuita e grossolana, consegnando materialmente anche il proprio documento di identità e non limitandosi alla sua esibizione.Per le esposte considerazioni i cittadini devono sempre rispettare le previsioni normative vigenti consentendo, a richiesta di un pubblico ufficiale, la loro identificazione senza adottare condotte improprie che sicuramente sfocerebbero in incresciose situazioni di attrito e/o conflitto con le Forze dell’ordine.Gli appartenenti alle Forze dell’ordine a loro volta dovranno sempre mantenere un comportamento civile, corretto e rispettoso verso i cittadini al fine di evitare di incorre a loro volta in abusi ed eccessi che violerebbero il vigente codice penale Solo attraverso una moderazione dei toni e l’adozione di comportamenti corretti da ambo le parti si potranno contemperare i reciproci diritti e doveri nel rispetto del nostro ordinamento giuridico che disciplina il nostro vivere civile, al quale tutti devono uniformarsi. ... 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VADEMECUM SUL FERMO PREVENTIVO PER I CONTROLLI 
Da qualche tempo, soprattutto in questo periodo di emergenza pandemica, si sono ingenerati erronei convincimenti, oltre che una grande confusione ed incertezza in relazione a quali siano i corretti comportamenti che i cittadini devono tenere quando vengono fermati in occasione dei frequenti controlli e a quali siano i compiti ed i poteri delle Forze dell’Ordine.
Allo scopo di contribuire fattivamente al raggiungimento di un equilibrio tra quelli che sono i diritti ed i doveri di ciascuno e di evitare l’insorgenza di innumerevoli contenziosi bagatellari che ingolferebbero il funzionamento della Giustizia, già troppo lenta e malfunzionante, ritengo utile fornire delle brevi informazioni che tengono conto della legge vigente e della giurisprudenza più recente in materia.
In occasione di un controllo di Polizia, Carabinieri e altre Forze dell’ordine, il cittadino deve essere sempre collaborativo e non può, né deve mai ritardare o, peggio, intralciare i compiti del pubblico ufficiale che svolge un servizio di prevenzione e controllo.
Se il controllo avesse sempre luogo nel rispetto dei reciproci diritti e doveri diminuirebbe anche il numero dei video che di frequente vengono pubblicati in rete allo scopo di evidenziare qualche comportamento delle Forze dell’ordine non in linea con i loro compiti di servizio, fenomeno questo che potrebbe rientrare nella violazione dell’art. 167 Codice della privacy (D.lgs. 30 giugno 2003, n. 196).
Infatti le immagini relative agli agenti delle forze dell’ordine rientrano nella definizione normativa di “dato personale” su cui è previsto il diritto alla riservatezza dei pubblici ufficiali tutelato in tutte le carte sovranazionali (CEDU, Carta di Nizza). 
La  Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE), nella causa C-345/17, con sentenza del 14/2/2019 n. 345 si è pronunciata sulla questione affermando che la registrazione di video che mostrano agenti delle forze dell’ordine durante lo svolgimento delle loro funzioni e la loro pubblicazione su di un sito Internet dove gli utenti possono inviare, visionare e condividere contenuti video sono generalmente attività illecite, pur con qualche eccezione, come nei casi in cui esse siano effettuate a scopi giornalistici e, cioè, solo ove vi sia l’accertamento - rimesso al giudice nazionale - della finalità di divulgazione al pubblico di informazioni, opinioni o idee. La finalità di divulgazione, in altri termini, deve essere tale da suscitare un interesse pubblico, un dibattito della collettività e questo vale anche nel caso tale sia la finalità sia perseguita da un soggetto che non sia un giornalista professionista. In precedenza invece l’Autorità Garante per la Protezione dei dati personali con nota 14755 del 5 giugno 2012 aveva affermato che i pubblici ufficiali (ivi comprese le forze di polizia impegnate in operazioni di controllo), possono essere ripresi con foto o video, purché ciò non sia espressamente vietato dall’Autorità pubblica.
Chi viene fermato, perquisito e ispezionato da un carabiniere, da un poliziotto, da un finanziere, o da un agente della Polizia penitenziaria, cui la legge attribuisce la funzione di pubblici ufficiali, non deve chiedere di conoscerne nome, cognome e numero di matricola, o tesserino in quanto la divisa, o altro segno distintivo (ad esempio l’auto di servizio) sono sufficienti a qualificarlo come pubblico ufficiale.
Infatti le Forze dell’ordine hanno l’obbligo di mostrare il distintivo soltanto se il controllo, la perquisizione e l’ispezione hanno luogo mentre gli stessi vestono in borghese, senza la divisa ufficiale del corpo di appartenenza.
Chiunque venga fermato per un controllo occasionale ha sempre l’obbligo di declinare le proprie generalità e se richiesto consentire la sua identificazione.
La scelta del pubblico ufficiale di fermare una persona per il controllo, chiedere le generalità, o di procedere alla sua identificazione è sempre libera, discrezionale ed insindacabile.
L’obbligo di lasciarsi identificare è disposto dall’art. 651 del  codice penale, il quale prevede il dovere per tutti i cittadini di dare indicazioni sulla propria identità personale ad un pubblico ufficiale nellesercizio delle sue funzioni e punisce con l’arresto fino a un mese o l’ammenda fino ad  € 206  “chiunque, richiesto da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, rifiuta di dare indicazioni sulla propria identità personale, sul proprio stato, o su altre qualità personali”.
Spesso sorgono criticità in relazione alla fase della identificazione e   della esibizione del documento di identità.
La materia è disciplinata dall’art.651 cod. pen. e dagli artt. 4 del T.U.L.P.S. e 294 del relativo regolamento.
Il precetto di cui all’art. 651 c.p. viene adempiuto allorquando il soggetto legittimamente richiesto indichi al pubblico ufficiale (art. 357 c.p.) anche a voce le proprie generalità (nome, cognome, luogo e data di nascita ed indirizzo) ed eventuali qualità personali senza consegnare il proprio documento di identità.
Soltanto nel caso di persone pericolose o sospette è invece necessaria anche l’esibizione del documento di identità.
Altra cosa è la richiesta di identificazione da parte di un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni di polizia giudiziaria o di  sicurezza. 
Il potere-dovere di identificazione spetta sempre agli Organi di polizia, sia per finalità di polizia giudiziaria che per “finalità di polizia di sicurezza”.
