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Costituzione, Stato di diritto e principio di legalità non sono vuote locuzioni, ma devono essere la nostra stella polareQuello che sta avvenendo si chiama diffusione dolosa dell’epidemia (art.438 cod.pen.).Io, insieme al prof. Augusto Sinagra, ho cercato di scuotere gli animi dal torpore e dal letargo cui sono stati ridotti dalla propaganda del pensiero unico, depositando presso la Procura delle Repubblica di Roma una prima denuncia in data 30/03/2020 perché fosse accertato se sussistevano profili di responsabilità penale a carico del presidente del consiglio, prof. avv. Giuseppe Conte, del ministro della salute, on.le Roberto Speranza e di quello degli interni, dr.ssa Luciana Lamorgese, per i reati di diffusione colposa dell’epidemia ed omicidio colposo plurimo.Successivamente, in data 15/07/2020, abbiamo depositato una seconda denuncia per l’ipotesi di reato sopravvenuta con riferimento alla diffusione dolosa dell’epidemia (art.438 c.p.), dal momento che già allora appariva evidente la volontà del governo di continuare a consentire l’ingresso indiscriminato in Italia di migranti irregolari, anche di quelli positivi al Covid-19, per distribuirli poi su tutto il territorio con la conseguenza di esporre gli Italiani al rischio di un nuovo contagio.Il procedimento penale promosso a seguito delle citate denunce, iscritto al n.49875/2020 ed assegnato al dott. Giorgio Orano, sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Roma, seguirà il complesso iter previsto dalla legge costituzionale n.1/1989 (rimessione degli atti da parte del PM al Tribunale dei Ministri ed al termine delle indagini da parte di quest’ultimo, in caso di decisione di rinvio a giudizio, restituzione degli atti al PM perché richieda l’autorizzazione a procedere contro gli indagati alla camera di appartenenza, per i ministri che sono anche parlamentari ed al senato, in caso di ministri non parlamentari).Tuttavia ogni cittadino italiano, consapevole della gravità della situazione, potrebbe a sua volta fare la sua parte e far pervenire presso i vari uffici giudiziari dove vengono consumati i reati la sua denuncia contro coloro che, ricoprendo funzioni istituzionali apicali che consentono loro l’adozione di autonome decisioni, si stanno rendendo responsabili a vario titolo di delitti come la diffusione colposa e talvolta anche dolosa dell’epidemia ed il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.In questo modo diversi PM appartenenti ai vari Tribunali territorialmente competenti, avrebbero l’opportunità di indagare, accertare i fatti ed i profili di responsabilità di ciascuno ed in caso di raggiungimento del convincimento di poter sostenere validamente l’accusa nel corso del dibattimento, potrebbero rinviare a giudizio gli indagati.Con tale iniziativa collettiva proveniente dai cittadini si potrebbero ottenere alcuni importanti risultati:1) nell’immediato, una auspicabile maggiore attenzione, prudenza e responsabilità nell’affrontare le varie situazioni da parte di chi, pur occupando ruoli secondari e non di vertice nelle istituzioni, ha tuttavia una capacità decisionale autonoma e non discrezionale, ma soggetta solo alla legge;2) nel breve termine, l’apertura di una nuova stagione che vedrebbe la Magistratura italiana protagonista di una grande operazione di ripristino della legalità attraverso numerosi processi penali necessari per punire, previo l’accertamento di responsabilità di ordine penale, tutti coloro che fino ad ora hanno impunemente violato la legge, ritenendo di esserne al di sopra;3) nel medio termine, una rinnovata fede nella Giustizia da parte dei Cittadini e di molti Magistrati che spesso avvertono attorno a loro un senso di isolamento ed oggi sono costretti a non operare come invece vorrebbero, dovrebbero e potrebbero.Si ritorni dunque al rispetto della Costituzione, a quello delle leggi e si rientri nello Stato di diritto, perché è questa l’unica via per rinnovare il patto sociale con i Cittadini e per affrontare i duri sacrifici che ci aspettano per la ricostruzione della nostra economia gravemente danneggiata e non solo per il lockdown e ricostruire uno Stato sociale, ormai pure esso assente! ... Leggi tuttoAccorcia

Costituzione, Stato di diritto e principio di legalità non sono vuote locuzioni, ma devono essere la nostra stella polare

Quello che sta avvenendo si chiama diffusione dolosa dell’epidemia (art.438 cod.pen.).

Io, insieme al prof. Augusto Sinagra, ho cercato di scuotere gli animi dal torpore e dal letargo cui sono stati ridotti dalla propaganda del pensiero unico, depositando presso la Procura delle Repubblica di Roma una prima denuncia in data 30/03/2020 perché fosse accertato se sussistevano profili di responsabilità penale a carico del presidente del consiglio, prof. avv. Giuseppe Conte, del ministro della salute, on.le Roberto Speranza e di quello degli interni, dr.ssa Luciana Lamorgese, per i reati di diffusione colposa dell’epidemia ed omicidio colposo plurimo.

Successivamente, in data 15/07/2020, abbiamo depositato una seconda denuncia per l’ipotesi di reato sopravvenuta con riferimento alla diffusione dolosa dell’epidemia (art.438 c.p.), dal momento che già allora appariva evidente la volontà del governo di continuare a consentire l’ingresso indiscriminato in Italia di migranti irregolari, anche di quelli positivi al Covid-19, per distribuirli poi su tutto il territorio con la conseguenza di esporre gli Italiani al rischio di un nuovo contagio.

Il procedimento penale promosso a seguito delle citate denunce, iscritto al n.49875/2020 ed assegnato al dott. Giorgio Orano, sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Roma, seguirà il complesso iter previsto dalla legge costituzionale n.1/1989 (rimessione degli atti da parte del PM al Tribunale dei Ministri ed al termine delle indagini da parte di quest’ultimo, in caso di decisione di rinvio a giudizio, restituzione degli atti al PM perché richieda l’autorizzazione a procedere contro gli indagati alla camera di appartenenza, per i ministri che sono anche parlamentari ed al senato, in caso di ministri non parlamentari).
Tuttavia ogni cittadino italiano, consapevole della gravità della situazione, potrebbe a sua volta fare la sua parte e far pervenire presso i vari uffici giudiziari dove vengono consumati i reati la sua denuncia contro coloro che, ricoprendo funzioni istituzionali apicali che consentono loro l’adozione di autonome decisioni, si stanno rendendo responsabili a vario titolo di delitti come la diffusione colposa e talvolta anche dolosa dell’epidemia ed il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

In questo modo diversi PM appartenenti ai vari Tribunali territorialmente competenti, avrebbero l’opportunità di indagare, accertare i fatti ed i profili di responsabilità di ciascuno ed in caso di raggiungimento del convincimento di poter sostenere validamente l’accusa nel corso del dibattimento, potrebbero rinviare a giudizio gli indagati.

Con tale iniziativa collettiva proveniente dai cittadini si potrebbero ottenere alcuni importanti risultati:

1) nell’immediato, una auspicabile maggiore attenzione, prudenza e responsabilità nell’affrontare le varie situazioni da parte di chi, pur occupando ruoli secondari e non di vertice nelle istituzioni, ha tuttavia una capacità decisionale autonoma e non discrezionale, ma soggetta solo alla legge;

2) nel breve termine, l’apertura di una nuova stagione che vedrebbe la Magistratura italiana protagonista di una grande operazione di ripristino della legalità attraverso numerosi processi penali necessari per punire, previo l’accertamento di responsabilità di ordine penale, tutti coloro che fino ad ora hanno impunemente violato la legge, ritenendo di esserne al di sopra;

3) nel medio termine, una rinnovata fede nella Giustizia da parte dei Cittadini e di molti Magistrati che spesso avvertono attorno a loro un senso di isolamento ed oggi sono costretti a non operare come invece vorrebbero, dovrebbero e potrebbero.

Si ritorni dunque al rispetto della Costituzione, a quello delle leggi e si rientri nello Stato di diritto, perché è questa l’unica via per rinnovare il patto sociale con i Cittadini e per affrontare i duri sacrifici che ci aspettano per la ricostruzione della nostra economia gravemente danneggiata e non solo per il lockdown e ricostruire uno Stato sociale, ormai pure esso assente!

13 ore fa

Studio legale Lonoce

Costituzione, Stato di diritto e principio di legalità non sono vuote locuzioni, ma devono essere la nostra stella polareIo, insieme al prof. Augusto Sinagra, ho cercato di scuotere gli animi dal torpore e dal letargo cui sono stati ridotti dalla propaganda del pensiero unico, depositando presso la Procura delle Repubblica di Roma una prima denuncia in data 30/03/2020 perché fosse accertato se sussistevano profili di responsabilità penale a carico del presidente del consiglio, prof. avv. Giuseppe Conte, del ministro della salute, on.le Roberto Speranza e di quello degli interni, dr.ssa Luciana Lamorgese, per i reati di diffusione colposa dell’epidemia ed omicidio colposo plurimo.Successivamente, in data 15/07/2020, abbiamo depositato una seconda denuncia per l’ipotesi di reato sopravvenuta con riferimento alla diffusione dolosa dell’epidemia (art.438 c.p.), dal momento che già allora appariva evidente la volontà del governo di continuare a consentire l’ingresso indiscriminato in Italia di migranti irregolari, anche di quelli positivi al Covid-19, per distribuirli poi su tutto il territorio con la conseguenza di esporre gli Italiani al rischio di un nuovo contagio.Il procedimento penale promosso a seguito delle citate denunce, iscritto al n.49875/2020 ed assegnato al dott. Giorgio Orano, sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Roma, seguirà il complesso iter previsto dalla legge costituzionale n.1/1989 (rimessione degli atti da parte del PM al Tribunale dei Ministri ed al termine delle indagini da parte di quest’ultimo, in caso di decisione di rinvio a giudizio, restituzione degli atti al PM perché richieda l’autorizzazione a procedere contro gli indagati alla camera di appartenenza, per i ministri che sono anche parlamentari ed al senato, in caso di ministri non parlamentari).Tuttavia ogni cittadino italiano, consapevole della gravità della situazione, potrebbe a sua volta fare la sua parte e far pervenire presso i vari uffici giudiziari dove vengono consumati i reati la sua denuncia contro coloro che, ricoprendo funzioni istituzionali apicali che consentono loro l’adozione di autonome decisioni, si stanno rendendo responsabili a vario titolo di delitti come la diffusione colposa e talvolta anche dolosa dell’epidemia ed il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.In questo modo diversi PM appartenenti ai vari Tribunali territorialmente competenti, avrebbero l’opportunità di indagare, accertare i fatti ed i profili di responsabilità di ciascuno ed in caso di raggiungimento del convincimento di poter sostenere validamente l’accusa nel corso del dibattimento, potrebbero rinviare a giudizio gli indagati.Con tale iniziativa collettiva proveniente dai cittadini si potrebbero ottenere alcuni importanti risultati:1) nell’immediato, una auspicabile maggiore attenzione, prudenza e responsabilità nell’affrontare le varie situazioni da parte di chi, pur occupando ruoli secondari e non di vertice nelle istituzioni, ha tuttavia una capacità decisionale autonoma e non discrezionale, ma soggetta solo alla legge;2) nel breve termine, l’apertura di una nuova stagione che vedrebbe la Magistratura italiana protagonista di una grande operazione di ripristino della legalità attraverso numerosi processi penali necessari per punire, previo l’accertamento di responsabilità di ordine penale, tutti coloro che fino ad ora hanno impunemente violato la legge, ritenendo di esserne al di sopra;3) nel medio termine, una rinnovata fede nella Giustizia da parte dei Cittadini e di molti Magistrati che spesso avvertono attorno a loro un senso di isolamento ed oggi sono costretti a non operare come invece vorrebbero, dovrebbero e potrebbero.Si ritorni dunque al rispetto della Costituzione, a quello delle leggi e si rientri nello Stato di diritto, perché è questa l’unica via per rinnovare il patto sociale con i Cittadini e per affrontare i duri sacrifici che ci aspettano per la ricostruzione della nostra economia gravemente danneggiata e non solo per il lockdown e ricostruire uno Stato sociale, ormai pure esso assente! ... Leggi tuttoAccorcia

Costituzione, Stato di diritto e principio di legalità non sono vuote locuzioni, ma devono essere la nostra stella polare

5 giorni fa

Studio legale Lonoce

Una rondine non fa primavera, c’è bisogno di molte rondiniLa lettura della sentenza n. 516 del Giudice di Pace di Frosinone, Avvocato Manganiello, emanata il 5 luglio e depositata il 29 luglio 2020 induce ad alcune riflessioni.Quel Giudice ordinario, come avevo avuto occasione di argomentare in precedenza in tutti i miei scritti, ha dato atto della illegittimità della delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio 2020 con cui era stata dichiarata l’emergenza da coronavirus per la durata di sei mesi (fino al 31 luglio 2020) utilizzando impropriamente la legge sulla protezione civile (D.Lgs.n.1/2018) che invece prevede poteri straordinari in favore del presidente del consiglio e del capo della protezione civile solo in caso di calamità naturali.Dunque tutti i Dpcm, nessuno escluso, emanati in completa solitudine dal presidente del consiglio Prof. Avv. Giuseppe Conte dovrebbero essere incostituzionali.Anche il lockdown che ne è seguito, con il conseguente gravissimo danno per l’economia nazionale, dovrebbe essere pure esso incostituzionale per violazione dell’art.13 della nostra Costituzione.A questo punto c’è da chiedersi se sia stato lecito, sotto il profilo strettamente penale, che il governo per oltre due mesi abbia privato i cittadini italiani della loro libertà personale, disponendo di fatto arbitrariamente per tutti gli arresti domiciliari, pur in assenza di un provvedimento giurisdizionale.Ed infine occorre domandarsi se le Forze dell’Ordine che hanno eseguito le disposizioni amministrative impartite dal governo avevano il potere di sindacare sul contenuto di ordini palesemente illegittimi, o avrebbero potuto disattenderli senza alcuna conseguenza derivante dal rapporto gerarchico che li lega alla pubblica amministrazione e se, avendoli invece eseguiti, potrebbero essere ritenuti responsabili di abuso d’ufficio (art.323 cod.pen.).Il coraggioso precedente del Giudice di Pace di Frosinone, che allego, secondo il quale la dichiarazione dello stato di emergenza del 31 gennaio è illegittima ed i conseguenti Dpcm e successivi atti amministrativi emanati dal presidente del Consiglio dei ministri appaiono incostituzionali e pertanto devono essere disapplicati, purtroppo vale soltanto nei confronti del soggetto che ha proposto opposizione innanzi al Giudice ordinario avverso l’ordinanza-ingiunzione emanata dal Prefetto e potrà costituire un precedente giurisprudenziale utile per tutte le altre opposizioni.Infatti quella sentenza del Giudice di Pace non è sufficiente per invalidare, come invece sarebbe potuto avvenire attraverso una dichiarazione di incostituzionalità, tutta l’architettura governativa su cui è stata poggiata ogni disposizione emanata dal premier Conte durante l’emergenza da Covid-19.Con uno sforzo in più ed uno sguardo più attento verso gli interessi della Giustizia quel Giudice di Pace avrebbe potuto investire della vicenda la Consulta perché si pronunciasse sulla incostituzionalità delle norme che nella citata statuizione giurisdizionale si è invece limitato a disapplicare, come era suo diritto e dovere dell’ufficio giudiziario cui apparteneva.Duole dover rilevare che dinnanzi ad una serie di Dpcm incostituzionali ed illegittimi cui hanno fatto seguito decreti legge convertiti in legge dalla maggioranza parlamentare non ci sia stato un solo parlamentare della Repubblica che abbia avuto il coraggio di adire direttamente la Corte Costituzionale per sollevare il conflitto di attribuzione?Dovrebbero sapere i nostri parlamentari che con ordinanza n.17/2019 la Consulta ha affermato il principio che il singolo parlamentare, quale titolare di un potere dello Stato, ha la possibilità, la facoltà, la legittimazione attiva ed il diritto di proporre ricorso diretto alla Corte e nessuno fino ad ora ha ritenuto di farlo. Perchè?Ma domani è un altro giorno e la battaglia per il diritto e l’affermazione della Giustizia continuerà il suo percorso ormai già tracciato, fino alla vittoria! canestrinilex.com/assets/Uploads/pdf/61e0d24f46/sanzione-covid-canestriniLex-5162020-DPCM-Illegit... ... Leggi tuttoAccorcia