Esso deriva da un’esigenza volta a garantire agli Organi deputati alla tutela della pubblica sicurezza una efficiente azione di prevenzione e costituisce uno strumento operativo determinante che consiste nel potere-dovere di identificare le persone pericolose e sospette o quelle delle quali ritengano opportuno conoscere la identità per l’espletamento dei propri compiti istituzionali.
In questi casi, l’attività di controllo e identificazione prescinde dalla commissione di un reato e non è attività di polizia giudiziaria, ma di “polizia di sicurezza” (art. 11 Decreto Legge 21 marzo 1978, n. 59 convertito con modificazioni nella Legge 18 maggio 1978, n. 191[2] ed art. 4 T.U.L.P.S.)
Per l’identificazione per compiti di polizia di sicurezza è previsto anche l’accompagnamento in Ufficio di chi si rifiuta di fornire le proprie generalità, ovvero fa dichiarazioni o esibisce un documento d’identità in ordine al quale sussistono sufficienti indizi che ne fanno ritenere la falsità.
Dell’accompagnamento e del successivo rilascio va dato «avviso» al Procuratore della Repubblica, il quale può disporre l’immediato rilascio della persona fermata. In questa previsione normativa la durata massima del trattenimento in ufficio (c.d. fermo o accompagnamento per l’identificazione di p.s.) è fissata in 24 ore.
L’istituto del “fermo per identificazione”, di cui all’art. 11 D.L. n. 59/78, è strutturato in modo analogo all’accompagnamento negli uffici di polizia previsto dall’art. 349 del c.p.p.
Trattandosi di istituto concernente l’attività della polizia di sicurezza, l’istituto del fermo per identificazione appena illustrato non ha cessato di avere vigore neppure dopo l’introduzione dell’art. 349 del codice di procedura penale.
Pertanto si applica l’art. 349 quando deve essere identificato l’indagato o il potenziale testimone di un reato.
Si applica invece l’art. 11 del D.L. 59/78 in tutti gli altri casi in cui gli organi di polizia procedono all’identificazione di persone e ricorrono le condizioni per effettuare il loro accompagnamento ai fini identificativi.
L’art. 11 del D.L. 21/3/78, n. 59 prevede: “gli Ufficiali e gli Agenti di polizia possono accompagnare nei propri uffici chiunque, richiestone, rifiuta di dichiarare le proprie generalità ed ivi trattenerlo per il tempo strettamente necessario al solo fine dell’identificazione o comunque non oltre le 24 ore“.
E’ opportuno poi precisare che per “esibizione” del documento di identità nel corso di una operazione di identificazione, deve intendersi l’attività di prendere il documento di identità e consegnarlo materialmente nelle mani degli agenti che stanno eseguendo il controllo, i quali a loro volta, ovviamente dovranno restituirlo al termine del controllo.
La giurisprudenza ha affermato che il rifiuto di consegnare un documento di riconoscimento integra -ricorrendone le altre condizioni richieste dalla legge (persone pericolose o sospette) - gli estremi del reato di cui agli artt. 4 T.U.L.P.S. e 294 del relativo regolamento e non già quello previsto dall’art. 651 c.p., trattandosi di reati aventi un diverso elemento materiale.
L’art.294 del regolamento di cui al Regio Decreto 6 maggio 1940, n. 635 intitolato: Regolamento per lesecuzione del Testo Unico 18 giugno 1931, n. 773 delle Leggi di Pubblica Sicurezza  statuisce: “La carta didentità od i titoli equipollenti devono essere esibiti ad ogni richiesta degli ufficiali e degli agenti di pubblica sicurezza.” 
Indipendentemente dalle opinioni dei giuristi e da qualsivoglia interpretazione giurisprudenziale è sempre preferibile che ogni cittadino che viene fermato per un controllo si lasci identificare, senza alcuna remora o polemica gratuita e grossolana, consegnando materialmente anche il proprio documento di identità e non limitandosi alla sua esibizione.
Per le esposte considerazioni i cittadini devono sempre rispettare le previsioni normative vigenti consentendo, a richiesta di un pubblico ufficiale, la loro identificazione senza adottare condotte improprie che sicuramente sfocerebbero in incresciose situazioni di attrito e/o conflitto con le Forze dell’ordine.
Gli appartenenti alle Forze dell’ordine a loro volta dovranno sempre mantenere un comportamento civile, corretto e rispettoso verso i cittadini al fine di evitare di incorre a loro volta in abusi ed eccessi che violerebbero il vigente codice penale  
Solo attraverso una moderazione dei toni e l’adozione di comportamenti corretti da ambo le parti si potranno contemperare i reciproci diritti e doveri nel rispetto del nostro ordinamento giuridico che disciplina il nostro vivere civile, al quale tutti devono uniformarsi.

AUGURI A TUTTI I NOSTRI CARABINIERI!Si è celebrato oggi 5 giugno 2021 il 207° Anniversario Annuale della Fondazione dell’Arma dei Carabinieri da sempre fedele allo Stato ed al servizio delle istituzioni, ma nel contempo particolarmente vicina ai cittadini. Quella dei Carabinieri è un’Arma di antiche tradizioni, fondata da Vittorio Emanuele I di Savoia con la promulgazione delle Regie Patenti del 13 luglio 1814 in cui si prevedeva: << Abbiamo pure ordinato la formazione di un Corpo di militari, distinti per buona condotta e saggezza, chiamati col nome di Corpo dei Carabinieri Reali. Essi avranno le speciali prerogative, attribuzioni, ed incombenze finalizzate allo scopo di contribuire sempre più alla maggiore prosperità dello Stato, che non può essere disgiunta dalla protezione e difesa dei buoni e fedeli Sudditi nostri, e dalla punizione dei colpevoli». «Le deposizioni dei Nostri carabinieri Reali avranno la stessa forza delle deposizioni dei testimoni» (art. 6); «I carabinieri Reali non potranno essere distolti dalle Autorità Civili o Militari dall'esercizio delle loro funzioni, salvo in circostanze di urgente necessità, nel qual caso dovrà essere inviata al Comandante del Posto una motivata richiesta scritta, cui lo stesso Comandante dovrà aderire»(art.11); «Il Corpo dei Carabinieri Reali sarà considerato nell'Armata il primo fra gli altri, dopo le Guardie del Corpo» (art. 12). Dunque un corpo di élite, con ampie competenze in materia di ordine pubblico, la cui funzione di protezione della stabilità interna venne considerata talmente importante da venir solo dopo la salvaguardia della persona del sovrano stesso. Questa posizione di preminenza dell'Arma verrà riconfermata in tutti i regimi successivi, fatta eccezione per quello fascista che le contrappose la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN). Innumerevoli sono stati gli atti di coraggio, dedizione alla Patria ed altruismo di cui si sono resi protagonisti i Carabinieri fin dalle origini della costituzione dell’Arma tra questi merita menzione la carica di Pastrengo del 30 aprile del 1848 durante la prima guerra di indipendenza, quando tre Squadroni di Carabinieri a Cavallo furono decisivi di uno degli eventi più significativi della storia dell’Arma. Quel 30 aprile le forze Sardo-Piemontesi, impegnate contro quelle austriache, faticavano ad avanzare e il Re di Sardegna, Carlo Alberto aveva raggiunto le prime linee per verificare il dispiegamento delle forze in campo e coordinare con i suoi generali le strategie. Essendosi verificato un ritardo sull’arrivo delle truppe sardo-piemontesi, Carlo Alberto si trovò esposto all’attacco nemico. Nell’occasione, senza alcun indugio, il maggiore Alessandro Negri di Sanfront, comandante dei tre “squadroni di Guerra” dei carabinieri reali di scorta al Re, ordinò di sua iniziativa la carica che oltre a mettere al sicuro Carlo Alberto, costrinse all’arretramento le truppe avversarie, liberando così Pastrengo. I Carabinieri artefici di tale coraggiosa impresa, non avrebbero immaginato che stavano scrivendo una pagina gloriosa e indelebile di tutta la storiografia militare nazionale. Dopo l’avvento della Repubblica, che ebbe luogo il 18 giugno 1946 a seguito della lettura da parte della Corte di Cassazione dei risultati del referendum istituzionale, i Carabinieri reali che già erano stati sciolti dal giuramento di fedeltà al Re da Umberto II il 12 giugno 1946 prima della sua partenza per l’esilio, prestarono giuramento alla repubblica, alla costituzione e alle leggi per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni secondo la seguente formula: “GIURO DI ESSERE FEDELE ALLA REPUBBLICA ITALIANA, DI OSSERVARNE LA COSTITUZIONE E LE LEGGI E DI ADEMPIERE CON DISCIPLINA ED ONORE TUTTI I DOVERI DEL MIO STATO PER LA DIFESA DELLA PATRIA E LA SALVAGUARDIA DELLE LIBERE ISTITUZIONI “.Dunque, nel rinnovare gli Auguri a Carabinieri italiani, riconosco ad ognuno di loro il depositario della grandezza dei valori che sono stati loro tramandati, come la nobiltà d'animo, la lealtà, la fedeltà, la gloria e l’onore che, sono convinto, sapranno conservare ed accrescere. www.youtube.com/watch?v=QoVksVmW_a4 ... Leggi tuttoAccorcia

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LINEE GUIDA E GIURISPRUDENZA SUL FERMO PREVENTIVO PER I CONTROLLIEsiste, soprattutto in questo periodo di emergenza sanitaria da Covid-19, una grande confusione in relazione ai corretti comportamenti da tenere da parte delle persone fermate in occasione dei diffusi controlli ed il rigoroso rispetto della legge da parte delle Forze dell’Ordine.Proprio in tale ottica, nella mia veste di vecchio avvocato e di tutore dei diritti e della legalità, al solo fine di contribuire a perseguire il raggiungimento di un giusto equilibrio tra i rispettivi diritti e doveri, scongiurando così l’instaurazione di innumerevoli processi penali bagatellari che ingolferebbero il funzionamento della Giustizia, già lenta e mal funzionante, ritengo utile fornire delle brevi linee guida.In occasione di un controllo di Polizia, Carabinieri e altre Forze dell’ordine, il cittadino non può assolutamente pretendere che agenti delle Forze dell’ordine in servizio in divisa, si identifichino con nome, cognome e che mostrino il tesserino, la matricola, o il distintivo di riconoscimento.Chi viene fermato, perquisito e ispezionato da un carabiniere, da un poliziotto, da un finanziere, o da un agente della Polizia penitenziaria, cui la legge attribuisce la funzione di pubblici ufficiali, non deve chiedere di conoscerne nome, cognome e numero di matricola dell’agente in quanto la divisa, o altro segno distintivo (ad esempio l’auto di servizio) sono sufficienti a qualificarlo come pubblico ufficiale.Le Forze dell’ordine hanno l’obbligo di mostrare il distintivo solo se il controllo, la perquisizione e l’ispezione hanno luogo mentre gli stessi vestono in borghese, senza la divisa ufficiale del corpo di appartenenza.Invece i cittadini che vengono fermati per i controlli occasionali preventivi hanno sempre l’obbligo di declinare le proprie generalità e consentire la loro identificazione.Occorre poi considerare che la scelta del pubblico ufficiale di fermare chiunque per il controllo e chiedere le generalità o di procedere all’identificazione è sempre libera, discrezionale ed insindacabile.L’obbligo di lasciarsi identificare è disposto dall’art. 651 del codice penale, il quale prevede il dovere per tutti i cittadini di dare indicazioni sulla propria identità personale ad un pubblico ufficiale nell'esercizio delle sue funzioni e punisce con l’arresto fino a un mese o l’ammenda fino ad € 206 “chiunque, richiesto da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, rifiuta di dare indicazioni sulla propria identità personale, sul proprio stato, o su altre qualità personali”.Spesso sorgono criticità in relazione alla differenza