Una rondine non fa primavera, c’è bisogno di molte rondini

Una rondine non fa primavera, c’è bisogno di molte rondiniLa lettura della sentenza n. 516 del Giudice di Pace di Frosinone, Avvocato Manganiello, emanata il 5 luglio e depositata il 29 luglio 2020 induce ad alcune riflessioni.Quel Giudice ordinario, come avevo avuto occasione di argomentare in precedenza in tutti i miei scritti, ha dato atto della illegittimità della delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio 2020 con cui era stata dichiarata l’emergenza da coronavirus per la durata di sei mesi (fino al 31 luglio 2020) utilizzando impropriamente la legge sulla protezione civile (D.Lgs.n.1/2018) che invece prevede poteri straordinari in favore del presidente del consiglio e del capo della protezione civile solo in caso di calamità naturali.Dunque tutti i Dpcm, nessuno escluso, emanati in completa solitudine dal presidente del consiglio Prof. Avv. Giuseppe Conte dovrebbero essere incostituzionali.Anche il lockdown che ne è seguito, con il conseguente gravissimo danno per l’economia nazionale, dovrebbe essere pure esso incostituzionale per violazione dell’art.13 della nostra Costituzione.A questo punto c’è da chiedersi se sia stato lecito, sotto il profilo strettamente penale, che il governo per oltre due mesi abbia privato i cittadini italiani della loro libertà personale, disponendo di fatto arbitrariamente per tutti gli arresti domiciliari, pur in assenza di un provvedimento giurisdizionale.Ed infine occorre domandarsi se le Forze dell’Ordine che hanno eseguito le disposizioni amministrative impartite dal governo avevano il potere di sindacare sul contenuto di ordini palesemente illegittimi, o avrebbero potuto disattenderli senza alcuna conseguenza derivante dal rapporto gerarchico che li lega alla pubblica amministrazione e se, avendoli invece eseguiti, potrebbero essere ritenuti responsabili di abuso d’ufficio (art.323 cod.pen.).Il coraggioso precedente del Giudice di Pace di Frosinone, che allego, secondo il quale la dichiarazione dello stato di emergenza del 31 gennaio è illegittima ed i conseguenti Dpcm e successivi atti amministrativi emanati dal presidente del Consiglio dei ministri appaiono incostituzionali e pertanto devono essere disapplicati, purtroppo vale soltanto nei confronti del soggetto che ha proposto opposizione innanzi al Giudice ordinario avverso l’ordinanza-ingiunzione emanata dal Prefetto e potrà costituire un precedente giurisprudenziale utile per tutte le altre opposizioni.Infatti quella sentenza del Giudice di Pace non è sufficiente per invalidare, come invece sarebbe potuto avvenire attraverso una dichiarazione di incostituzionalità, tutta l’architettura governativa su cui è stata poggiata ogni disposizione emanata dal premier Conte durante l’emergenza da Covid-19.Con uno sforzo in più ed uno sguardo più attento verso gli interessi della Giustizia quel Giudice di Pace avrebbe potuto investire della vicenda la Consulta perché si pronunciasse sulla incostituzionalità delle norme che nella citata statuizione giurisdizionale si è invece limitato a disapplicare, come era suo diritto e dovere dell’ufficio giudiziario cui apparteneva.Duole dover rilevare che dinnanzi ad una serie di Dpcm incostituzionali ed illegittimi cui hanno fatto seguito decreti legge convertiti in legge dalla maggioranza parlamentare non ci sia stato un solo parlamentare della Repubblica che abbia avuto il coraggio di adire direttamente la Corte Costituzionale per sollevare il conflitto di attribuzione?Dovrebbero sapere i nostri parlamentari che con ordinanza n.17/2019 la Consulta ha affermato il principio che il singolo parlamentare, quale titolare di un potere dello Stato, ha la possibilità, la facoltà, la legittimazione attiva ed il diritto di proporre ricorso diretto alla Corte e nessuno fino ad ora ha ritenuto di farlo. Perchè?Ma domani è un altro giorno e la battaglia per il diritto e l’affermazione della Giustizia continuerà il suo percorso ormai già tracciato, fino alla vittoria! canestrinilex.com/assets/Uploads/pdf/61e0d24f46/sanzione-covid-canestriniLex-5162020-DPCM-Illegit... ... Leggi tuttoAccorcia

Una rondine non fa primavera, c’è bisogno di molte rondini
La lettura della sentenza n. 516 del Giudice di Pace di Frosinone, Avvocato Manganiello, emanata il 5 luglio e depositata il 29 luglio 2020 induce ad alcune riflessioni.
Quel Giudice ordinario, come avevo avuto occasione di argomentare in precedenza in tutti i miei scritti, ha dato atto della illegittimità della delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio 2020 con cui era stata dichiarata l’emergenza da coronavirus per la durata di sei mesi (fino al 31 luglio 2020) utilizzando impropriamente la legge sulla protezione civile (D.Lgs.n.1/2018) che invece prevede poteri straordinari in favore del presidente del consiglio e del capo della protezione civile solo in caso di calamità naturali.
Dunque tutti i Dpcm, nessuno escluso, emanati in completa solitudine dal presidente del consiglio Prof. Avv. Giuseppe Conte dovrebbero essere incostituzionali.
Anche il lockdown che ne è seguito, con il conseguente gravissimo danno per l’economia nazionale, dovrebbe essere pure esso incostituzionale per violazione dell’art.13 della nostra Costituzione.
A questo punto c’è da chiedersi se sia stato lecito, sotto il profilo strettamente penale, che il governo per oltre due mesi abbia privato i cittadini italiani della loro libertà personale, disponendo di fatto arbitrariamente per tutti gli arresti domiciliari, pur in assenza di un provvedimento giurisdizionale.
Ed infine occorre domandarsi se le Forze dell’Ordine che hanno eseguito le disposizioni amministrative impartite dal governo avevano il potere di sindacare sul contenuto di ordini palesemente illegittimi, o avrebbero potuto disattenderli senza alcuna conseguenza derivante dal rapporto gerarchico che li lega alla pubblica amministrazione e se, avendoli invece eseguiti, potrebbero essere ritenuti responsabili di abuso d’ufficio (art.323 cod.pen.).
Il coraggioso precedente del Giudice di Pace di Frosinone, che allego, secondo il quale la dichiarazione dello stato di emergenza del 31 gennaio è illegittima ed i conseguenti Dpcm e successivi atti amministrativi emanati dal presidente del Consiglio dei ministri appaiono incostituzionali e pertanto devono essere disapplicati, purtroppo vale soltanto nei confronti del soggetto che ha proposto opposizione innanzi al Giudice ordinario avverso l’ordinanza-ingiunzione emanata dal Prefetto e potrà costituire un precedente giurisprudenziale utile per tutte le altre opposizioni.
Infatti quella sentenza del Giudice di Pace non è sufficiente per invalidare, come invece sarebbe potuto avvenire attraverso una dichiarazione di incostituzionalità, tutta l’architettura governativa su cui è stata poggiata ogni disposizione emanata dal premier Conte durante l’emergenza da Covid-19.
Con uno sforzo in più ed uno sguardo più attento verso gli interessi della Giustizia quel Giudice di Pace avrebbe potuto investire della vicenda la Consulta perché si pronunciasse sulla incostituzionalità delle norme che nella citata statuizione giurisdizionale si è invece limitato a disapplicare, come era suo diritto e dovere dell’ufficio giudiziario cui apparteneva.
Duole dover rilevare che dinnanzi ad una serie di Dpcm incostituzionali ed illegittimi cui hanno fatto seguito decreti legge convertiti in legge dalla maggioranza parlamentare non ci sia stato un solo parlamentare della Repubblica che abbia avuto il coraggio di adire direttamente la Corte Costituzionale per sollevare il conflitto di attribuzione?
Dovrebbero sapere i nostri parlamentari che con ordinanza n.17/2019 la Consulta ha affermato il principio che il singolo parlamentare, quale titolare di un potere dello Stato, ha la possibilità, la facoltà, la legittimazione attiva ed il diritto di proporre ricorso diretto alla Corte e nessuno fino ad ora ha ritenuto di farlo. Perchè?
Ma domani è un altro giorno e la battaglia per il diritto e l’affermazione della Giustizia continuerà il suo percorso ormai già tracciato, fino alla vittoria! 