tra identificazione ed esibizione del documento di identità.La materia è disciplinata dall’art.351 cod. pen. e dagli artt. 4 del T.U.L.P.S. e 294 del relativo regolamento.Il precetto di cui all’art. 651 c.p. viene adempiuto allorquando il soggetto legittimamente richiesto indichi al pubblico ufficiale (art. 357 c.p.) anche a voce le proprie generalità (nome, cognome, luogo e data di nascita ed indirizzo) ed eventuali qualità personali senza consegnare il proprio documento di identità.Infatti il predetto obbligo non riguarda anche l’esibizione dei documenti di identità, non essendo il soggetto richiesto tenuto a documentare la propria identità personale.Il reato previsto dall’art. 651 c.p. consiste in una contravvenzione, è istantaneo, poiché si perfeziona nel momento stesso in cui il soggetto attivo del reato, che ne sia stato legittimamente richiesto, si rifiuta di dichiarare al pubblico ufficiale la propria identità personale.Soltanto nel caso di persone pericolose o sospette è invece necessaria anche l’esibizione del documento di identità.La “esibizione” del documento di identità, per una parte della dottrina consisterebbe nel prendere il documento di identità e consegnarlo materialmente nelle mani degli agenti che stanno eseguendo il controllo e che, ovviamente dovranno restituirlo al termine del controllo.La giurisprudenza ha affermato che il rifiuto di consegnare un documento di riconoscimento integra -ricorrendone le altre condizioni richieste dalla legge (persone pericolose o sospette) - gli estremi del reato di cui agli artt. 4 T.U.L.P.S. e 294 del relativo regolamento e non già quello previsto dall’art. 651 c.p., trattandosi di reati aventi un diverso elemento materiale.Come accennato, in forza del citato art. 4 del T.U.L.P.S. l’autorità di pubblica sicurezza ha facoltà di ordinare che le persone pericolose o sospette e coloro che non siano in grado o si rifiutano di provare la loro identità siano sottoposti a rilievi segnaletici.Ha facoltà inoltre di ordinare alle persone o sospette di munirsi, entro un dato termine, della carta di identità e di esibirla ad ogni richiesta degli ufficiali o degli agenti di pubblica sicurezza.Ed inoltre l’art.294 del regolamento di cui al Regio Decreto 6 maggio 1940, n. 635 intitolato:" Regolamento per l'esecuzione del Testo Unico 18 giugno 1931, n. 773 delle Leggi di Pubblica Sicurezza " statuisce: “La carta d'identità od i titoli equipollenti devono essere esibiti ad ogni richiesta degli ufficiali e degli agenti di pubblica sicurezza.”La Suprema Corte ha stabilito che: “L’elemento materiale del reato previsto dall’art. 651 c.p. consiste nel rifiuto di fornire indicazioni sulla propria identità e non nella mancata esibizione di un documento, che costituisce violazione dell’art. 4, comma secondo, T.U.L.P.S., e pertanto l’indicazione orale delle proprie generalità è sufficiente ad escludere il reato”. (Cassazione penale, sezione I, sentenza 17 marzo 2005, n. 10676)Sempre la Cassazione ha statuito che il reato di cui all’art. 651 c.p. si perfeziona con il semplice rifiuto di fornire al pubblico ufficiale indicazioni circa la propria identità personale, per cui è irrilevante, ai fini dell’integrazione dell’illecito, che tali indicazioni vengano successivamente fornite o che l’identità del soggetto sia facilmente accertata per la conoscenza personale da parte del pubblico ufficiale o per altra ragione. Cassazione penale, sezione VI, sentenza 13 settembre 2007, n. 34689Risolutiva ai fini dell’interpretazione delle norme sopra accennate è la pronuncia della Suprema Corte nella Sentenza n.42808 del 19/09/2017 in cui viene rimarcato che non rientra nella condotta lesiva dell’art. 4, comma secondo, T.U.L.P.S. e del relativo regolamento, il cui rifiuto è sanzionato dall'art. 4 T.U.L.P.S. e art. 294 del regolamento la mancata consegna dei documenti d'identità dal momento che "l'obbligo di fornire indicazioni sulla propria identità personale non si estende all'esibizione dei documenti d'identità, essendo previsto uno specifico obbligo di documentare la propria identità solo nelle ipotesi di persone pericolose o sospette, ai sensi dell'art. 4, comma secondo, T.U.L.P.S. e del relativo regolamento, il cui rifiuto è sanzionato dall'art. 4 T.U.L.P.S. e art. 294 del regolamento"La citata sentenza n.42808/2017 emanata dalla Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, seguendo un consolidato orientamento giurisprudenziale, ha statuito che "l'elemento materiale del reato previsto dall'art. 651 cod. pen. consiste nel rifiuto di fornire indicazioni sulla propria identità e non nella mancata esibizione di un documento condotta che costituisce, invece, violazione dell'art. 4, comma 2, T.U.L.P.S. e art. 294 del relativo regolamento, ove ne ricorrano le altre condizioni di persona pericolosa o sospetta, in alcun modo emergenti né nella imputazione né nella sentenza di condanna (Sez. 6, n. 34 del 18/10/1995, dep. 4/1/1996, Cozzella, Rv. 203852; Sez. 6, n. 14211 del 12/3/2009 Trovato, Rv. 243317; Sez. 1, n. 10676 del 24/2/2005, Albanese, Rv. 231125)."Da ultimo Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza n.2021 del 15 novembre 2019 – 20 gennaio 2020, Presidente Mazzei – Relatore Cappuccio, ha affermato il seguente principio:“…omissis… 4. Per quanto concerne la sussunzione della condotta nell’ambito applicativo dell’art. 651 cod. pen., va detto che la sentenza impugnata chiarisce come l’attività dell’imputato si sia sostanziata esclusivamente nell’omessa esibizione del documento di identità, richiesto dagli agenti ai fini della identificazione formale, comportamento che integra, per giurisprudenza constante (Sez. 6, Sentenza n. 14211 del 12/03/2009, Trovato, Rv. 243317; sul punto, cfr. anche Sez. 6, n. 34 del 18/10/1995, dep. 1996, Cozzella, Rv. 203852; Sez. 6, n. 6864 del 03/05/1993, Scaduto, Rv. 195412), – ove ne ricorrano le altre condizioni legali – gli estremi del reato di cui al R.D. 18 giugno 1931, n. 773, art. 4, ed all’art. 294 del relativo regolamento, non già il reato previsto dall’art. 651 cod. pen., che sanziona invece il rifiuto di fornire indicazioni sulla propria identità personale.Atteso, allora, che C. venne sollecitato ad esibire un documento identificativo, e non anche a declinare le proprie generalità, ciò che egli avrebbe potuto fare anche senza disporre del documento, deve ritenersi, sulla base degli elementi di fatto richiamati, che egli non pose in essere la condotta tipica della fattispecie incriminatrice contestatagli.5 La circostanza da ultimo dedotta impone, in accoglimento del ricorso proposto, l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.P.Q.M.Annulla senza rinvio la sentenza impugnata, perché il fatto non sussiste.”La legge non parla di esibire i documenti, pertanto non vi è alcun obbligo di mostrare i documenti o di portarli con sé (salvo che non sia la patente di guida mentre si èi al volante).L’eccezione a tale regola è rappresentata, come detto, dall'art.4 del T.U.L.P.S., il quale attribuisce alle forze dell’ordine la facoltà di ordinare alle persone ritenute pericolose o sospette, nonché agli stranieri, di esibire un documento di riconoscimento.Quindi soltanto nel caso di soggetto pericoloso o sospetto che rifiuti di esibire i documenti alle forze dell’ordine, c’è il rischio dell’arresto fino a due mesi o l’ammenda sino a centotré euro.La qualificazione di soggetto pericoloso o sospetto è tuttavia lasciata alla discrezionalità dell’agente delle forze dell’ordine, con la conseguenza che tale circostanza dovrà poi essere provata nel processo.Si deve sempre considerare che in questo caso, ancora prima del processo, le Forze dell’ordine hanno il diritto di portare in caserma o in commissariato per l’identificazione la persona ritenuta pericolosa o sospetta, che il fermo potrebbe protrarsi per diverse ore, ma non superare le 24 ore ed infine che non è prevista la presenza di un difensore che tuteli il fermato.Riepilogando la situazione, alla luce delle varie prospettazioni, concludo consigliando vivamente ai cittadini di evitare situazioni di attrito e/o conflitto con le Forze dell’ordine e a queste ultime di moderare le loro condotte nei confronti dei cittadini al fine di evitare di incorre a loro volta in abusi che violano il vigente codice penale Se le Forze dell’ordine chiedono alla persona fermata per il controllo di poterla identificare, quest’ultima ha il dovere di fornire le sue generalità a voce, ma non quello di esibire (consegnare) i documenti, salvo che non sia un soggetto che le Forze dell’ordine, assumendosene la relativa responsabilità, ritengano essere pericoloso o sospetto.Se la persona fermata per il controllo non fornirà le sue generalità rischierà di essere trattenuta in caserma o nel commissariato per ventiquattro ore e di essere coinvolta in un processo penale per il reato di rifiuto d’indicazioni sulla propria identità personale.Se poi il fermato viene ritenuto un soggetto pericoloso o sospetto e non esibisce i documenti, rischierà l’arresto fino a due mesi o l’ammenda sino a centotré euro.Soltanto se l’agente è in borghese la persona fermata avrà diritto di chiedere l’esibizione del suo tesserino, in caso contrario la persona fermata da un agente in borghese che non si faccia identificare non sarà a sua volta obbligata a fornire le proprie generalità o a esibire i propri documenti.A loro volta le Forze dell’Ordine dovranno rispettare rigorosamente le norme giuridiche che disciplinano il fermo preventivo per i controlli e la giurisprudenza ormai consolidata della Cassazione in materia senza sfociare in odiose prevaricazioni, provocazioni o abusi che sicuramente finirebbero col coinvolgerli come imputati in inevitabili processi penali. ... 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LINEE GUIDA E GIURISPRUDENZA SUL FERMO PREVENTIVO PER I CONTROLLI
Esiste, soprattutto in questo periodo di emergenza sanitaria da Covid-19, una grande confusione in relazione ai corretti comportamenti da tenere da parte delle persone fermate in occasione dei diffusi controlli ed il rigoroso rispetto della legge da parte delle Forze dell’Ordine.
Proprio in tale ottica, nella mia veste di vecchio avvocato e di tutore dei diritti e della legalità, al solo fine di contribuire a perseguire il raggiungimento di un giusto equilibrio tra i rispettivi diritti e doveri, scongiurando così l’instaurazione di innumerevoli processi penali bagatellari che ingolferebbero il funzionamento della Giustizia, già lenta e mal funzionante, ritengo utile fornire delle brevi linee guida.
In occasione di un controllo di Polizia, Carabinieri e altre Forze dell’ordine, il cittadino non può assolutamente pretendere che agenti delle Forze dell’ordine in servizio in divisa, si identifichino con nome, cognome e che mostrino il tesserino, la matricola, o il distintivo di riconoscimento.
Chi viene fermato, perquisito e ispezionato da un carabiniere, da un poliziotto, da un finanziere, o da un agente della Polizia penitenziaria, cui la legge attribuisce la funzione di pubblici ufficiali, non deve chiedere di conoscerne nome, cognome e numero di matricola dell’agente in quanto la divisa, o altro segno distintivo (ad esempio l’auto di servizio) sono sufficienti a qualificarlo come pubblico ufficiale.
Le Forze dell’ordine hanno l’obbligo di mostrare il distintivo solo se il controllo, la perquisizione e l’ispezione hanno luogo mentre gli stessi vestono in borghese, senza la divisa ufficiale del corpo di appartenenza.
Invece i cittadini che vengono fermati per i controlli occasionali preventivi hanno sempre l’obbligo di declinare le proprie generalità e consentire la loro identificazione.
Occorre poi considerare che la scelta del pubblico ufficiale di fermare chiunque per il controllo e chiedere le generalità o di procedere all’identificazione è sempre libera, discrezionale ed insindacabile.
L’obbligo di lasciarsi identificare è disposto dall’art. 651 del  codice penale, il quale prevede il dovere per tutti i cittadini di dare indicazioni sulla propria identità personale ad un pubblico ufficiale nellesercizio delle sue funzioni e punisce con l’arresto fino a un mese o l’ammenda fino ad  € 206  “chiunque, richiesto da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, rifiuta di dare indicazioni sulla propria identità personale, sul proprio stato, o su altre qualità personali”.
Spesso sorgono criticità in relazione alla differenza tra identificazione ed esibizione del documento di identità.
La materia è disciplinata dall’art.351 cod. pen. e dagli artt. 4 del T.U.L.P.S. e 294 del relativo regolamento.
Il precetto di cui all’art. 651 c.p. viene adempiuto allorquando il soggetto legittimamente richiesto indichi al pubblico ufficiale (art. 357 c.p.) anche a voce le proprie generalità (nome, cognome, luogo e data di nascita ed indirizzo) ed eventuali qualità personali senza consegnare il proprio documento di identità.
Infatti il predetto obbligo non riguarda anche l’esibizione dei documenti di identità, non essendo il soggetto richiesto tenuto a documentare la propria identità personale.
Il reato previsto dall’art. 651 c.p. consiste in una contravvenzione, è istantaneo, poiché si perfeziona nel momento stesso in cui il soggetto attivo del reato, che ne sia stato legittimamente richiesto, si rifiuta di dichiarare al pubblico ufficiale la propria identità personale.
Soltanto nel caso di persone pericolose o sospette è invece necessaria anche l’esibizione del documento di identità.
La “esibizione” del documento di identità, per una parte della dottrina consisterebbe nel prendere il documento di identità e consegnarlo materialmente nelle mani degli agenti che stanno eseguendo il controllo e che, ovviamente dovranno restituirlo al termine del controllo.