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6 giorni fa

Studio legale Lonoce

La secretazione di atti e documenti governativi e la corretta informazi, si deve osservare che solo una corretta informazioneSui fatti riguardanti la secretazione di atti e documenti governativi, si deve osservare che solo una corretta informazione consente ai cittadini di conoscere e disporre degli elementi di valutazione cui hanno diritto.Nel processo amministrativo la tutela cautelare in genere ha luogo innanzi allo stesso ufficio giudiziario del giudizio del merito, riunito in forma collegiale, nel caso dei Tribunali amministrativi composti da tre giudici e nel caso di appello, davanti al Consiglio di Stato con cinque giudici.Tuttavia, in caso di estrema urgenza, la decisione cautelare può essere provvisoriamente adottata senza contraddittorio attraverso un decreto monocratico del Presidente dell’organo giurisdizionale dinnanzi al quale pende il processo.La statuizione monocratica di accoglimento dell’istanza cautelare e/o di sospensione dell’efficacia esecutiva di una sentenza del TAR è come accennato soltanto interinale, nel senso che il Presidente di Sezione del Consiglio di Stato che ha concesso la sospensione deve fissare contestualmente la comparizione delle parti in Camera di Consiglio ed quella udienza, che non è pubblica ed ha luogo nel rispetto del contraddittorio alla presenza dei soli difensori delle parti, il collegio con sua ordinanza può confermare il decreto, o revocarlo, fermo restando che la decisione finale verrà poi adottata con la successiva sentenza che deciderà anche il merito.Il decreto monocratico, come d’altronde anche l’ordinanza emessa dopo la discussione in camera di consiglio, al contrario della sentenza, che decide anche il merito, vanno motivati soltanto sinteticamente dopo una valutazione limitata al fumus boni iuris (esistenza del diritto) ed al periculum in mora(pericolo nel ritardo), ciò al fine di non interferire nella autonomia del giudice del merito.Le sentenze emesse dal TAR in primo grado sono per legge tutte provvisoriamente esecutive e dunque, anche se sono appellate, spiegano da subito i loro effetti.Proprio per questo se si vuole sospendere l’esecutività di una sentenza del Tar è necessario chiedere al Consiglio di Stato in fase cautelare un’ordinanza di sospensione dell’esecuzione della sentenza di primo grado.Non sempre il giudice al quale è indirizzata una domanda cautelare fissa immediatamente l’udienza in camera di consiglio per la discussione sulla cautelare, può inoltre verificarsi che, ove fissata, l’interessato rinunci o che il giudice, nell’accordo delle parti, disponga l’abbinamento della decisione cautelare alla decisione del merito, stabilendo per la discussione del merito una data vicina e rinviando a quella data la decisione sulla domanda cautelare.Altre volte, all’esito della discussione sulla domanda cautelare il giudice, su richiesta delle parti, può decidere subito il merito della controversia con una sentenza in forma semplificata.Tuttavia nella maggior parte dei casi, quando l’appellante ha urgenza di ottenere con immediatezza la sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza impugnata, fa ricorso alla richiesta di un decreto monocratico che in genere viene concesso, naturalmente in assenza di contraddittorio e nelle spazio di poche ore, dal presidente della Sezione cui è assegnato il processo, il quale fissa, come detto la camera di consiglio che sarà chiamata a confermarlo o a revocarlo, previo l’ascolto dei difensori delle parti.Fatta questa indispensabile premessa, per una migliore comprensione di come sono andate le cose, occorre esaminare quello che realmente è successo dal momento che da più parti o per una totale ignoranza sulle regole che disciplinano un processo amministrativo, o, peggio, per un uso strumentale e fuorviante della espositiva dei fatti, si sta fornendo degli stessi una informazione poco corretta e assolutamente non reale.Con sentenza n.8615/2020 il Tar Lazio accoglieva l’istanza di accesso civico generalizzato, avanzata dai ricorrenti Todero Rocco Mauro, Palumbo Vincenzo e Pruiti Ciarello Andrea contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri e la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per la Protezione Civile, avente ad oggetto l’ostensione di n. 5 verbali relativi ai pareri espressi dal Comitato Tecnico Scientifico, in particolare: 1) del 28 febbraio 2020, citato nelle premesse del DPCM del 1° marzo 2020; 2) del 1° marzo 2020, citato, anch’esso nelle premesse del DPCM del 1° marzo 2020; 3) del 7 marzo 2020, citato nelle premesse del DPCM dell’8 marzo 2020; 4) n. 39 del 30 marzo 2020, citato nelle premesse del DPCM del 1° aprile 2020; 5) n. 49 del 9 aprile 2020, citato nelle premesse del DPCM del 10 aprile 2020.Nella parte motiva della precitata sentenza di accoglimento il giudice di primo grado evidenziava quanto segue:“1. Violazione degli articoli 1 e 2 della Costituzione. Violazione degli articoli 22, 24 e seguenti della legge n. 241/1990. Violazione degli articoli 5 e 5 bis del decreto legislativo n. 33/2013. Eccesso di potere per sviamento: il presupposto da cui ha preso le mosse l’amministrazione resistente sarebbe palesemente errato, poiché i DDPCM adottati per fare fronte all’emergenza epidemiologica e in vista dei quali sono state richieste le valutazioni tecnico scientifiche del citato Comitato non sono atti normativi, né atti amministrativi generali, ma più semplicemente, sono ordinanze contingibili e urgenti di cui hanno tutte le caratteristiche. 2. Violazione degli articoli 22, 24 e seguenti della legge n. 241/1990. Violazione degli articoli 5 e 5 bis del decreto legislativo n. 33/2013. Violazione dell’articolo 3 della legge n. 241/1990. Eccesso di potere per irragionevolezza manifesta. Violazione delle linee guida ANAC recanti indicazioni operative ai fini della definizione delle esclusioni e dei limiti all’accesso civico di cui all’arti. 5, comma 2, del D. L GS. n. 33/2013: anche a volere accogliere la tesi dell’amministrazione resistente, secondo cui i DDPCM oggetto del presente giudizio sarebbero atti normativi o amministrativi generali, i verbali del Comitato Tecnico Scientifico non rientrerebbero fra gli atti esclusi dall’accesso previsto dal D. Lgs. n. 33/2013: infatti l'art. 24 comma 1 lett. c), L. n. 241 del 1990, per il quale "il diritto di accesso è escluso nei confronti dell'attività della p.a. diretta all'emanazione di atti normativi, amministrativi generali, di pianificazione e di programmazione, per i quali restano ferme le particolari norme che ne regolano la formazione”, esclude espressamente dal suo ambito di applicazione quelle attività dell'amministrazione rivolte anche alla adozione ed alla approvazione degli strumenti di pianificazione urbanistica, non perché quei procedimenti siano sottratti alla trasparenza e alla conoscenza dei cittadini e non sia possibile nei loro confronti alcun tipo di accesso, ma solo perché la trasparenza degli atti volti all'emanazione del piano - che era possibile già prima L. n. 241 del 1990 - continua ad essere disciplinata dalle norme speciali che la regolavano e che prevalgono pertanto su quelle generali. 3. Violazione degli articoli 1, 2, 3, 4, 13, 16, 17, 19, 24 e 41 Costituzione. Violazione dell’articolo 24, comma 7, della Legge n. 241/1990. Violazione degli articoli 5 e 5 bis del D. Lgs. n. 33/2013: i verbali del Comitato tecnico scientifico di cui gli odierni ricorrenti hanno chiesto l’accesso generalizzato hanno rappresentato il supporto tecnico per provvedimenti straordinari che hanno ridotto ai minimi termini l’esercizio della libertà personale, della libertà di movimento, della libertà di riunione, della libertà religiosa, della libertà d’impresa e del diritto al lavoro. La mancata conoscenza dei predetti verbali inciderebbe dunque: A) sotto il profilo della possibilità di esercitare il diritto di difesa; B) all’interno del circuito Sovranità-Democrazia, sotto il profilo della possibilità di esercitare l’ordinario controllo politico-democratico. 4. Violazione della Circolare n. 1/2019 della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Eccesso di potere per contraddittorietà. Il paragrafo 3, sotto paragrafo ii) della circolare della Presidenza del Consiglio n. 1/2019 prevede che “Come chiarito nella Circolare FOIA n. 2/2017 (§ 2.1), con il D.lgs. n. 97 del 2016 l’ordinamento italiano ha riconosciuto la libertà di accedere alle informazioni in possesso delle pubbliche amministrazioni come diritto fondamentale, in conformità all’art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Dal carattere fondamentale del diritto di accesso generalizzato deriva che, nel definire le modalità di attuazione di questo istituto con regolamento o circolare, le pubbliche amministrazioni possono disciplinare esclusivamente i profili procedurali e organizzativi di carattere interno, ma non i profili di rilevanza esterna che incidono sull’estensione del diritto. Di conseguenza, le amministrazioni non potrebbero individuare con regolamento categorie di atti sottratte all’accesso generalizzato, come prevede invece l’art. 24, comma 2, l. n. 241 del 1990 in tema di accesso procedimentale.” La disciplina del DPCM n.143/2011, adottata in epoca antecedente al D. Lgs. n. 33/2013, non potrebbe dunque ò essere chiamata in causa per contrastare la richiesta di accesso generalizzato. 5. Violazione dell’articolo 117, comma 1, della Costituzione in relazione alla violazione dell’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. L’amministrazione si è costituita in giudizio con articolata memoria opponendosi e nell’odierna camera di consiglio svolta da remoto, sentite le parti presenti come da verbale, la causa è stata trattenuta in decisione. Tanto premesso, ritiene il Collegio di accogliere il ricorso, in considerazione della fondatezza della prima censura, con cui parte ricorrente contesta la qualificazione formale attribuita dall’amministrazione ai verbali del Comitato Tecnico Scientifico nominato ai sensi dell’O.C.D.P.C. n. 630/2020 - che esprimerebbero “pareri prodromici all’adozione di atti amministrativi generali, o subordinatamente di atti normativi, di pianificazione e programmazione” sottratti all’accesso ai sensi dell’art.24 della L. n.241/90, con la conseguenza che il Comitato rientrerebbe a pieno titolo nell’elencazione degli organi di cui al citato articolo 1, comma 1, D.P.C.M. n.143/2011- e comunque la sussistenza di ragioni sostanziali ostative, nel caso in esame, all’esercizio del diritto di accesso. Ed invero, rileva il Collegio che i verbali in oggetto costituiscono, effettivamente, atti endoprocedimentali prodromici all’emanazione dei Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, emanati in attuazione del D.L. 23 febbraio 2020, n.6, al fine di indicare le misure necessarie ad evitare la diffusione del virus Covid – 19 sull’intero territorio nazionale, in forza della delega conferita dal Legislatore in particolare con l’art. 3 del richiamato D.L. n.6/2020, convertito con L. n. 13/2020 e con l’art. 2 del D. L. n. 19 del 25 marzo 2020, convertito con L. n. 35/2020. E tuttavia, rileva il Collegio che a tali DDPCM., e quindi a maggior ragione ai presupposti pareri adottati dal Comitato tecnico scientifico nominato ai sensi del D.L. 8 aprile 2020, non possa innanzitutto attribuirsi la qualificazione di atti normativi, tale da sottrarli all’accesso ai sensi dell’art. 24, comma 1, della legge n. 241/1990 e dell’art. 1, comma 1 del DPCM n. 143/2011 (la cui impugnazione deve, dunque, ritenersi nel caso in esame ininfluente), in quanto privi del requisito dell’astrattezza e della capacità di innovare l’ordinamento giuridico. Né può ritenersi, comunque, che si tratti di atti amministrativi generali - con i quali hanno in comune unicamente la caratteristica della generalità dei destinatari- del pari sottratti alla disciplina dell’accesso in esame ai sensi delle disposizioni richiamate, non per intrinseche esigenze di “segretezza”, quanto piuttosto perché la legge assicura agli atti amministrativi generali e agli atti di pianificazione particolari forme di pubblicità e trasparenza. Piuttosto, quanto ai DDPCM in argomento, va evidenziata la peculiare atipicità, che si connota da un lato per caratteristiche ben più assonanti con le ordinanze contingibili e urgenti (quali, ad esempio, gli stessi interventi di profilassi igienico-sanitaria a contenuto generale attuabili con decreto del ministro della sanità, il cui potere è stato effettivamente esercitato durante l’emergenza Covid-19 con le ordinanze 25/01/2020, 30/01/2020 e 20/03/2020 mediante provvedimenti aventi contenuto e caratteristiche di ordinanza contingibile e urgente ex artt. 32 della legge 23/12/1978, n. 833, e 117 del d.lgs. 31/03/1998, n. 112., analogamente rivolte alla generalità dei consociati), in quanto si tratta di provvedimenti adottati sulla base di presupposti assolutamente eccezionali e temporalmente limitati che, a differenza degli atti amministrativi generali tout court, consentono di derogare all’ordinamento giuridico anche imponendo, come nel caso in esame, obblighi di fare e di non fare (caratteristica questa che differenzia nettamente dagli atti amministrativi generali le ordinanze contingibili e urgenti, la cui giustificazione si rinviene nell'esigenza di apprestare alla pubblica utilità adeguati strumenti per fronteggiare il verificarsi di situazioni caratterizzate da eccezionale urgenza, tali da non consentire l'utile e tempestivo ricorso alle alternative ordinarie offerte dall'ordinamento), ma dalle quali si differenziano per la carenza del presupposto della “contingibilità”, atteso che i DDPCM in questione riproducono contenuti già dettagliatamente evidenziati nei DD.LL. attributivi del potere presupposti. La possibilità di utilizzo, in via del tutto residuale, di tale strumento, recando con sé l'inevitabile compressione di diritti ed interessi privati con mezzi diversi da quelli aventi un contenuto tipico e indicati dalla legge, impone il rigoroso rispetto di precisi presupposti, la cui ricorrenza l'Amministrazione è tenuta ad appurare attraverso un'accurata istruttoria, nel rispetto dei limiti di carattere sostanziale e procedurale, non giustificandosi, altrimenti, la deviazione dal principio di tipicità degli atti amministrativi.” ….omissis…. “la ratio dell’intera disciplina normativa dell’accesso - proseguiva il Tar- impone di ritenere che se l’ordinamento giuridico riconosce, ormai, la più ampia trasparenza alla conoscibilità anche di tutti gli atti presupposti all’adozione di provvedimenti individuali o atti caratterizzati da un ben minore impatto sociale, a maggior ragione deve essere consentito l’accesso ad atti, come i verbali in esame, che indicando i presupposti fattuali per l’adozione dei descritti DDPCM, si connotano per un particolare impatto sociale, sui territori e sulla collettività. Il ricorso in oggetto, assorbita ogni altra censura, deve pertanto essere accolto, in considerazione della natura degli atti chiesti in visione nonché delle finalità dello strumento dell’accesso civico generalizzato di cui all’art. 5 del D.Lgs. n. 33/2013, che oltre a favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull'utilizzo delle risorse pubbliche, ha anche la finalità di promuovere, come nel caso in esame, la partecipazione al dibattito pubblico…”.Con ricorso in appello iscritto al n.6169/2020, proposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per la Protezione Civile difesi dall’Avvocatura Generale dello Stato, contro Todero Rocco Mauro, Palumbo Vincenzo e Pruiti Ciarello Andrea, veniva impugnata innanzi al Consiglio di Stato la citata sentenza n.8615/2020 del Tar Lazio pubblicata il 22 luglio 2020 e veniva chiesta al presidente di Sezione la misura cautelare monocratica provvisoria ai sensi dell’art. 56 c.p.a. per ottenere la sospensione dell’efficacia esecutiva della suddetta sentenza.L’istanza cautelare veniva giustificata dai seguenti motivi a sostegno della esistenza di un pregiudizio all’ostensione dei verbali:-danno concreto all’ordine pubblico e la sicurezza che la conoscenza dei verbali del C.T.S., nella fase dell’emergenza, avrebbe comportato sia in relazione alle valutazioni tecniche che agli indirizzi generali dall’organo tecnico, sussunti o meno nei DD.PP.C.M.; ciò a intuitiva ragione del fatto che l’epidemia da covid19 è un novum epidemiologico mai conosciuto e ogni valutazione medico-tecnica al riguardo è stata, ed è, connotata da ampi margini di opinabilità e rischio;-tale pregiudizio sarebbe derivato direttamente dalla divulgazione delle informazioni richieste (a titolo esemplificativo, le specifiche e plurime valutazioni tecnico-mediche sull’epidemia, sul suo andamento, sulle analisi dei fabbisogni medico-ospedalieri e quanto altro attinente direttamente o indirettamente, ivi compresi i rapporti e i flussi di persone con o da paese esteri).-detto pregiudizio sarebbe stato altamente probabile, sia in relazione all’attualità che in relazione ad altre - probabilissime ed imminenti - prosecuzioni dello stato emergenziale e dei relativi provvedimenti che fosse stato necessario emettere a tutela della salute pubblica e della vita dei cittadini.Il Consiglio di stato in sede giurisdizionale (sezione terza), con decreto monocratico n.06169/2020 del suo presidente dott. Franco Frattina così statuiva:“Rilevato che, i verbali di cui si è chiesta l’ostensione hanno – nel quadro della cennata eccezionalità e specialità normativa e amministrativa – il carattere di atti procedimentali tecnici prodomici alla adozione di D.P.C.M. volti a fronteggiare la pandemia, la domanda di accesso, e l’istanza cautelare volta a sospenderne l’esecuzione, deve essere valutata in base ad una interpretazione costituzionalmente orientata del sistema eccezionale ancora, auspicabilmente per poco tempo, vigente, in particolare:detti verbali hanno costituito il presupposto per l’adozione di misure volte a comprimere fortemente diritti individuali dei cittadini, costituzionalmente tutelati ma non contengono elementi o dati che la stessa appellante abbia motivatamente indicato come segreti;le valutazioni tecnico-scientifiche si riferiscono a periodi temporali pressocché del tutto superati e la stessa Amministrazione, riservandosi una volontaria ostensione, fa comprendere di non ritenere in esse insiti elementi di speciale segretezza da opporre agli stessi cittadini, che le forti riduzioni di libertà hanno accettato in norme di una emergenza sanitaria i cui aspetti proprio quei verbali elaborano;non si comprende, proprio per la assoluta eccezionalità di tali atti, rispetto alle categorie tradizionali invocate in senso opposto dalle due parti, perché si debba includere tali atti atipici nel novero di quelli sottratti alla generale regola di trasparenza e conoscibilità da parte dei cittadini, giacché la recente normativa – ribattezzata “freedom of information act” sul modello americano – prevede come regola l’accesso civico e come eccezione – tra cui questi atti atipici non possono essere inclusi né per analogia né per integrazione postuma della norma – la non accessibilità di quelle sole categorie di atti che, trattandosi di eccezione alla regola, devono essere interpretate restrittivamente; è stato peraltro chiarito che le norme sull’accesso civico generalizzato e quelle sull’accesso documentale vanno congiuntamente considerate come complesso regolatore che non restringe ma globalmente amplia la trasparenza e quindi il diritto di partecipazione del cittadino;Considerato che, in mancanza della considerazione di tali verbali tra le categorie per cui la norma sull’accesso civico prevede la non ostensione, essa non può essere affidata, come sostiene l’appellante, “alla facoltà della Amministrazione, di valutare l’ostensibilità, qualora ritenuto opportuno, di tali verbali al termine dello stato di emergenza”.Ritenuto, infatti, che tale riserva – specie se riferita alla stragrande maggioranza dei verbali riferita a periodi da tempo superati – si risolve in un discrezionale e unilaterale potere di esibire o meno atti la cui ostensibilità la legge non esclude espressamente dunque, secondo la regola generale, deve essere consentita;Considerato che, va riconosciuto, una interpretazione diversa – su cui l’appellante molto insiste – può essere quella della natura, per i verbali richiesti, di documenti concernenti il lavoro di commissioni, organi collegiali, gruppi di studio e di lavoro, qualora finalizzati all’adozione di atti normativi…(cfr. art. 24 co. 2 L. 241/90 e D.P.C.M. n. 143/2011);Considerato, tuttavia, quanto alla domanda di sospensione con decreto presidenziale della appellata sentenza, che la stessa – nella presente materia dell’accesso – dispone che siano esibiti i verbali richiesti; ciò determina, in presenza di questione nuova e giuridicamente meritevole di approfondimento collegiale, che soltanto con l’accoglimento della istanza cautelare si possa evitare l’effetto di far conseguire alle parti appellate in modo definitivo l’utilità finale attesa, e ciò con decreto monocratico, rendendo inutile – a visione avvenuta nelle more – persino la discussione collegiale sulla istanza cautelare medesima e la stessa definizione nel merito della lite. Per queste ragioni, impregiudicata quanto al “fumus boni juris” ogni soluzione da assumere in sede collegiale anche alla luce dei punti problematici sovra indicati, è necessario che le esecutività della sentenza e quindi dell’ordine di esibizione sia sospesa fino alla discussione in camera di consiglio, ed in contraddittorio tra le parti.Resta, come per legge affidata alla valutazione collegiale la decisione sulla possibilità di trattenere – ex art. 60 c.p.a. la causa in decisione nel merito in sede di camera di consiglio”. omissis….. P.Q.M. si accoglie l’istanza “e, per l’effetto, sospende l’esecutorietà della sentenza appellata fino alla discussione collegiale, che fissa alla camera di consiglio del 10 settembre 2020”.Questi sono i fatti che vanno esposti ed illustrati nella loro sequenza cronologica, senza forzature, né libere interpretazioni, nè tentativi di fornirne una versione difforme dalla realtà, e, soprattutto, senza alcuna ipotetica ed inopportuna anticipazione dell’esito di un giudizio in grado di appello che è ancora sub judice.Naturalmente, ma solo per dovere di informazione, non si deve sottacere che il presidente della Sezione III del Consiglio di Stato che ha concesso il decreto cautelare monocratico è il dott. Franco Frattini, valido giurista, il quale in passato è stato deputato dello schieramento di centro destra per quattro legislature (dalla XIII alla XVI), Ministro per la funzione pubblica e gli affari regionali, Ministro degli Affari esteri, durante il governo Berlusconi, Ministro della funzione pubblica con il governo Dini, Presidente COPACO, Commissario europeo per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza e Vicepresidente della Commissione europea.Per lo stesso motivo di correttezza di leale informazione giova inoltre ricordare che il Prof. Avv. Giuseppe Conte, prima di essere nominato Presidente del consiglio nei due governi da lui presieduti e tuttora in carica, ha fatto parte, nella precedente consiliatura, del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa (CPGA).Tale organo, composto prevalentemente da magistrati e solo in quota minoritaria da cittadini eletti dal Parlamento, opera proprio nella stessa sede dove si trova il Consiglio di Stato, il cui Presidente lo presiede.Con ciò non si vuole affermare che sussiste una sorta di incompatibilità in capo a Giuseppe Conte in relazione al procedimento pendente in grado di appello innanzi al Consiglio di Stato ed avente ad oggetto la pubblicazione di atti e documenti secretati dal governo, tuttavia non si può negare che esiste una certa contiguità tra l’attuale Presidente del consiglio e qualcuno dei magistrati del Consiglio di Stato, dal momento che egli ha fatto parte del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa.La accennata contiguità tra l’Avv. Giuseppe Conte e qualche magistrato del Consiglio di Stato potrebbe importare uno sviamento dalla funzione pubblica (articolo 97 della Costituzione) che prescrive il perseguimento degli interessi generali, specie in una materia così delicata come la richiesta di pubblicazione di documenti ed atti riguardanti l’emergenza Covid-19.Questi i fatti, che nessuno potrà smentire e che i cittadini italiani hanno il diritto di conoscere per capire ogni cosa ed ogni comportamento, anche quelli meno noti, perché un giorno saranno chiamati a giudicare con l’unico strumento democratico che è loro rimasto, quello della SOVRANITA’ APPARTENENTE AL POPOLO!www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/07/sentenza-tar-lazio-segreto-stato-dpcm.pdfwww.giustizia-amministrativa.it/portale/pages/istituzionale/visualizza?nodeRef=&schema=cds&nrg=20... ... Leggi tuttoAccorcia