La giurisprudenza ha affermato che il rifiuto di consegnare un documento di riconoscimento integra -ricorrendone le altre condizioni richieste dalla legge (persone pericolose o sospette) - gli estremi del reato di cui agli artt. 4 T.U.L.P.S. e 294 del relativo regolamento e non già quello previsto dall’art. 651 c.p., trattandosi di reati aventi un diverso elemento materiale.
Come accennato, in forza del citato art. 4 del T.U.L.P.S. l’autorità di pubblica sicurezza ha facoltà di ordinare che le persone pericolose o sospette e coloro che non siano in grado o si rifiutano di provare la loro identità siano sottoposti a rilievi segnaletici.
Ha facoltà inoltre di ordinare alle persone o sospette di munirsi, entro un dato termine, della carta di identità e di esibirla ad ogni richiesta degli ufficiali o degli agenti di pubblica sicurezza.
Ed inoltre l’art.294 del regolamento di cui al Regio Decreto 6 maggio 1940, n. 635 intitolato: Regolamento per lesecuzione del Testo Unico 18 giugno 1931, n. 773 delle Leggi di Pubblica Sicurezza  statuisce: “La carta didentità od i titoli equipollenti devono essere esibiti ad ogni richiesta degli ufficiali e degli agenti di pubblica sicurezza.”
La Suprema Corte ha stabilito che: “L’elemento materiale del reato previsto dall’art. 651 c.p. consiste nel rifiuto di fornire indicazioni sulla propria identità e non nella mancata esibizione di un documento, che costituisce violazione dell’art. 4, comma secondo, T.U.L.P.S., e pertanto l’indicazione orale delle proprie generalità è sufficiente ad escludere il reato”. (Cassazione penale, sezione I, sentenza 17 marzo 2005, n. 10676)
Sempre la Cassazione ha statuito che il reato di cui all’art. 651 c.p. si perfeziona con il semplice rifiuto di fornire al pubblico ufficiale indicazioni circa la propria identità personale, per cui è irrilevante, ai fini dell’integrazione dell’illecito, che tali indicazioni vengano successivamente fornite o che l’identità del soggetto sia facilmente accertata per la conoscenza personale da parte del pubblico ufficiale o per altra ragione. Cassazione penale, sezione   VI, sentenza 13 settembre 2007, n. 34689
Risolutiva ai fini dell’interpretazione delle norme sopra accennate è la pronuncia della Suprema Corte  nella Sentenza n.42808 del 19/09/2017 in cui viene rimarcato che non rientra nella condotta lesiva dell’art. 4, comma secondo, T.U.L.P.S. e del relativo regolamento, il cui rifiuto è sanzionato dallart. 4 T.U.L.P.S. e art. 294 del regolamento la mancata consegna dei documenti didentità dal momento che lobbligo di fornire indicazioni sulla propria identità personale non si estende allesibizione dei documenti didentità, essendo previsto uno specifico obbligo di documentare la propria identità solo nelle ipotesi di persone pericolose o sospette, ai sensi dellart. 4, comma secondo, T.U.L.P.S. e del relativo regolamento, il cui rifiuto è sanzionato dallart. 4 T.U.L.P.S. e art. 294 del regolamento
La citata sentenza n.42808/2017 emanata dalla Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, seguendo un consolidato orientamento giurisprudenziale, ha statuito che lelemento materiale del reato previsto dallart. 651 cod. pen. consiste nel rifiuto di fornire indicazioni sulla propria identità e non nella mancata esibizione di un documento condotta che costituisce, invece, violazione dellart. 4, comma 2, T.U.L.P.S. e art. 294 del relativo regolamento, ove ne ricorrano le altre condizioni di persona pericolosa o sospetta, in alcun modo emergenti né nella imputazione né nella sentenza di condanna (Sez. 6, n. 34 del 18/10/1995, dep. 4/1/1996, Cozzella, Rv. 203852; Sez. 6, n. 14211 del 12/3/2009 Trovato, Rv. 243317; Sez. 1, n. 10676 del 24/2/2005, Albanese, Rv. 231125).
Da ultimo Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza n.2021 del 15 novembre 2019 – 20 gennaio 2020, Presidente Mazzei – Relatore Cappuccio, ha affermato il seguente principio:“…omissis… 4. Per quanto concerne la sussunzione della condotta nell’ambito applicativo dell’art. 651 cod. pen., va detto che la sentenza impugnata chiarisce come l’attività dell’imputato si sia sostanziata esclusivamente nell’omessa esibizione del documento di identità, richiesto dagli agenti ai fini della identificazione formale, comportamento che integra, per giurisprudenza constante (Sez. 6, Sentenza n. 14211 del 12/03/2009, Trovato, Rv. 243317; sul punto, cfr. anche Sez. 6, n. 34 del 18/10/1995, dep. 1996, Cozzella, Rv. 203852; Sez. 6, n. 6864 del 03/05/1993, Scaduto, Rv. 195412), – ove ne ricorrano le altre condizioni legali – gli estremi del reato di cui al R.D. 18 giugno 1931, n. 773, art. 4, ed all’art. 294 del relativo regolamento, non già il reato previsto dall’art. 651 cod. pen., che sanziona invece il rifiuto di fornire indicazioni sulla propria identità personale.
Atteso, allora, che C. venne sollecitato ad esibire un documento identificativo, e non anche a declinare le proprie generalità, ciò che egli avrebbe potuto fare anche senza disporre del documento, deve ritenersi, sulla base degli elementi di fatto richiamati, che egli non pose in essere la condotta tipica della fattispecie incriminatrice contestatagli.
5 La circostanza da ultimo dedotta impone, in accoglimento del ricorso proposto, l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.
P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata, perché il fatto non sussiste.”
La legge non parla di esibire i documenti, pertanto non vi è alcun obbligo di mostrare i documenti o di portarli con sé (salvo che non sia la patente di guida mentre si èi al volante).
L’eccezione a tale regola è rappresentata, come detto, dallart.4 del T.U.L.P.S., il quale attribuisce alle forze dell’ordine la facoltà di ordinare alle persone ritenute pericolose o sospette, nonché agli stranieri, di esibire un documento di riconoscimento.
Quindi soltanto nel caso di soggetto pericoloso o sospetto che rifiuti di esibire i documenti alle forze dell’ordine, c’è il rischio dell’arresto fino a due mesi o l’ammenda sino a centotré euro.
La qualificazione di soggetto pericoloso o sospetto è tuttavia lasciata alla discrezionalità dell’agente delle forze dell’ordine, con la conseguenza che tale circostanza dovrà poi essere provata nel processo.
Si deve sempre considerare che in questo caso, ancora prima del processo, le Forze dell’ordine hanno il diritto di portare in caserma o in commissariato per l’identificazione la persona ritenuta pericolosa o sospetta, che il fermo potrebbe protrarsi per diverse ore, ma non superare le 24 ore ed infine che non è prevista la presenza di un difensore che tuteli il fermato.
Riepilogando la situazione, alla luce delle varie prospettazioni, concludo consigliando vivamente ai cittadini di evitare situazioni di attrito e/o conflitto con le Forze dell’ordine e a queste ultime di moderare le loro condotte nei confronti dei cittadini al fine di evitare di incorre a loro volta in abusi che violano il vigente codice penale  
Se le Forze dell’ordine chiedono alla persona fermata per il controllo di poterla identificare, quest’ultima ha il dovere di fornire le sue generalità a voce, ma non quello di esibire (consegnare) i documenti, salvo che non sia un soggetto che le Forze dell’ordine, assumendosene la relativa responsabilità, ritengano essere pericoloso o sospetto.
Se la persona fermata per il controllo non fornirà le sue generalità rischierà di essere trattenuta in caserma o nel commissariato per ventiquattro ore e di essere coinvolta in un processo penale per il reato di rifiuto d’indicazioni sulla propria identità personale.
Se poi il fermato viene ritenuto un soggetto pericoloso o sospetto e non esibisce i documenti, rischierà l’arresto fino a due mesi o l’ammenda sino a centotré euro.
Soltanto se l’agente è in borghese la persona fermata avrà diritto di chiedere l’esibizione del suo tesserino, in caso contrario la persona fermata da un agente in borghese che non si faccia identificare non sarà a sua volta obbligata a fornire le proprie generalità o a esibire i propri documenti.
A loro volta le Forze dell’Ordine dovranno rispettare rigorosamente le norme giuridiche che disciplinano il fermo preventivo per i controlli e la giurisprudenza ormai consolidata della Cassazione in materia senza sfociare in odiose prevaricazioni, provocazioni o abusi che sicuramente finirebbero col coinvolgerli come imputati in inevitabili processi penali.

I cittadini abbiano coraggio e denuncino i reati perchè "La legge è uguale per tutti " non è un vuoto assioma, ma una realtà fondamentale nel nostro ordinamento giuridico.Piena solidarietà all’amica Ornella prof. Forni Mariani ed alle nove persone che erano in sua compagnia che hanno subito ingiuste prevaricazioni dalla Polizia di Stato.Non si può non censurare e biasimare il comportamento del capo pattuglia della Polizia di Stato, cui ha fatto cenno la prof. Forni Mariani, il quale nell’occasione, lungi dal limitarsi ad un accertamento di una violazione di natura amministrativa, ha violato non soltanto i doveri del proprio ufficio, ma anche norme di natura penale, dal momento dall’espositiva dei fatti emerge che il suo comportamento rivestirebbe ipotesi di reati come l’abuso d’ufficio, la violenza privata ed il sequestro di persona.Non è la prima volta che comuni cittadini subiscono intimidazioni e trattamenti ingiusti ad opera di esponenti delle forze dell’ordine i quali, ritenendo erroneamente di beneficiare di un vero e proprio scudo penale, con le loro condotte violano la legge.Se per un verso si rinnova la stima verso tutti gli appartenenti alle Forze dell’Ordine che svolgono con diligenza, equilibrio e correttezza i loro delicati compiti, non si può non stigmatizzare come siano da isolare e se necessario espellere con il massimo rigore dai corpi di appartenenza coloro che violano la legge e tradiscono i compiti che la Costituzione e l’ordinamento assegna ad ognuno di loro.Dinnanzi al sopruso ed alla violazione della legge occorre reagire energicamente con gli stessi strumenti che l’ordinamento pone a disposizione di tutti.Occorre pertanto, senza alcuna esitazione, depositare presso le Procure della Repubblica competenti per territorio denunce circonstanziate e documentate affinché ogni comportamento penalmente illecito sia perseguito a norma di legge.Dopo il rinvio a giudizio di coloro che il PM avrà ritenuto responsabili di reati, occorrerà costituirsi parte civile e chiedere non soltanto il risarcimento dei danni, ma anche una provvisionale al cui pagamento siano subordinati eventuali benefici di legge ed inoltre la pubblicazione della sentenza di condanna su almeno cinque o più giornali aventi diffusione nazionale.Una reazione di tale portata potrebbe costituire un efficace deterrente utile per isolare le “mele marce” ed allontanare quindi ogni ombra sull’operato della Polizia o di ogni altro corpo facente parte delle Forze dell’Ordine.Al solo fine esemplificativo si rammenta che uno dei reati in cui frequentemente incorre un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni è l’art. 323 Codice Penale – ABUSO DI UFFICIO, come modificato dall’art.23 del d.l. n.76/2020: “Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da uno a quattro anni.La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno carattere di rilevante gravità.”Trattasi di reato procedibile d’ufficio, che prevede l’arresto facoltativo e rientra funzionalmente nella competenza del Tribunale Penale Collegiale.”Dunque non si lascino intimorire i cittadini che, pur mantenendo un comportamento civile e corretto nei confronti dei rappresentanti della tutela dell’ordine pubblico, subiscono ingiustamente prevaricazioni e lesioni dei loro diritti e denuncino i fatti, in quanto il principio che “LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI” non è soltanto un vuoto assioma, ma una realtà su cui si basa il nostro ordinamento giuridico.www.youtube.com/watch?v=MR2CPVhPRsE ... Leggi tuttoAccorcia