La secretazione di atti e documenti governativi e la corretta informazi, si deve osservare che solo una corretta informazione

Sui fatti riguardanti la secretazione di atti e documenti governativi, si deve osservare che solo una corretta informazione consente ai cittadini di conoscere e disporre degli elementi di valutazione cui hanno diritto.Nel processo amministrativo la tutela cautelare in genere ha luogo innanzi allo stesso ufficio giudiziario del giudizio del merito, riunito in forma collegiale, nel caso dei Tribunali amministrativi composti da tre giudici e nel caso di appello, davanti al Consiglio di Stato con cinque giudici.Tuttavia, in caso di estrema urgenza, la decisione cautelare può essere provvisoriamente adottata senza contraddittorio attraverso un decreto monocratico del Presidente dell’organo giurisdizionale dinnanzi al quale pende il processo.La statuizione monocratica di accoglimento dell’istanza cautelare e/o di sospensione dell’efficacia esecutiva di una sentenza del TAR è come accennato soltanto interinale, nel senso che il Presidente di Sezione del Consiglio di Stato che ha concesso la sospensione deve fissare contestualmente la comparizione delle parti in Camera di Consiglio ed quella udienza, che non è pubblica ed ha luogo nel rispetto del contraddittorio alla presenza dei soli difensori delle parti, il collegio con sua ordinanza può confermare il decreto, o revocarlo, fermo restando che la decisione finale verrà poi adottata con la successiva sentenza che deciderà anche il merito.Il decreto monocratico, come d’altronde anche l’ordinanza emessa dopo la discussione in camera di consiglio, al contrario della sentenza, che decide anche il merito, vanno motivati soltanto sinteticamente dopo una valutazione limitata al fumus boni iuris (esistenza del diritto) ed al periculum in mora (pericolo nel ritardo), ciò al fine di non interferire nella autonomia del giudice del merito.Le sentenze emesse dal TAR in primo grado sono per legge tutte provvisoriamente esecutive e dunque, anche se sono appellate, spiegano da subito i loro effetti. Proprio per questo se si vuole sospendere l’esecutività di una sentenza del Tar è necessario chiedere al Consiglio di Stato in fase cautelare un’ordinanza di sospensione dell’esecuzione della sentenza di primo grado.Non sempre il giudice al quale è indirizzata una domanda cautelare fissa immediatamente l’udienza in camera di consiglio per la discussione sulla cautelare, può inoltre verificarsi che, ove fissata, l’interessato rinunci o che il giudice, nell’accordo delle parti, disponga l’abbinamento della decisione cautelare alla decisione del merito, stabilendo per la discussione del merito una data vicina e rinviando a quella data la decisione sulla domanda cautelare.Altre volte, all’esito della discussione sulla domanda cautelare il giudice, su richiesta delle parti, può decidere subito il merito della controversia con una sentenza in forma semplificata. Tuttavia nella maggior parte dei casi, quando l’appellante ha urgenza di ottenere con immediatezza la sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza impugnata, fa ricorso alla richiesta di un decreto monocratico che in genere viene concesso, naturalmente in assenza di contraddittorio e nelle spazio di poche ore, dal presidente della Sezione cui è assegnato il processo, il quale fissa, come detto la camera di consiglio che sarà chiamata a confermarlo o a revocarlo, previo l’ascolto dei difensori delle parti.Fatta questa indispensabile premessa, per una migliore comprensione di come sono andate le cose, occorre esaminare quello che realmente è successo dal momento che da più parti o per una totale ignoranza sulle regole che disciplinano un processo amministrativo, o, peggio, per un uso strumentale e fuorviante della espositiva dei fatti, si sta fornendo degli stessi una informazione poco corretta e assolutamente non reale. Con sentenza n.8615/2020 il Tar Lazio accoglieva l’istanza di accesso civico generalizzato, avanzata dai ricorrenti Todero Rocco Mauro, Palumbo Vincenzo e Pruiti Ciarello Andrea contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri e la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per la Protezione Civile, avente ad oggetto l’ostensione di n. 5 verbali relativi ai pareri espressi dal Comitato Tecnico Scientifico, in particolare: 1) del 28 febbraio 2020, citato nelle premesse del DPCM del 1° marzo 2020; 2) del 1° marzo 2020, citato, anch’esso nelle premesse del DPCM del 1° marzo 2020; 3) del 7 marzo 2020, citato nelle premesse del DPCM dell’8 marzo 2020; 4) n. 39 del 30 marzo 2020, citato nelle premesse del DPCM del 1° aprile 2020; 5) n. 49 del 9 aprile 2020, citato nelle premesse del DPCM del 10 aprile 2020.Nella parte motiva della precitata sentenza di accoglimento il giudice di primo grado evidenziava quanto segue:“1. Violazione degli articoli 1 e 2 della Costituzione. Violazione degli articoli 22, 24 e seguenti della legge n. 241/1990. Violazione degli articoli 5 e 5 bis del decreto legislativo n. 33/2013. Eccesso di potere per sviamento: il presupposto da cui ha preso le mosse l’amministrazione resistente sarebbe palesemente errato, poiché i DDPCM adottati per fare fronte all’emergenza epidemiologica e in vista dei quali sono state richieste le valutazioni tecnico scientifiche del citato Comitato non sono atti normativi, né atti amministrativi generali, ma più semplicemente, sono ordinanze contingibili e urgenti di cui hanno tutte le caratteristiche. 2. Violazione degli articoli 22, 24 e seguenti della legge n. 241/1990. Violazione degli articoli 5 e 5 bis del decreto legislativo n. 33/2013. Violazione dell’articolo 3 della legge n. 241/1990. Eccesso di potere per irragionevolezza manifesta. Violazione delle linee guida ANAC recanti indicazioni operative ai fini della definizione delle esclusioni e dei limiti all’accesso civico di cui all’arti. 5, comma 2, del D. L GS. n. 33/2013: anche a volere accogliere la tesi dell’amministrazione resistente, secondo cui i DDPCM oggetto del presente giudizio sarebbero atti normativi o amministrativi generali, i verbali del Comitato Tecnico Scientifico non rientrerebbero fra gli atti esclusi dall’accesso previsto dal D. Lgs. n. 33/2013: infatti l'art. 24 comma 1 lett. c), L. n. 241 del 1990, per il quale "il diritto di accesso è escluso nei confronti dell'attività della p.a. diretta all'emanazione di atti normativi, amministrativi generali, di pianificazione e di programmazione, per i quali restano ferme le particolari norme che ne regolano la formazione”, esclude espressamente dal suo ambito di applicazione quelle attività dell'amministrazione rivolte anche alla adozione ed alla approvazione degli strumenti di pianificazione urbanistica, non perché quei procedimenti siano sottratti alla trasparenza e alla conoscenza dei cittadini e non sia possibile nei loro confronti alcun tipo di accesso, ma solo perché la trasparenza degli atti volti all'emanazione del piano - che era possibile già prima L. n. 241 del 1990 - continua ad essere disciplinata dalle norme speciali che la regolavano e che prevalgono pertanto su quelle generali. 3. Violazione degli articoli 1, 2, 3, 4, 13, 16, 17, 19, 24 e 41 Costituzione. Violazione dell’articolo 24, comma 7, della Legge n. 241/1990. Violazione degli articoli 5 e 5 bis del D. Lgs. n. 33/2013: i verbali del Comitato tecnico scientifico di cui gli odierni ricorrenti hanno chiesto l’accesso generalizzato hanno rappresentato il supporto tecnico per provvedimenti straordinari che hanno ridotto ai minimi termini l’esercizio della libertà personale, della libertà di movimento, della libertà di riunione, della libertà religiosa, della libertà d’impresa e del diritto al lavoro. La mancata conoscenza dei predetti verbali inciderebbe dunque: A) sotto il profilo della possibilità di esercitare il diritto di difesa; B) all’interno del circuito Sovranità-Democrazia, sotto il profilo della possibilità di esercitare l’ordinario controllo politico-democratico. 4. Violazione della Circolare n. 1/2019 della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Eccesso di potere per contraddittorietà. Il paragrafo 3, sotto paragrafo ii) della circolare della Presidenza del Consiglio n. 1/2019 prevede che “Come chiarito nella Circolare FOIA n. 2/2017 (§ 2.1), con il D.lgs. n. 97 del 2016 l’ordinamento italiano ha riconosciuto la libertà di accedere alle informazioni in possesso delle pubbliche amministrazioni come diritto fondamentale, in conformità all’art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Dal carattere fondamentale del diritto di accesso generalizzato deriva che, nel definire le modalità di attuazione di questo istituto con regolamento o circolare, le pubbliche amministrazioni possono disciplinare esclusivamente i profili procedurali e organizzativi di carattere interno, ma non i profili di rilevanza esterna che incidono sull’estensione del diritto. Di conseguenza, le amministrazioni non potrebbero individuare con regolamento categorie di atti sottratte all’accesso generalizzato, come prevede invece l’art. 24, comma 2, l. n. 241 del 1990 in tema di accesso procedimentale.” La disciplina del DPCM n.143/2011, adottata in epoca antecedente al D. Lgs. n. 33/2013, non potrebbe dunque ò essere chiamata in causa per contrastare la richiesta di accesso generalizzato. 5. Violazione dell’articolo 117, comma 1, della Costituzione in relazione alla violazione dell’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. L’amministrazione si è costituita in giudizio con articolata memoria opponendosi e nell’odierna camera di consiglio svolta da remoto, sentite le parti presenti come da verbale, la causa è stata trattenuta in decisione. Tanto premesso, ritiene il Collegio di accogliere il ricorso, in considerazione della fondatezza della prima censura, con cui parte ricorrente contesta la qualificazione formale attribuita dall’amministrazione ai verbali del Comitato Tecnico Scientifico nominato ai sensi dell’O.C.D.P.C. n. 630/2020 - che esprimerebbero “pareri prodromici all’adozione di atti amministrativi generali, o subordinatamente di atti normativi, di pianificazione e programmazione” sottratti all’accesso ai sensi dell’art.24 della L. n.241/90, con la conseguenza che il Comitato rientrerebbe a pieno titolo nell’elencazione degli organi di cui al citato articolo 1, comma 1, D.P.C.M. n.143/2011- e comunque la sussistenza di ragioni sostanziali ostative, nel caso in esame, all’esercizio del diritto di accesso. Ed invero, rileva il Collegio che i verbali in oggetto costituiscono, effettivamente, atti endoprocedimentali prodromici all’emanazione dei Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, emanati in attuazione del D.L. 23 febbraio 2020, n.6, al fine di indicare le misure necessarie ad evitare la diffusione del virus Covid – 19 sull’intero territorio nazionale, in forza della delega conferita dal Legislatore in particolare con l’art. 3 del richiamato D.L. n.6/2020, convertito con L. n. 13/2020 e con l’art. 2 del D. L. n. 19 del 25 marzo 2020, convertito con L. n. 35/2020. E tuttavia, rileva il Collegio che a tali DDPCM., e quindi a maggior ragione ai presupposti pareri adottati dal Comitato tecnico scientifico nominato ai sensi del D.L. 8 aprile 2020, non possa innanzitutto attribuirsi la qualificazione di atti normativi, tale da sottrarli all’accesso ai sensi dell’art. 24, comma 1, della legge n. 241/1990 e dell’art. 1, comma 1 del DPCM n. 143/2011 (la cui impugnazione deve, dunque, ritenersi nel caso in esame ininfluente), in quanto privi del requisito dell’astrattezza e della capacità di innovare l’ordinamento giuridico. Né può ritenersi, comunque, che si tratti di atti amministrativi generali - con i quali hanno in comune unicamente la caratteristica della generalità dei destinatari- del pari sottratti alla disciplina dell’accesso in esame ai sensi delle disposizioni richiamate, non per intrinseche esigenze di “segretezza”, quanto piuttosto perché la legge assicura agli atti amministrativi generali e agli atti di pianificazione particolari forme di pubblicità e trasparenza. Piuttosto, quanto ai DDPCM in argomento, va evidenziata la peculiare atipicità, che si connota da un lato per caratteristiche ben più assonanti con le ordinanze contingibili e urgenti (quali, ad esempio, gli stessi interventi di profilassi igienico-sanitaria a contenuto generale attuabili con decreto del ministro della sanità, il cui potere è stato effettivamente esercitato durante l’emergenza Covid-19 con le ordinanze 25/01/2020, 30/01/2020 e 20/03/2020 mediante provvedimenti aventi contenuto e caratteristiche di ordinanza contingibile e urgente ex artt. 32 della legge 23/12/1978, n. 833, e 117 del d.lgs. 31/03/1998, n. 112., analogamente rivolte alla generalità dei consociati), in quanto si tratta di provvedimenti adottati sulla base di presupposti assolutamente eccezionali e temporalmente limitati che, a differenza degli atti amministrativi generali tout court, consentono di derogare all’ordinamento giuridico anche imponendo, come nel caso in esame, obblighi di fare e di non fare (caratteristica questa che differenzia nettamente dagli atti amministrativi generali le ordinanze contingibili e urgenti, la cui giustificazione si rinviene nell'esigenza di apprestare alla pubblica utilità adeguati strumenti per fronteggiare il verificarsi di situazioni caratterizzate da eccezionale urgenza, tali da non consentire l'utile e tempestivo ricorso alle alternative ordinarie offerte dall'ordinamento), ma dalle quali si differenziano per la carenza del presupposto della “contingibilità”, atteso che i DDPCM in questione riproducono contenuti già dettagliatamente evidenziati nei DD.LL. attributivi del potere presupposti. La possibilità di utilizzo, in via del tutto residuale, di tale strumento, recando con sé l'inevitabile compressione di diritti ed interessi privati con mezzi diversi da quelli aventi un contenuto tipico e indicati dalla legge, impone il rigoroso rispetto di precisi presupposti, la cui ricorrenza l'Amministrazione è tenuta ad appurare attraverso un'accurata istruttoria, nel rispetto dei limiti di carattere sostanziale e procedurale, non giustificandosi, altrimenti, la deviazione dal principio di tipicità degli atti amministrativi.” ….omissis…. “la ratio dell’intera disciplina normativa dell’accesso - proseguiva il Tar- impone di ritenere che se l’ordinamento giuridico riconosce, ormai, la più ampia trasparenza alla conoscibilità anche di tutti gli atti presupposti all’adozione di provvedimenti individuali o atti caratterizzati da un ben minore impatto sociale, a maggior ragione deve essere consentito l’accesso ad atti, come i verbali in esame, che indicando i presupposti fattuali per l’adozione dei descritti DDPCM, si connotano per un particolare impatto sociale, sui territori e sulla collettività. Il ricorso in oggetto, assorbita ogni altra censura, deve pertanto essere accolto, in considerazione della natura degli atti chiesti in visione nonché delle finalità dello strumento dell’accesso civico generalizzato di cui all’art. 5 del D.Lgs. n. 33/2013, che oltre a favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull'utilizzo delle risorse pubbliche, ha anche la finalità di promuovere, come nel caso in esame, la partecipazione al dibattito pubblico…”.Con ricorso in appello iscritto al n.6169/2020, proposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per la Protezione Civile difesi dall’Avvocatura Generale dello Stato, contro Todero Rocco Mauro, Palumbo Vincenzo e Pruiti Ciarello Andrea, veniva impugnata innanzi al Consiglio di Stato la citata sentenza n.8615/2020 del Tar Lazio pubblicata il 22 luglio 2020 e veniva chiesta al presidente di Sezione la misura cautelare monocratica provvisoria ai sensi dell’art. 56 c.p.a. per ottenere la sospensione dell’efficacia esecutiva della suddetta sentenza.L’istanza cautelare veniva giustificata dai seguenti motivi a sostegno della esistenza di un pregiudizio all’ostensione dei verbali:-danno concreto all’ordine pubblico e la sicurezza che la conoscenza dei verbali del C.T.S., nella fase dell’emergenza, avrebbe comportato sia in relazione alle valutazioni tecniche che agli indirizzi generali dall’organo tecnico, sussunti o meno nei DD.PP.C.M.; ciò a intuitiva ragione del fatto che l’epidemia da covid19 è un novum epidemiologico mai conosciuto e ogni valutazione medico-tecnica al riguardo è stata, ed è, connotata da ampi margini di opinabilità e rischio;-tale pregiudizio sarebbe derivato direttamente dalla divulgazione delle informazioni richieste (a titolo esemplificativo, le specifiche e plurime valutazioni tecnico-mediche sull’epidemia, sul suo andamento, sulle analisi dei fabbisogni medico-ospedalieri e quanto altro attinente direttamente o indirettamente, ivi compresi i rapporti e i flussi di persone con o da paese esteri).-detto pregiudizio sarebbe stato altamente probabile, sia in relazione all’attualità che in relazione ad altre - probabilissime ed imminenti - prosecuzioni dello stato emergenziale e dei relativi provvedimenti che fosse stato necessario emettere a tutela della salute pubblica e della vita dei cittadini.Il Consiglio di stato in sede giurisdizionale (sezione terza), con decreto monocratico n.06169/2020 del suo presidente dott. Franco Frattina così statuiva: “Rilevato che, i verbali di cui si è chiesta l’ostensione hanno – nel quadro della cennata eccezionalità e specialità normativa e amministrativa – il carattere di atti procedimentali tecnici prodomici alla adozione di D.P.C.M. volti a fronteggiare la pandemia, la domanda di accesso, e l’istanza cautelare volta a sospenderne l’esecuzione, deve essere valutata in base ad una interpretazione costituzionalmente orientata del sistema eccezionale ancora, auspicabilmente per poco tempo, vigente, in particolare:detti verbali hanno costituito il presupposto per l’adozione di misure volte a comprimere fortemente diritti individuali dei cittadini, costituzionalmente tutelati ma non contengono elementi o dati che la stessa appellante abbia motivatamente indicato come segreti;le valutazioni tecnico-scientifiche si riferiscono a periodi temporali pressocché del tutto superati e la stessa Amministrazione, riservandosi una volontaria ostensione, fa comprendere di non ritenere in esse insiti elementi di speciale segretezza da opporre agli stessi cittadini, che le forti riduzioni di libertà hanno accettato in norme di una emergenza sanitaria i cui aspetti proprio quei verbali elaborano;non si comprende, proprio per la assoluta eccezionalità di tali atti, rispetto alle categorie tradizionali invocate in senso opposto dalle due parti, perché si debba includere tali atti atipici nel novero di quelli sottratti alla generale regola di trasparenza e conoscibilità da parte dei cittadini, giacché la recente normativa – ribattezzata “freedom of information act” sul modello americano – prevede come regola l’accesso civico e come eccezione – tra cui questi atti atipici non possono essere inclusi né per analogia né per integrazione postuma della norma – la non accessibilità di quelle sole categorie di atti che, trattandosi di eccezione alla regola, devono essere interpretate restrittivamente; è stato peraltro chiarito che le norme sull’accesso civico generalizzato e quelle sull’accesso documentale vanno congiuntamente considerate come complesso regolatore che non restringe ma globalmente amplia la trasparenza e quindi il diritto di partecipazione del cittadino;Considerato che, in mancanza della considerazione di tali verbali tra le categorie per cui la norma sull’accesso civico prevede la non ostensione, essa non può essere affidata, come sostiene l’appellante, “alla facoltà della Amministrazione, di valutare l’ostensibilità, qualora ritenuto opportuno, di tali verbali al termine dello stato di emergenza”.Ritenuto, infatti, che tale riserva – specie se riferita alla stragrande maggioranza dei verbali riferita a periodi da tempo superati – si risolve in un discrezionale e unilaterale potere di esibire o meno atti la cui ostensibilità la legge non esclude espressamente dunque, secondo la regola generale, deve essere consentita;Considerato che, va riconosciuto, una interpretazione diversa – su cui l’appellante molto insiste – può essere quella della natura, per i verbali richiesti, di documenti concernenti il lavoro di commissioni, organi collegiali, gruppi di studio e di lavoro, qualora finalizzati all’adozione di atti normativi…(cfr. art. 24 co. 2 L. 241/90 e D.P.C.M. n. 143/2011);Considerato, tuttavia, quanto alla domanda di sospensione con decreto presidenziale della appellata sentenza, che la stessa – nella presente materia dell’accesso – dispone che siano esibiti i verbali richiesti; ciò determina, in presenza di questione nuova e giuridicamente meritevole di approfondimento collegiale, che soltanto con l’accoglimento della istanza cautelare si possa evitare l’effetto di far conseguire alle parti appellate in modo definitivo l’utilità finale attesa, e ciò con decreto monocratico, rendendo inutile – a visione avvenuta nelle more – persino la discussione collegiale sulla istanza cautelare medesima e la stessa definizione nel merito della lite. Per queste ragioni, impregiudicata quanto al “fumus boni juris” ogni soluzione da assumere in sede collegiale anche alla luce dei punti problematici sovra indicati, è necessario che le esecutività della sentenza e quindi dell’ordine di esibizione sia sospesa fino alla discussione in camera di consiglio, ed in contraddittorio tra le parti.Resta, come per legge affidata alla valutazione collegiale la decisione sulla possibilità di trattenere – ex art. 60 c.p.a. la causa in decisione nel merito in sede di camera di consiglio”. omissis….. P.Q.M. si accoglie l’istanza “e, per l’effetto, sospende l’esecutorietà della sentenza appellata fino alla discussione collegiale, che fissa alla camera di consiglio del 10 settembre 2020”.Questi sono i fatti che vanno esposti ed illustrati nella loro sequenza cronologica, senza forzature, né libere interpretazioni, nè tentativi di fornirne una versione difforme dalla realtà, e, soprattutto, senza alcuna ipotetica ed inopportuna anticipazione dell’esito di un giudizio in grado di appello che è ancora sub judice.Naturalmente, ma solo per dovere di informazione, non si deve sottacere che il presidente della Sezione III del Consiglio di Stato che ha concesso il decreto cautelare monocratico è il dott. Franco Frattini, valido giurista, il quale in passato è stato deputato dello schieramento di centro destra per quattro legislature (dalla XIII alla XVI), Ministro per la funzione pubblica e gli affari regionali, Ministro degli Affari esteri, durante il governo Berlusconi, Ministro della funzione pubblica con il governo Dini, Presidente COPACO, Commissario europeo per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza e Vicepresidente della Commissione europea. Per lo stesso motivo di correttezza di leale informazione giova inoltre ricordare che il Prof. Avv. Giuseppe Conte, prima di essere nominato Presidente del consiglio nei due governi da lui presieduti e tuttora in carica, ha fatto parte, nella precedente consiliatura, del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa (CPGA).Tale organo, composto prevalentemente da magistrati e solo in quota minoritaria da cittadini eletti dal Parlamento, opera proprio nella stessa sede dove si trova il Consiglio di Stato, il cui Presidente lo presiede. Con ciò non si vuole affermare che sussiste una sorta di incompatibilità in capo a Giuseppe Conte in relazione al procedimento pendente in grado di appello innanzi al Consiglio di Stato ed avente ad oggetto la pubblicazione di atti e documenti secretati dal governo, tuttavia non si può negare che esiste una certa contiguità tra l’attuale Presidente del consiglio e qualcuno dei magistrati del Consiglio di Stato, dal momento che egli ha fatto parte del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa.La accennata contiguità tra l’Avv. Giuseppe Conte e qualche magistrato del Consiglio di Stato potrebbe importare uno sviamento dalla funzione pubblica (articolo 97 della Costituzione) che prescrive il perseguimento degli interessi generali, specie in una materia così delicata come la richiesta di pubblicazione di documenti ed atti riguardanti l’emergenza Covid-19.Questi i fatti, che nessuno potrà smentire e che i cittadini italiani hanno il diritto di conoscere per capire ogni cosa ed ogni comportamento, anche quelli meno noti, perché un giorno saranno chiamati a giudicare con l’unico strumento democratico che è loro rimasto, quello della SOVRANITA’ APPARTENENTE AL POPOLO!www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/07/sentenza-tar-lazio-segreto-stato-dpcm.pdfwww.giustizia-amministrativa.it/portale/pages/istituzionale/visualizza?nodeRef=&schema=cds&nrg=20... ... Leggi tuttoAccorcia