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UNA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA A COSTO ZERO: SIANO ABOLITI I TERMINI ORDINATORI!Nel contesto della crisi della giustizia e delle criticità che investono la magistratura italiana, si appalesano necessarie ed urgenti delle riforme organiche. In attesa di più ampie ed impegnative riforme che tutti si auspicano e che la stessa “”Europa” ci chiede, fin da subito si poterebbe con legge ordinaria introdurre una mini riforma, a costo zero, che consentirebbe una maggiore speditezza dei tempi della giustizia attraverso la semplice abolizione dei termini ordinatori.Come è noto a tutti i giuristi I termini processuali sono riconducibili ad una delle seguenti triplici categorie: termini dilatori, termini perentori e termini ordinatori.1. I termini dilatori consistono in un periodo di tempo che intercorre tra un atto perfetto nella sua struttura (per esempio, un atto di precetto, o un atto citazione, già notificati) ed un determinato effetto giuridico (per es. facoltà di eseguire un pignoramento, o data di prima comparizione in giudizio); i termini dilatori si limitano quindi a paralizzare temporaneamente l’effetto di un atto già completo nei suoi elementi essenziali.2. Sono perentori i termini previsti espressamente dalla legge o dal giudice che impongono il compimento di un determinato atto entro un termine prestabilito sotto pena di decadenza, con esclusione della possibilità di abbreviazione o proroga, neanche con l'accordo delle parti. Sono termini perentori ad esempio quelli previsti per l’impugnazione di una sentenza o di altro provvedimento giurisdizionale, quello previsto per costituirsi in un giudizio civile, quello per l’integrazione del contraddittorio o quello per costituirsi parte civile in un processo penale, il cui mancato rispetto comporta la decadenza dalle facoltà di esercitare i relativi diritti e/ o facoltà.3. Infine sono termini ordinatori quelli che non devono essere rispettati in modo rigoroso, non avendo efficacia rigida, ma debole, nel senso che il mancato rispetto degli stessi non ha conseguenze processuali “forti”, quali la decadenza dal compimento di una determinata attività processuale.Quando un termine è soltanto ordinatorio l’attività può essere compiuta anche senza osservare il termine previsto, come il deposito di una sentenza, o di qualsivoglia altro provvedimento di un magistrato requirente o giudicante.In sostanza il termine ordinatorio può sempre essere vulnerato senza alcuna conseguenza, in quanto l'atto compiuto dopo la scadenza non prorogata di un termine ordinatorio è riconosciuto sempre come valido. Il termine ordinatorio sarebbe quindi una sorta di suggerimento, sempre superabile, senza incorrere in sanzioni processuali, in quanto beneficia di una tolleranza totale senza alcuna conseguenza.L’immediata abolizione dei termini ordinatori da inglobare in quelli perentori potrebbe giovare da subito al funzionamento della giustizia imprimendo una grande accelerazione sui suoi tempi.Contestualmente alla equiparazione dei termini ordinatori, che in prevalenza riguardano i magistrati, ai termini perentori, occorrerebbe prevedere, come deterrente del mancato rispetto, una sanzione, che potrebbe consistere anche, ad esempio, quella della decurtazione di una quota dello stipendio per ogni giorno di ritardo.Un intervento di tale portata non significherebbe intaccare o mettere in discussione l’autonomia e indipendenza della magistratura, ma semplicemente intervenire sulla efficienza, economicità ed efficacia del servizio giustizia che è amministrato dai magistrati, i quali -non lo si dimentichi- oltre ad essere un “ordine, indipendente da ogni altro potere” sono a tutti gli effetti legati allo Stato da un rapporto di pubblico impiego in quanto funzionari pubblici investiti di poteri giudiziari. ... Leggi tuttoAccorcia

UNA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA A COSTO ZERO: SIANO ABOLITI I TERMINI ORDINATORI!
Nel contesto della crisi della giustizia e delle criticità che investono la magistratura italiana, si appalesano necessarie ed urgenti delle riforme organiche. 
In attesa di più ampie ed impegnative riforme che tutti si auspicano e che la stessa “”Europa” ci chiede, fin da subito si poterebbe con legge ordinaria introdurre una mini riforma, a costo zero, che consentirebbe una maggiore speditezza dei tempi della giustizia attraverso la semplice abolizione dei termini ordinatori.
Come è noto a tutti i giuristi I termini processuali sono riconducibili ad una delle seguenti triplici categorie: termini dilatori, termini perentori e termini ordinatori.
1. I termini dilatori consistono in un periodo di tempo che intercorre tra un atto perfetto nella sua struttura (per esempio, un atto di precetto, o un atto citazione, già notificati) ed un determinato effetto giuridico (per es. facoltà di eseguire un pignoramento, o data di prima comparizione in giudizio); i termini dilatori si limitano quindi a paralizzare temporaneamente l’effetto di un atto già completo nei suoi elementi essenziali.
2. Sono perentori i termini previsti espressamente dalla legge o dal giudice che impongono il compimento di un determinato atto entro un termine prestabilito sotto pena di decadenza, con esclusione della possibilità di abbreviazione o proroga, neanche con laccordo delle parti. 
Sono termini perentori ad esempio quelli previsti per l’impugnazione di una sentenza o di altro provvedimento giurisdizionale, quello previsto per costituirsi in un giudizio civile, quello per l’integrazione del contraddittorio o quello per costituirsi parte civile in un processo penale, il cui mancato rispetto comporta la decadenza dalle facoltà di esercitare i relativi diritti e/ o facoltà.
3. Infine sono termini ordinatori quelli che non devono essere rispettati in modo rigoroso, non avendo efficacia rigida, ma debole, nel senso che il mancato rispetto degli stessi non ha conseguenze processuali “forti”, quali la decadenza dal compimento di una determinata attività processuale.
Quando un termine è soltanto ordinatorio l’attività può essere compiuta anche senza osservare il termine previsto, come il deposito di una sentenza, o di qualsivoglia altro provvedimento di un magistrato requirente o giudicante.
In sostanza il termine ordinatorio può sempre essere vulnerato senza alcuna conseguenza, in quanto latto compiuto dopo la scadenza non prorogata di un termine ordinatorio è riconosciuto sempre come valido. 
Il termine ordinatorio sarebbe quindi una sorta di suggerimento, sempre superabile, senza incorrere in sanzioni processuali, in quanto beneficia di una tolleranza totale senza alcuna conseguenza.
L’immediata abolizione dei termini ordinatori da inglobare in quelli perentori potrebbe giovare da subito al funzionamento della giustizia imprimendo una grande accelerazione sui suoi tempi.
Contestualmente alla equiparazione dei termini ordinatori, che in prevalenza riguardano i magistrati, ai termini perentori, occorrerebbe prevedere, come deterrente del mancato rispetto, una sanzione, che potrebbe consistere anche, ad esempio, quella della decurtazione di una quota dello stipendio per ogni giorno di ritardo.
Un intervento di tale portata non significherebbe intaccare o mettere in discussione l’autonomia e indipendenza della magistratura, ma semplicemente intervenire sulla efficienza, economicità ed efficacia del servizio giustizia che è amministrato dai magistrati, i quali -non lo si dimentichi- oltre ad essere un “ordine, indipendente da ogni altro potere” sono a tutti gli effetti legati allo Stato da un rapporto di pubblico impiego in quanto funzionari pubblici investiti di poteri giudiziari.

Studio Lonoce