Sui fatti riguardanti la secretazione di atti e documenti governativi, si deve osservare che solo una corretta informazione consente ai cittadini di conoscere e disporre degli elementi di valutazione cui hanno diritto.
Nel processo amministrativo la tutela cautelare in genere ha luogo innanzi allo stesso ufficio giudiziario del giudizio del merito, riunito in forma collegiale, nel caso dei Tribunali amministrativi composti da tre giudici e nel caso di appello, davanti al Consiglio di Stato con cinque giudici.
Tuttavia, in caso di estrema urgenza, la decisione cautelare può essere provvisoriamente adottata senza contraddittorio attraverso un decreto monocratico del Presidente dell’organo giurisdizionale dinnanzi al quale pende il processo.
La statuizione monocratica di accoglimento dell’istanza cautelare e/o di sospensione dell’efficacia esecutiva di una sentenza del TAR è come accennato soltanto interinale, nel senso che il Presidente di Sezione del Consiglio di Stato che ha concesso la sospensione deve fissare contestualmente la comparizione delle parti in Camera di Consiglio ed quella udienza, che non è pubblica ed ha luogo nel rispetto del contraddittorio alla presenza dei soli difensori delle parti,  il collegio con sua ordinanza può confermare il decreto, o revocarlo, fermo restando che la decisione finale verrà poi adottata con la successiva sentenza che deciderà  anche il merito.
Il decreto monocratico, come d’altronde anche l’ordinanza emessa dopo la discussione in camera di consiglio, al contrario della sentenza, che decide anche il merito, vanno motivati soltanto sinteticamente dopo una valutazione limitata al fumus boni iuris (esistenza del diritto) ed al periculum in mora (pericolo nel ritardo), ciò al fine di non interferire nella autonomia del giudice del merito.
Le sentenze emesse dal TAR in primo grado sono per legge tutte provvisoriamente esecutive e dunque, anche se sono appellate, spiegano da subito i loro effetti. 
Proprio per questo se si vuole sospendere l’esecutività di una sentenza del Tar è necessario chiedere al Consiglio di Stato in fase cautelare un’ordinanza di sospensione dell’esecuzione della sentenza di primo grado.
Non sempre il giudice al quale è indirizzata una domanda cautelare fissa immediatamente l’udienza in camera di consiglio per la discussione sulla cautelare, può inoltre verificarsi che, ove fissata, l’interessato rinunci o che il giudice, nell’accordo delle parti, disponga l’abbinamento della decisione cautelare alla decisione del merito, stabilendo per la discussione del merito una data vicina e rinviando a quella data la decisione sulla domanda cautelare.
Altre volte, all’esito della discussione sulla domanda cautelare il giudice, su richiesta delle parti, può decidere subito il merito della controversia con una sentenza in forma semplificata. 
Tuttavia nella maggior parte dei casi, quando l’appellante ha urgenza di ottenere con immediatezza la sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza impugnata, fa ricorso alla richiesta di un decreto monocratico che in genere viene concesso, naturalmente in assenza di contraddittorio e nelle spazio di poche ore, dal presidente della Sezione cui è assegnato il processo, il quale fissa, come detto la camera di consiglio che sarà chiamata a confermarlo o a revocarlo, previo l’ascolto dei difensori delle parti.
Fatta questa indispensabile premessa, per una migliore comprensione di come sono andate le cose, occorre esaminare quello che realmente è successo dal momento che da più parti o per una totale ignoranza sulle regole che disciplinano un processo amministrativo, o, peggio, per un uso strumentale e fuorviante della espositiva dei fatti, si sta fornendo degli stessi una informazione poco corretta e assolutamente non reale. 
Con sentenza n.8615/2020 il Tar Lazio accoglieva l’istanza di accesso civico generalizzato, avanzata dai ricorrenti Todero Rocco Mauro, Palumbo Vincenzo e Pruiti Ciarello Andrea contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri e la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per la Protezione Civile, avente ad oggetto l’ostensione di n. 5 verbali relativi ai pareri espressi dal Comitato Tecnico Scientifico, in particolare: 1) del 28 febbraio 2020, citato nelle premesse del DPCM del 1° marzo 2020; 2) del 1° marzo 2020, citato, anch’esso nelle premesse del DPCM del 1° marzo 2020; 3) del 7 marzo 2020, citato nelle premesse del DPCM dell’8 marzo 2020; 4) n. 39 del 30 marzo 2020, citato nelle premesse del DPCM del 1° aprile 2020; 5) n. 49 del 9 aprile 2020, citato nelle premesse del DPCM del 10 aprile 2020.
Nella parte motiva della precitata sentenza di accoglimento il giudice di primo grado evidenziava quanto segue:
“1. Violazione degli articoli 1 e 2 della Costituzione. Violazione degli articoli 22, 24 e seguenti della legge n. 241/1990. Violazione degli articoli 5 e 5 bis del decreto legislativo n. 33/2013. Eccesso di potere per sviamento: il presupposto da cui ha preso le mosse l’amministrazione resistente sarebbe palesemente errato, poiché i DDPCM adottati per fare fronte all’emergenza epidemiologica e in vista dei quali sono state richieste le valutazioni tecnico scientifiche del citato Comitato non sono atti normativi, né atti amministrativi generali, ma più semplicemente, sono ordinanze contingibili e urgenti di cui hanno tutte le caratteristiche. 2. Violazione degli articoli 22, 24 e seguenti della legge n. 241/1990. Violazione degli articoli 5 e 5 bis del decreto legislativo n. 33/2013. Violazione dell’articolo 3 della legge n. 241/1990. Eccesso di potere per irragionevolezza manifesta. Violazione delle linee guida ANAC recanti indicazioni operative ai fini della definizione delle esclusioni e dei limiti all’accesso civico di cui all’arti. 5, comma 2, del D. L GS. n. 33/2013: anche a volere accogliere la tesi dell’amministrazione resistente, secondo cui i DDPCM oggetto del presente giudizio sarebbero atti normativi o amministrativi generali, i verbali del Comitato Tecnico Scientifico non rientrerebbero fra gli atti esclusi dall’accesso previsto dal D. Lgs. n. 33/2013: infatti lart. 24 comma 1 lett. c), L. n. 241 del 1990, per il quale il diritto di accesso è escluso nei confronti dellattività della p.a. diretta allemanazione di atti normativi, amministrativi generali, di pianificazione e di programmazione, per i quali restano ferme le particolari norme che ne regolano la formazione”, esclude espressamente dal suo ambito di applicazione quelle attività dellamministrazione rivolte anche alla adozione ed alla approvazione degli strumenti di pianificazione urbanistica, non perché quei procedimenti siano sottratti alla trasparenza e alla conoscenza dei cittadini e non sia possibile nei loro confronti alcun tipo di accesso, ma solo perché la trasparenza degli atti volti allemanazione del piano - che era possibile già prima L. n. 241 del 1990 - continua ad essere disciplinata dalle norme speciali che la regolavano e che prevalgono pertanto su quelle generali. 3. Violazione degli articoli 1, 2, 3, 4, 13, 16, 17, 19, 24 e 41 Costituzione. Violazione dell’articolo 24, comma 7, della Legge n. 241/1990. Violazione degli articoli 5 e 5 bis del D. Lgs. n. 33/2013: i verbali del Comitato tecnico scientifico di cui gli odierni ricorrenti hanno chiesto l’accesso generalizzato hanno rappresentato il supporto tecnico per provvedimenti straordinari che hanno ridotto ai minimi termini l’esercizio della libertà personale, della libertà di movimento, della libertà di riunione, della libertà religiosa, della libertà d’impresa e del diritto al lavoro. La mancata conoscenza dei predetti verbali inciderebbe dunque: A) sotto il profilo della possibilità di esercitare il diritto di difesa; B) all’interno del circuito Sovranità-Democrazia, sotto il profilo della possibilità di esercitare l’ordinario controllo politico-democratico. 4. Violazione della Circolare n. 1/2019 della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Eccesso di potere per contraddittorietà. Il paragrafo 3, sotto paragrafo ii) della circolare della Presidenza del Consiglio n. 1/2019 prevede che “Come chiarito nella Circolare FOIA n. 2/2017 (§ 2.1), con il D.lgs. n. 97 del 2016 l’ordinamento italiano ha riconosciuto la libertà di accedere alle informazioni in possesso delle pubbliche amministrazioni come diritto fondamentale, in conformità all’art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Dal carattere fondamentale del diritto di accesso generalizzato deriva che, nel definire le modalità di attuazione di questo istituto con regolamento o circolare, le pubbliche amministrazioni possono disciplinare esclusivamente i profili procedurali e organizzativi di carattere interno, ma non i profili di rilevanza esterna che incidono sull’estensione del diritto. Di conseguenza, le amministrazioni non potrebbero individuare con regolamento categorie di atti sottratte all’accesso generalizzato, come prevede invece l’art. 24, comma 2, l. n. 241 del 1990 in tema di accesso procedimentale.” La disciplina del DPCM n.143/2011, adottata in epoca antecedente al D. Lgs. n. 33/2013, non potrebbe dunque ò essere chiamata in causa per contrastare la richiesta di accesso generalizzato. 5. Violazione dell’articolo 117, comma 1, della Costituzione in relazione alla violazione dell’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. L’amministrazione si è costituita in giudizio con articolata memoria opponendosi e nell’odierna camera di consiglio svolta da remoto, sentite le parti presenti come da verbale, la causa è stata trattenuta in decisione. Tanto premesso, ritiene il Collegio di accogliere il ricorso, in considerazione della fondatezza della prima censura, con cui parte ricorrente contesta la qualificazione formale attribuita dall’amministrazione ai verbali del Comitato Tecnico Scientifico nominato ai sensi dell’O.C.D.P.C. n. 630/2020 - che esprimerebbero “pareri prodromici all’adozione di atti amministrativi generali, o subordinatamente di atti normativi, di pianificazione e programmazione” sottratti all’accesso ai sensi dell’art.24 della L. n.241/90, con la conseguenza che il Comitato rientrerebbe a pieno titolo nell’elencazione degli organi di cui al citato articolo 1, comma 1, D.P.C.M. n.143/2011- e comunque la sussistenza di ragioni sostanziali ostative, nel caso in esame, all’esercizio del diritto di accesso. Ed invero, rileva il Collegio che i verbali in oggetto costituiscono, effettivamente, atti endoprocedimentali prodromici all’emanazione dei Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, emanati in attuazione del D.L. 23 febbraio 2020, n.6, al fine di indicare le misure necessarie ad evitare la diffusione del virus Covid – 19 sull’intero territorio nazionale, in forza della delega conferita dal Legislatore in particolare con l’art. 3 del richiamato D.L. n.6/2020, convertito con L. n. 13/2020 e con l’art. 2 del D. L. n. 19 del 25 marzo 2020, convertito con L. n. 35/2020. E tuttavia, rileva il Collegio che a tali DDPCM., e quindi a maggior ragione ai presupposti pareri adottati dal Comitato tecnico scientifico nominato ai sensi del D.L. 8 aprile 2020, non possa innanzitutto attribuirsi la qualificazione di atti normativi, tale da sottrarli all’accesso ai sensi dell’art. 24, comma 1, della legge n. 241/1990 e dell’art. 1, comma 1 del DPCM n. 143/2011 (la cui impugnazione deve, dunque, ritenersi nel caso in esame ininfluente), in quanto privi del requisito dell’astrattezza e della capacità di innovare l’ordinamento giuridico. Né può ritenersi, comunque, che si tratti di atti amministrativi generali - con i quali hanno in comune unicamente la caratteristica della generalità dei destinatari- del pari sottratti alla disciplina dell’accesso in esame ai sensi delle disposizioni richiamate, non per intrinseche esigenze di “segretezza”, quanto piuttosto perché la legge assicura agli atti amministrativi generali e agli atti di pianificazione particolari forme di pubblicità e trasparenza. Piuttosto, quanto ai DDPCM in argomento, va evidenziata la peculiare atipicità, che si connota da un lato per caratteristiche ben più assonanti con le ordinanze contingibili e urgenti (quali, ad esempio, gli stessi interventi di profilassi igienico-sanitaria a contenuto generale attuabili con decreto del ministro della sanità, il cui potere è stato effettivamente esercitato durante l’emergenza Covid-19 con le ordinanze 25/01/2020, 30/01/2020 e 20/03/2020 mediante provvedimenti aventi contenuto e caratteristiche di ordinanza contingibile e urgente ex artt. 32 della legge 23/12/1978, n. 833, e 117 del d.lgs. 31/03/1998, n. 112., analogamente rivolte alla generalità dei consociati), in quanto si tratta di provvedimenti adottati sulla base di presupposti assolutamente eccezionali e temporalmente limitati che, a differenza degli atti amministrativi generali tout court, consentono di derogare all’ordinamento giuridico anche imponendo, come nel caso in esame, obblighi di fare e di non fare (caratteristica questa che differenzia nettamente dagli atti amministrativi generali le ordinanze contingibili e urgenti, la cui giustificazione si rinviene nellesigenza di apprestare alla pubblica utilità adeguati strumenti per fronteggiare il verificarsi di situazioni caratterizzate da eccezionale urgenza, tali da non consentire lutile e tempestivo ricorso alle alternative ordinarie offerte dallordinamento), ma dalle quali si differenziano per la carenza del presupposto della “contingibilità”, atteso che i DDPCM in questione riproducono contenuti già dettagliatamente evidenziati nei DD.LL. attributivi del potere presupposti. La possibilità di utilizzo, in via del tutto residuale, di tale strumento, recando con sé linevitabile compressione di diritti ed interessi privati con mezzi diversi da quelli aventi un contenuto tipico e indicati dalla legge, impone il rigoroso rispetto di precisi presupposti, la cui ricorrenza lAmministrazione è tenuta ad appurare attraverso unaccurata istruttoria, nel rispetto dei limiti di carattere sostanziale e procedurale, non giustificandosi, altrimenti, la deviazione dal principio di tipicità degli atti amministrativi.” ….omissis…. “la ratio dell’intera disciplina normativa dell’accesso - proseguiva il Tar- impone di ritenere che se l’ordinamento giuridico riconosce, ormai, la più ampia trasparenza alla conoscibilità anche di tutti gli atti presupposti all’adozione di provvedimenti individuali o atti caratterizzati da un ben minore impatto sociale, a maggior ragione deve essere consentito l’accesso ad atti, come i verbali in esame, che indicando i presupposti fattuali per l’adozione dei descritti DDPCM, si connotano per un particolare impatto sociale, sui territori e sulla collettività. Il ricorso in oggetto, assorbita ogni altra censura, deve pertanto essere accolto, in considerazione della natura degli atti chiesti in visione nonché delle finalità dello strumento dell’accesso civico generalizzato di cui all’art. 5 del D.Lgs. n. 33/2013, che oltre a favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sullutilizzo delle risorse pubbliche, ha anche la finalità di promuovere, come nel caso in esame, la partecipazione al dibattito pubblico…”.
Con ricorso in appello iscritto al n.6169/2020, proposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per la Protezione Civile difesi dall’Avvocatura Generale dello Stato, contro Todero Rocco Mauro, Palumbo Vincenzo e Pruiti Ciarello Andrea, veniva impugnata innanzi al Consiglio di Stato la citata sentenza n.8615/2020 del Tar Lazio pubblicata il 22 luglio 2020 e veniva chiesta al presidente di Sezione la misura cautelare monocratica provvisoria ai sensi dell’art. 56 c.p.a. per ottenere la sospensione dell’efficacia esecutiva della suddetta sentenza.
L’istanza cautelare veniva giustificata dai seguenti motivi a sostegno della esistenza di un pregiudizio all’ostensione dei verbali:
-danno concreto all’ordine pubblico e la sicurezza che la conoscenza dei verbali del C.T.S., nella fase dell’emergenza, avrebbe comportato sia in relazione alle valutazioni tecniche che agli indirizzi generali dall’organo tecnico, sussunti o meno nei DD.PP.C.M.; ciò a intuitiva ragione del fatto che l’epidemia da covid19 è un novum epidemiologico mai conosciuto e ogni valutazione medico-tecnica al riguardo è stata, ed è, connotata da ampi margini di opinabilità e rischio;
-tale pregiudizio sarebbe derivato direttamente dalla divulgazione delle informazioni richieste (a titolo esemplificativo, le specifiche e plurime valutazioni tecnico-mediche sull’epidemia, sul suo andamento, sulle analisi dei fabbisogni medico-ospedalieri e quanto altro attinente direttamente o indirettamente, ivi compresi i rapporti e i flussi di persone con o da paese esteri).
-detto pregiudizio sarebbe stato altamente probabile, sia in relazione all’attualità che in relazione ad altre - probabilissime ed imminenti - prosecuzioni dello stato emergenziale e dei relativi provvedimenti che fosse stato necessario emettere a tutela della salute pubblica e della vita dei cittadini.
Il Consiglio di stato in sede giurisdizionale (sezione terza), con decreto monocratico n.06169/2020 del suo presidente dott. Franco Frattina così statuiva:
  “Rilevato che, i verbali di cui si è chiesta l’ostensione hanno – nel quadro della cennata eccezionalità e specialità normativa e amministrativa – il carattere di atti procedimentali tecnici prodomici alla adozione di D.P.C.M. volti a fronteggiare la pandemia, la domanda di accesso, e l’istanza cautelare volta a sospenderne l’esecuzione, deve essere valutata in base ad una interpretazione costituzionalmente orientata del sistema eccezionale ancora, auspicabilmente per poco tempo, vigente, in particolare:
detti verbali hanno costituito il presupposto per l’adozione di misure volte a comprimere fortemente diritti individuali dei cittadini, costituzionalmente tutelati ma non contengono elementi o dati che la stessa appellante abbia motivatamente indicato come segreti;
le valutazioni tecnico-scientifiche si riferiscono a periodi temporali pressocché del tutto superati e la stessa Amministrazione, riservandosi una volontaria ostensione, fa comprendere di non ritenere in esse insiti elementi di speciale segretezza da opporre agli stessi cittadini, che le forti riduzioni di libertà hanno accettato in norme di una emergenza sanitaria i cui aspetti proprio quei verbali elaborano;
non si comprende, proprio per la assoluta eccezionalità di tali atti, rispetto alle categorie tradizionali invocate in senso opposto dalle due parti, perché si debba includere tali atti atipici nel novero di quelli sottratti alla generale regola di trasparenza e conoscibilità da parte dei cittadini, giacché la recente normativa – ribattezzata “freedom of information act” sul modello americano – prevede come regola l’accesso civico e come eccezione – tra cui questi atti atipici non possono essere inclusi né per analogia né per integrazione postuma della norma – la non accessibilità di quelle sole categorie di atti che, trattandosi di eccezione alla regola, devono essere interpretate restrittivamente; è stato peraltro chiarito che le norme sull’accesso civico generalizzato e quelle sull’accesso documentale vanno congiuntamente considerate come complesso regolatore che non restringe ma globalmente amplia la trasparenza e quindi il diritto di partecipazione del cittadino;
Considerato che, in mancanza della considerazione di tali verbali tra le categorie per cui la norma sull’accesso civico prevede la non ostensione, essa non può essere affidata, come sostiene l’appellante, “alla facoltà della Amministrazione, di valutare l’ostensibilità, qualora ritenuto opportuno, di tali verbali al termine dello stato di emergenza”.
Ritenuto, infatti, che tale riserva – specie se riferita alla stragrande maggioranza dei verbali riferita a periodi da tempo superati – si risolve in un discrezionale e unilaterale potere di esibire o meno atti la cui ostensibilità la legge non esclude espressamente dunque, secondo la regola generale, deve essere consentita;
Considerato che, va riconosciuto, una interpretazione diversa – su cui l’appellante molto insiste – può essere quella della natura, per i verbali richiesti, di documenti concernenti il lavoro di commissioni, organi collegiali, gruppi di studio e di lavoro, qualora finalizzati all’adozione di atti normativi…(cfr. art. 24 co. 2 L. 241/90 e D.P.C.M. n. 143/2011);
Considerato, tuttavia, quanto alla domanda di sospensione con decreto presidenziale della appellata sentenza, che la stessa – nella presente materia dell’accesso – dispone che siano esibiti i verbali richiesti; ciò determina, in presenza di questione nuova e giuridicamente meritevole di approfondimento collegiale, che soltanto con l’accoglimento della istanza cautelare si possa evitare l’effetto di far conseguire alle parti appellate in modo definitivo l’utilità finale attesa, e ciò con decreto monocratico, rendendo inutile – a visione avvenuta nelle more – persino la discussione collegiale sulla istanza cautelare medesima e la stessa definizione nel merito della lite. Per queste ragioni, impregiudicata quanto al “fumus boni juris” ogni soluzione da assumere in sede collegiale anche alla luce dei punti problematici sovra indicati, è necessario che le esecutività della sentenza e quindi dell’ordine di esibizione sia sospesa fino alla discussione in camera di consiglio, ed in contraddittorio tra le parti.
Resta, come per legge affidata alla valutazione collegiale la decisione sulla possibilità di trattenere – ex art. 60 c.p.a. la causa in decisione nel merito in sede di camera di consiglio”. omissis….. P.Q.M. si accoglie l’istanza “e, per l’effetto, sospende l’esecutorietà della sentenza appellata fino alla discussione collegiale, che fissa alla camera di consiglio del 10 settembre 2020”.
Questi sono i fatti che vanno esposti ed illustrati nella loro sequenza cronologica, senza forzature, né libere interpretazioni, nè tentativi di fornirne una versione difforme dalla realtà, e, soprattutto, senza alcuna ipotetica ed inopportuna anticipazione dell’esito di un giudizio in grado di appello che è ancora sub judice.
Naturalmente, ma solo per dovere di informazione, non si deve sottacere che il presidente della Sezione III del Consiglio di Stato che ha concesso il decreto cautelare monocratico è il dott. Franco Frattini, valido giurista, il quale in passato è stato deputato dello schieramento di centro destra per quattro legislature (dalla XIII alla XVI), Ministro per la funzione pubblica e gli affari regionali, Ministro degli Affari esteri, durante il governo Berlusconi, Ministro della funzione pubblica con il governo Dini, Presidente COPACO, Commissario europeo per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza e Vicepresidente della Commissione europea. 
Per lo stesso motivo di correttezza di leale informazione giova inoltre ricordare che il Prof. Avv. Giuseppe  Conte, prima di essere nominato Presidente del consiglio nei due governi da lui presieduti e tuttora in carica, ha fatto parte, nella precedente consiliatura, del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa (CPGA).
Tale organo, composto prevalentemente da magistrati e solo in quota minoritaria da cittadini eletti dal Parlamento, opera proprio nella stessa sede dove si trova il Consiglio di Stato, il cui Presidente lo presiede. 
Con ciò non si vuole affermare che sussiste una sorta di incompatibilità in capo a Giuseppe Conte in relazione al procedimento pendente in grado di appello innanzi al Consiglio di Stato ed avente ad oggetto la pubblicazione di atti e documenti secretati dal governo, tuttavia non si può negare che esiste una certa contiguità tra l’attuale Presidente del consiglio e qualcuno dei magistrati del Consiglio di Stato, dal momento che egli ha fatto parte del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa.
La accennata contiguità tra l’Avv. Giuseppe Conte e qualche magistrato del Consiglio di Stato potrebbe importare uno sviamento dalla funzione pubblica (articolo 97 della Costituzione) che prescrive il perseguimento degli interessi generali, specie in una materia così delicata come la richiesta di pubblicazione di documenti ed atti riguardanti l’emergenza Covid-19.
Questi i fatti, che nessuno potrà smentire e che i cittadini italiani hanno il diritto di conoscere per capire ogni cosa ed ogni comportamento, anche quelli meno noti, perché un giorno saranno chiamati a giudicare con l’unico strumento democratico che è loro rimasto, quello della SOVRANITA’ APPARTENENTE AL POPOLO!

https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/07/sentenza-tar-lazio-segreto-stato-dpcm.pdf

https://www.giustizia-amministrativa.it/portale/pages/istituzionale/visualizza?nodeRef=&schema=cds&nrg=202002825&nomeFile=202001553_16.html&subDir=Provvedimenti

1 settimana fa

Studio legale Lonoce

SIANO PERSEGUITI CON IL MASSIMO RIGORE QUANTI VIOLANO LA LEGGE, NESSUNO ESCLUSOIl Senato con 149 voti favorevoli, 141 contrari ed un astenuto ha accolto la richiesta di autorizzazione a procedere del Tribunale dei ministri contro Matteo Salvini per il preteso sequestro delle persone trasportate dalla nave della ONG “Open Arms”.A parte ogni considerazione sulla totale inesistenza di qualsivoglia profilo di responsabilità penale per sequestro di persone a carico del Sen. Matteo Salvini, all’epoca Ministro dell’interno, per assenza del dolo sia sotto l’aspetto soggettivo, che oggettivo, si deve rilevare che la decisione di non consentire l’immediato sbarco dei migranti irregolari trasportati dalla “Open Arms” è stata collegiale, essendo stata adottata di concerto con il presidente del consiglio e dei ministri della difesa e della sanità e che, comunque, si era in presenza della scriminante dell’adempimento di un dovere, quello di tutelare, nella funzione che Matteo Salvini ricopriva, l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini italiani, cosa che attualmente non sta facendo il governo Conte bis, il quale, in violazione della legge, continua a favorire l’ingresso in Italia di clandestini, anche quelli positivi al Covid-19..E’ davvero singolare ed inquietante la decisione del governo Conte di lasciare aperti i porti a tutti i migranti irregolari con la conseguenza che entrano nel territorio italiano anche persone positive al Coronavirus.E’ fonte di grande preoccupazione constare che numerosi soggetti positivi al Coronavirus circolano indisturbati e non identificati tra noi, dal momento che non è possibile trattenere con la forza le numerose persone accolte in Italia nei centri o nelle strutture sanitarie, da dove scappano subito dopo.Ancora più grave è la decisione governativa di smistare i migranti nelle varie regioni italiane con il rischio di una maggiore diffusione capillare dell’epidemia, anche in luoghi che in precedenza non erano stati colpiti dal contagio.Considerato che il prof. avv. Giuseppe Conte, presidente del consiglio, l’on.le Roberto Speranza, ministro della salute e la dr.ssa Luciana Lamorgese, ministro degli interni sono stati già denunciati da me e dal Prof. Avv. Augusto Sinagra per diffusione colposa dell’epidemia ed omicidio colposo plurimo il 30 marzo 2020 e, successivamente, in data 15 luglio2020, per diffusione dolosa dell’epidemia e che l’iter del procedimento penale, stante la loro qualifica di ministri, è lungo e complesso, credo sia giunto il momento di rivolgere la nostra attenzione nei confronti di quanti sono preposti sul territorio al rispetto delle leggi vigenti.E mi riferisco a Prefetti, Questori, Sindaci, Magistrati che hanno l’obbligo giuridico di prevenire situazioni di gravissimo pericolo per la collettività ed intervenire fattivamente per impedirle e contenerle.A tale proposito dovrebbe essere superfluo rammentare che in forza della clausola di equivalenza prevista dall’art. 40 comma 2, del codice penale “non impedire l’evento che si ha l’obbligo giuridico di evitare equivale a cagionarlo”.Dunque se l’epidemia dovesse nuovamente diffondersi su tutto il territorio italiano a seguito di nuovi ingressi di migranti irregolari, notoriamente poco controllati, tutti coloro che rivestendo funzioni apicali avrebbero avuto l’obbligo di impedire l’evento (pandemia) e non lo hanno fatto, potrebbero essere indagati, a seguito di denunce circostanziate inoltrate alle varie Procure della Repubblica competenti per territorio dove hanno luogo gli approdi e gli sbarchi, ciascuno per i propri profili di responsabilità, dei seguenti delitti:1) Art. 438 c.p.: Epidemia.Chiunque cagiona un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni è punito con l’ergastolo.Se dal fatto deriva la morte di più persone, si applica la pena di morte (tale ipotesi aggravata prevista è da ritenersi priva di valenza pratica in conseguenza della abolizione della pena di morte)2) Art. 452 c.p.: Delitti colposi contro la salute pubblica.Chiunque commette, per colpa, alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 438 c.p. e 439 c.p. è punito:1) Con la reclusione da 3 a 12 anni, nei casi per i quali le dette disposizioni stabiliscono la pena di morte;2) Con la reclusione da 1 a 5 anni, nei casi per i quali esse stabiliscono l’ergastolo3) Con la reclusione da 6 mesi a 3 anni, nel caso in cui l’articolo 439 c.p. stabilisce la pena della reclusioneQuando sia commesso per colpa [43] alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 440, 441, 442, 443, 444 e 445 si applicano le pene ivi rispettivamente stabilite ridotte da un terzo a un sesto.Dolo: si caratterizza per la volontà della condotta offensiva e per la previsione di un evento dannoso in conseguenza di quella condottaColpa: si caratterizza per la non volontà di compiere un determinato fatto-reato, che si verifica ugualmente a causa di negligenza o imprudenza o imperizia (colpa generica), ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline (colpa specifica).3) Favoreggiamento dell’immigrazione clandestinaPremesso che nella fattispecie non si è in presenza di “salvataggi di persone” ma semplicemente di “trasbordi” dalle piccole imbarcazioni, dove in genere si trovano i migranti, sulle navi delle ONG che poi proseguono il viaggio per il trasporto degli esseri umani fino ai porti italiani, in Italia costituisce ancora reato favorire l’immigrazione clandestina.La disciplina del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina degli stranieri è contenuta, in ipotesi semplici e ipotesi aggravate.Il primo comma dell’art. 12 del T.U. 286/98 come modificato dalla L. 189/2002 prevede il a disciplina del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina degli stranieri è contenuta, in ipotesi semplici e ipotesi aggravate.Il primo comma dell’art. 12 del T.U. 286/98 come modificato dalla L. 189/2002 prevede il favoreggiamento dell’ingresso clandestino con riferimento alle ipotesi semplici, la cui condotta tipica consiste nel compiere “atti diretti a procurare l’ingresso nel territorio dello Stato di uno straniero ovvero atti diretti a procurare l’ingresso illegale in altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente”.Con questa previsione si vuol contrastare il passaggio di clandestini dal territorio nazionale verso altri Paesi della comunità europea al fine di raggiungere la destinazione finale del loro illegale progetto migratorio, realizzato appunto grazie all’illecita condotta di favoreggiamento degli organizzatori dei viaggi clandestini.La struttura del reato previsto dalla norma è di mera condotta ed a forma libera: non è necessario il verificarsi di alcun evento, non è necessario che ingresso clandestino debba realizzarsi; per il perfezionamento della fattispecie è sufficiente il fatto di aver posto in essere un’attività diretta realizzare l’arrivo dello straniero. Il reato si perfeziona con il dolo, inteso quale coscienza e volontà di commettere atti di agevolazione dell’ingresso; si tratta poi di un reato di pericolo, in quanto per la punibilità del fatto non è necessario che si verifichi in concreto alcun danno.Si tratta appunto di una tipica ipotesi di fattispecie a consumazione anticipata, che non consente la configurazione del tentativo.La giurisprudenza delinea la figura in esame come reato istantaneo.La sanzione prevista, tanto per il favoreggiamento dell’ingresso in Italia quanto quello in altri Paesi, “è punito con la reclusione fino a tre anni e con multa fino a 15.000 euro per ogni persona” favorita.Fra le ipotesi che integrano questo tipo di reato sono da annoverare: l’ingresso clandestino di stranieri fuori dai valichi di frontiera; la fornitura allo straniero di documenti falsi o di mezzi utili a simulare, al controllo alla frontiera, condizioni che legittimano l’accesso; il difetto di segnalazione alla autorità di frontiera della presenza di clandestini a bordo, e difetto di vigilanza nel caso in cui i clandestini riescano poi a sbarcare.Come ha avuto modo di chiarire la Corte di Cassazione (sentenza n. 7045 Sez. I, 19 maggio 2000), “in tema di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per attività dirette a favorire l’ingresso degli stranieri nel territorio dello Stato in violazione della legge non devono intendersi soltanto quelle condotte specificamente mirate a consentire l’arrivo e lo sbarco degli stranieri, ma anche quelle, immediatamente successive a tale ingresso, intese a garantire la buona riuscita dell’operazione ….e, in genere, tutte quelle attività di fiancheggiamento e di cooperazione con le attività direttamente e in senso stretto collegabili all’ingresso dei clandestini”.Per quanto concerne, invece, le ipotesi aggravate del delitto di favoreggiamento dell’ingresso clandestino, accanto all’ipotesi contemplata dall’art. 12 comma 3, la L. 189/2002 ne aggiunge delle altre, rispettivamente con i commi 3-bis, 3-ter, 3-quter e 3-quinquies, espressamente qualificate dalla giurisprudenza della Cassazione come circostanze aggravanti ad effetto speciale (Cass. Sez. I, sent. 5360/00), di cui cioè la variazione penale è determinata in modo indipendente dalla sanzione edittale di base.La prima delle ipotesi aggravate, quella dell’art. 12 comma 3, sancisce che “salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarre profitto anche indiretto, compie atti diretti a procurare l’ingresso di taluno nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni del presente testo unico, ovvero a procurare l’ingresso illegale in altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa di 15.000 euro per ogni persona”.La fattispecie, costruita anch’essa con l’iniziale clausola di riserva, prevede, in aggiunta, il dolo specifico di trarne profitto; questo fine è inteso non solo ed esclusivamente in senso di utilità pecuniaria, cioè quale vantaggio economico o incremento del patrimonio, ma anche come qualunque soddisfazione o piacere che l’agente si riprometta dalla sua azione criminosa.La stessa pena stabilita per l’ipotesi di favoreggiamento al fine di trarne profitto, ossia la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da 15.000 euro per ogni persona, si applica anche “quando il fatto è commesso da tre o più persone in concorso tra loro o utilizzando servizi internazionali di trasporto ovvero documenti contraffatti o alterati o comunque illegalmente ottenuti”.4) Associazione per delinquereIl nostro Codice Penale all’art. 416 (Associazione per delinquere) così recita:Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano l’associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a sette anni.Per il solo fatto di partecipare all’associazione, la pena è della reclusione da uno a cinque anni.I capi soggiacciono alla stessa pena stabilita per i promotori.Se gli associati scorrono in armi le campagne o le pubbliche vie, si applica la reclusione da cinque a quindici anni.La pena è aumentata se il numero degli associati è di dieci o più.Se l’associazione è diretta a commettere taluno dei delitti di cui agli articoli 600, 601, 601-bis e 602, nonchè all’articolo 12, comma 3-bis, del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, nonche’ agli articoli 22, commi 3 e 4, e 22-bis, comma 1, della legge 1° aprile 1999, n. 91,si applica la reclusione da cinque a quindici anni nei casi previsti dal primo comma e da quattro a nove anni nei casi previsti dal secondo comma. Il concetto di associazione secondo il testo della legge e per la giurisprudenza consiste nella unione di persone con carattere di permanenza e stabilità, che siano in possesso di un minimo di organizzazione, anche soltanto rudimentale, che tuttavia sia adeguata per perseguire e realizzare un programma delittuoso.Non è quindi indispensabile una vera e propria organizzazione con gerarchia interna, distribuzione di ruoli ed assegnazione di funzioni a ciascuno degli associati.Sono considerati promotori coloro che promuovono l’iniziativa di costituire l’associazione.Sono considerati costitutori coloro che, con la loro azione, fanno nascere, o concorrono a determinare la nascita dell’associazione.Sono considerati organizzatori coloro che coordinano l’attività dei singoli associati volta alla costituzione dell’associazione ed al suo funzionamento.Sono partecipanti quanti esplicano attività di carattere materiale, esecutivo e strumentale per la sopravvivenza dell’associazione ed il perseguimento degli scopi sociali delittuosi.Infine sono capi coloro che sono muniti di poteri di gerarchici sugli associati e ne dirigono l’attività.E’ di tutta evidenza che tutti coloro che associati ed in concorso tra loro, operando nel settore del traffico di esseri umani, violano la legge in materia di immigrazione, commettendo il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, debbano rispondere penalmente anche del delitto di associazione per delinquere previsto dall’art.416 del codice penale.5) ART.328 codice penaleRifiuto di atti di ufficio. OmissioneIl pubblico ufficiale, o l'incaricato di un pubblico servizio, che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.Fuori dei casi previsti dal primo comma, il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che entro trenta giorni dalla richiesta di chi vi abbia interesse non compie l'atto del suo ufficio e non risponde per esporre le ragioni del ritardo, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032. Tale richiesta deve essere redatta in forma scritta e il termine di trenta giorni decorre dalla ricezione della richiesta stessa. (1)(1) Il presente articolo è stato così modificato dall'art. 16, L. 26.04.1990, n. 86.Nel nostro ordinamento giuridico vige il principio dell‘obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale (art.112 Cost.) che impone ad un Pubblico Ministero di valutare la fondatezza di ciascuna notizia di reato e di compiere tutte le indagini necessarie per decidere se occorre formulare l’imputazione o chiedere l’archiviazione da trasmettere al GIP .Se il PM dinnanzi ad una notitia criminis di pubblico dominio non indaga per poi formulare l’imputazione o chiedere l’archiviazione, stante il citato principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, dovrebbe a sua volta rispondere, a norma dell’art.328 codice penale, di rifiuto o di omissione di atti d’ufficio.Tale norma ha lo scopo di punire l’inerzia di quei pubblici ufficiali, o pubblici dipendenti, che si rifiutino o omettano di esercitare i doveri del loro ufficio. Il rifiuto di atti d’ufficio è un reato che si consuma quando un pubblico ufficiale o un dipendente pubblico rifiuta di esercitare una sua mansione, sia a seguito di un ordine del suo superiore, che in presenza di una situazione che richiede, per legge, un’immediata reazione. Il reato si perfeziona allorchè vi è un rifiuto non adeguatamente motivato. L’omissione di atto d’ufficio si configura invece a fronte di una mancata iniziativa e non a fronte di un esplicito e diretto diniego.Secondo la S.C., ai fini dell’integrazione della fattispecie di cui al primo comma dell’art. 328 c.p., è sufficiente un’inerzia omissiva, non essendo necessario un rifiuto esplicito (Cass. n. 10051/2013; n. 2339/1998), mentre l’ipotesi di cui al secondo comma si integra con l’omissione e la mancata risposta sui motivi della stessa (Cass. n. 11877/2003). Il delitto in esame, infine, può essere integrato anche laddove manchi una richiesta o un ordine, nell’ipotesi in cui il fatto concreto faccia apparire il compimento dell’atto quale necessario o urgente (Cass. n. 4995/2010; n. 1757/2006).Ai cittadini italiani la scelta se subire passivamente la compressione e sospensione dei diritti costituzionali e la violazione della legge, oppure reagire responsabilmente per difenderli con tutti gli strumenti che sono ancora a nostra disposizione per la tutela del principio di legalità e dello Stato di diritto. ... Leggi tuttoAccorcia

SIANO PERSEGUITI CON IL MASSIMO RIGORE QUANTI VIOLANO LA LEGGE, NESSUNO ESCLUSO

1 settimana fa

Studio legale Lonoce

SIANO PERSEGUITI CON IL MASSIMO RIGORE QUANTI VIOLANO LA LEGGEIl Senato con 149 voti favorevoli, 141 contrari ed un astenuto ha accolto la richiesta di autorizzazione a procedere del Tribunale dei ministri contro Matteo Salvini per il preteso sequestro delle persone trasportate dalla nave della ONG “Open Arms”. A parte ogni considerazione sulla totale inesistenza di qualsivoglia profilo di responsabilità penale per sequestro di persone a carico del Sen. Matteo Salvini, all’epoca Ministro dell’interno, per assenza del dolo sia sotto l’aspetto soggettivo, che oggettivo, si deve rilevare che la decisione di non consentire l’immediato sbarco dei migranti irregolari trasportati dalla “Open Arms” è stata collegiale, essendo stata adottata di concerto con il presidente del consiglio e dei ministri della difesa e della sanità e che, comunque, si era in presenza della scriminante dell’adempimento di un dovere, quello di tutelare, nella funzione che Matteo Salvini ricopriva, l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini italiani, cosa che attualmente non sta facendo il governo Conte bis, il quale, in violazione della legge, continua a favorire l’ingresso in Italia di clandestini, anche quelli positivi al Covid-19..E’ davvero singolare ed inquietante la decisione del governo Conte di lasciare aperti i porti a tutti i migranti irregolari con la conseguenza che entrano nel territorio italiano anche persone positive al Coronavirus.E’ fonte di grande preoccupazione constare che numerosi soggetti positivi al Coronavirus circolano indisturbati e non identificati tra noi, dal momento che non è possibile trattenere con la forza le numerose persone accolte in Italia nei centri o nelle strutture sanitarie, da dove scappano subito dopo.Ancora più grave è la decisione governativa di smistare i migranti nelle varie regioni italiane con il rischio di una maggiore diffusione capillare dell’epidemia, anche in luoghi che in precedenza non erano stati colpiti dal contagio.Considerato che il prof. avv. Giuseppe Conte, presidente del consiglio, l’on.le Roberto Speranza, ministro della salute e la dr.ssa Luciana Lamorgese, ministro degli interni sono stati già denunciati da me e dal Prof. Avv. Augusto Sinagra per diffusione colposa dell’epidemia ed omicidio colposo plurimo il 30 marzo 2020 e, successivamente, in data 15 luglio2020, per diffusione dolosa dell’epidemia e che l’iter del procedimento penale, stante la loro qualifica di ministri, è lungo e complesso, credo sia giunto il momento di rivolgere la nostra attenzione nei confronti di quanti sono preposti sul territorio al rispetto delle leggi vigenti.E mi riferisco a Prefetti, Questori, Sindaci, Magistrati che hanno l’obbligo giuridico di prevenire situazioni di gravissimo pericolo per la collettività ed intervenire fattivamente per impedirle e contenerle.A tale proposito dovrebbe essere superfluo rammentare che in forza della clausola di equivalenza prevista dall’art. 40 comma 2, del codice penale “non impedire l’evento che si ha l’obbligo giuridico di evitare equivale a cagionarlo”.Dunque se l’epidemia dovesse nuovamente diffondersi su tutto il territorio italiano a seguito di nuovi ingressi di migranti irregolari, notoriamente poco controllati, tutti coloro che rivestendo funzioni apicali avrebbero avuto l’obbligo di impedire l’evento (pandemia) e non lo hanno fatto, potrebbero essere indagati, a seguito di denunce circostanziate inoltrate alle varie Procure della Repubblica competenti per territorio dove hanno luogo gli approdi e gli sbarchi, ciascuno per i propri profili di responsabilità, dei seguenti delitti:1) Art. 438 c.p.: Epidemia. Chiunque cagiona un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni è punito con l’ergastolo. Se dal fatto deriva la morte di più persone, si applica la pena di morte (tale ipotesi aggravata prevista è da ritenersi priva di valenza pratica in conseguenza della abolizione della pena di morte)2) Art. 452 c.p.: Delitti colposi contro la salute pubblica. Chiunque commette, per colpa, alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 438 c.p. e 439 c.p. è punito:1) Con la reclusione da 3 a 12 anni, nei casi per i quali le dette disposizioni stabiliscono la pena di morte;2) Con la reclusione da 1 a 5 anni, nei casi per i quali esse stabiliscono l’ergastolo3) Con la reclusione da 6 mesi a 3 anni, nel caso in cui l’articolo 439 c.p. stabilisce la pena della reclusioneQuando sia commesso per colpa [43] alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 440, 441, 442, 443, 444 e 445 si applicano le pene ivi rispettivamente stabilite ridotte da un terzo a un sesto.Dolo: si caratterizza per la volontà della condotta offensiva e per la previsione di un evento dannoso in conseguenza di quella condottaColpa: si caratterizza per la non volontà di compiere un determinato fatto-reato, che si verifica ugualmente a causa di negligenza o imprudenza o imperizia (colpa generica), ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline (colpa specifica).3) Favoreggiamento dell’immigrazione clandestinaPremesso che nella fattispecie non si è in presenza di “salvataggi di persone” ma semplicemente di “trasbordi” dalle piccole imbarcazioni, dove in genere si trovano i migranti, sulle navi delle ONG che poi proseguono il viaggio per il trasporto degli esseri umani fino ai porti italiani, in Italia costituisce ancora reato favorire l’immigrazione clandestina.La disciplina del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina degli stranieri è contenuta, in ipotesi semplici e ipotesi aggravate.Il primo comma dell’art. 12 del T.U. 286/98 come modificato dalla L. 189/2002 prevede il a disciplina del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina degli stranieri è contenuta, in ipotesi semplici e ipotesi aggravate.Il primo comma dell’art. 12 del T.U. 286/98 come modificato dalla L. 189/2002 prevede il favoreggiamento dell’ingresso clandestino con riferimento alle ipotesi semplici, la cui condotta tipica consiste nel compiere “atti diretti a procurare l’ingresso nel territorio dello Stato di uno straniero ovvero atti diretti a procurare l’ingresso illegale in altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente”.Con questa previsione si vuol contrastare il passaggio di clandestini dal territorio nazionale verso altri Paesi della comunità europea al fine di raggiungere la destinazione finale del loro illegale progetto migratorio, realizzato appunto grazie all’illecita condotta di favoreggiamento degli organizzatori dei viaggi clandestini.La struttura del reato previsto dalla norma è di mera condotta ed a forma libera: non è necessario il verificarsi di alcun evento, non è necessario che ingresso clandestino debba realizzarsi; per il perfezionamento della fattispecie è sufficiente il fatto di aver posto in essere un’attività diretta realizzare l’arrivo dello straniero. Il reato si perfeziona con il dolo, inteso quale coscienza e volontà di commettere atti di agevolazione dell’ingresso; si tratta poi di un reato di pericolo, in quanto per la punibilità del fatto non è necessario che si verifichi in concreto alcun danno.Si tratta appunto di una tipica ipotesi di fattispecie a consumazione anticipata, che non consente la configurazione del tentativo.La giurisprudenza delinea la figura in esame come reato istantaneo.La sanzione prevista, tanto per il favoreggiamento dell’ingresso in Italia quanto quello in altri Paesi, “è punito con la reclusione fino a tre anni e con multa fino a 15.000 euro per ogni persona” favorita.Fra le ipotesi che integrano questo tipo di reato sono da annoverare: l’ingresso clandestino di stranieri fuori dai valichi di frontiera; la fornitura allo straniero di documenti falsi o di mezzi utili a simulare, al controllo alla frontiera, condizioni che legittimano l’accesso; il difetto di segnalazione alla autorità di frontiera della presenza di clandestini a bordo, e difetto di vigilanza nel caso in cui i clandestini riescano poi a sbarcare.Come ha avuto modo di chiarire la Corte di Cassazione (sentenza n. 7045 Sez. I, 19 maggio 2000), “in tema di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per attività dirette a favorire l’ingresso degli stranieri nel territorio dello Stato in violazione della legge non devono intendersi soltanto quelle condotte specificamente mirate a consentire l’arrivo e lo sbarco degli stranieri, ma anche quelle, immediatamente successive a tale ingresso, intese a garantire la buona riuscita dell’operazione ….e, in genere, tutte quelle attività di fiancheggiamento e di cooperazione con le attività direttamente e in senso stretto collegabili all’ingresso dei clandestini”.Per quanto concerne, invece, le ipotesi aggravate del delitto di favoreggiamento dell’ingresso clandestino, accanto all’ipotesi contemplata dall’art. 12 comma 3, la L. 189/2002 ne aggiunge delle altre, rispettivamente con i commi 3-bis, 3-ter, 3-quter e 3-quinquies, espressamente qualificate dalla giurisprudenza della Cassazione come circostanze aggravanti ad effetto speciale (Cass. Sez. I, sent. 5360/00), di cui cioè la variazione penale è determinata in modo indipendente dalla sanzione edittale di base.La prima delle ipotesi aggravate, quella dell’art. 12 comma 3, sancisce che “salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarre profitto anche indiretto, compie atti diretti a procurare l’ingresso di taluno nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni del presente testo unico, ovvero a procurare l’ingresso illegale in altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa di 15.000 euro per ogni persona”.La fattispecie, costruita anch’essa con l’iniziale clausola di riserva, prevede, in aggiunta, il dolo specifico di trarne profitto; questo fine è inteso non solo ed esclusivamente in senso di utilità pecuniaria, cioè quale vantaggio economico o incremento del patrimonio, ma anche come qualunque soddisfazione o piacere che l’agente si riprometta dalla sua azione criminosa.La stessa pena stabilita per l’ipotesi di favoreggiamento al fine di trarne profitto, ossia la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da 15.000 euro per ogni persona, si applica anche “quando il fatto è commesso da tre o più persone in concorso tra loro o utilizzando servizi internazionali di trasporto ovvero documenti contraffatti o alterati o comunque illegalmente ottenuti”.4) Associazione per delinquereIl nostro Codice Penale all’art. 416 (Associazione per delinquere) così recita:Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano l’associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a sette anni.Per il solo fatto di partecipare all’associazione, la pena è della reclusione da uno a cinque anni.I capi soggiacciono alla stessa pena stabilita per i promotori.Se gli associati scorrono in armi le campagne o le pubbliche vie, si applica la reclusione da cinque a quindici anni.La pena è aumentata se il numero degli associati è di dieci o più.Se l’associazione è diretta a commettere taluno dei delitti di cui agli articoli 600, 601, 601-bis e 602, nonchè all’articolo 12, comma 3-bis, del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, nonche’ agli articoli 22, commi 3 e 4, e 22-bis, comma 1, della legge 1° aprile 1999, n. 91,si applica la reclusione da cinque a quindici anni nei casi previsti dal primo comma e da quattro a nove anni nei casi previsti dal secondo comma.Il concetto di associazione secondo il testo della legge e per la giurisprudenza consiste nella unione di persone con carattere di permanenza e stabilità, che siano in possesso di un minimo di organizzazione, anche soltanto rudimentale, che tuttavia sia adeguata per perseguire e realizzare un programma delittuoso.Non è quindi indispensabile una vera e propria organizzazione con gerarchia interna, distribuzione di ruoli ed assegnazione di funzioni a ciascuno degli associati.Sono considerati promotori coloro che promuovono l’iniziativa di costituire l’associazione.Sono considerati costitutori coloro che, con la loro azione, fanno nascere, o concorrono a determinare la nascita dell’associazione.Sono considerati organizzatori coloro che coordinano l’attività dei singoli associati volta alla costituzione dell’associazione ed al suo funzionamento.Sono partecipanti quanti esplicano attività di carattere materiale, esecutivo e strumentale per la sopravvivenza dell’associazione ed il perseguimento degli scopi sociali delittuosi.Infine sono capi coloro che sono muniti di poteri di gerarchici sugli associati e ne dirigono l’attività.E’ di tutta evidenza che tutti coloro che associati ed in concorso tra loro, operando nel settore del traffico di esseri umani, violano la legge in materia di immigrazione, commettendo il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, debbano rispondere penalmente anche del delitto di associazione per delinquere previsto dall’art.416 del codice penale.5) ART.328 codice penaleRifiuto di atti di ufficio. OmissioneIl pubblico ufficiale, o l'incaricato di un pubblico servizio, che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.Fuori dei casi previsti dal primo comma, il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che entro trenta giorni dalla richiesta di chi vi abbia interesse non compie l'atto del suo ufficio e non risponde per esporre le ragioni del ritardo, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032. Tale richiesta deve essere redatta in forma scritta e il termine di trenta giorni decorre dalla ricezione della richiesta stessa. (1) (1) Il presente articolo è stato così modificato dall'art. 16, L. 26.04.1990, n. 86.Nel nostro ordinamento giuridico vige il principio dell‘obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale (art.112 Cost.) che impone ad un Pubblico Ministero di valutare la fondatezza di ciascuna notizia di reato e di compiere tutte le indagini necessarie per decidere se occorre formulare l’imputazione o chiedere l’archiviazione da trasmettere al GIP .Se il PM dinnanzi ad una notitia criminis di pubblico dominio non indaga per poi formulare l’imputazione o chiedere l’archiviazione, stante il citato principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, dovrebbe a sua volta rispondere, a norma dell’art.328 codice penale, di rifiuto o di omissione di atti d’ufficio. Tale norma ha lo scopo di punire l’inerzia di quei pubblici ufficiali, o pubblici dipendenti, che si rifiutino o omettano di esercitare i doveri del loro ufficio. Il rifiuto di atti d’ufficio è un reato che si consuma quando un pubblico ufficiale o un dipendente pubblico rifiuta di esercitare una sua mansione, sia a seguito di un ordine del suo superiore, che in presenza di una situazione che richiede, per legge, un’immediata reazione. Il reato si perfeziona allorchè vi è un rifiuto non adeguatamente motivato. L’omissione di atto d’ufficio si configura invece a fronte di una mancata iniziativa e non a fronte di un esplicito e diretto diniego. Secondo la S.C., ai fini dell’integrazione della fattispecie di cui al primo comma dell’art. 328 c.p., è sufficiente un’inerzia omissiva, non essendo necessario un rifiuto esplicito (Cass. n. 10051/2013; n. 2339/1998), mentre l’ipotesi di cui al secondo comma si integra con l’omissione e la mancata risposta sui motivi della stessa (Cass. n. 11877/2003). Il delitto in esame, infine, può essere integrato anche laddove manchi una richiesta o un ordine, nell’ipotesi in cui il fatto concreto faccia apparire il compimento dell’atto quale necessario o urgente (Cass. n. 4995/2010; n. 1757/2006).Ai cittadini italiani la scelta se subire passivamente la compressione e sospensione dei diritti costituzionali e la violazione della legge, oppure reagire responsabilmente per difenderli con tutti gli strumenti che sono ancora a nostra disposizione per la tutela del principio di legalità e dello Stato di diritto. ... Leggi tuttoAccorcia

SIANO PERSEGUITI CON IL MASSIMO RIGORE QUANTI VIOLANO LA LEGGE

Il Senato con 149 voti favorevoli, 141 contrari ed un astenuto ha accolto la richiesta di autorizzazione a procedere del Tribunale dei ministri contro Matteo Salvini per il preteso sequestro delle persone trasportate dalla nave della ONG “Open Arms”. 

A parte ogni considerazione sulla totale inesistenza di qualsivoglia profilo di responsabilità penale per sequestro di persone a carico del Sen. Matteo Salvini, all’epoca Ministro dell’interno, per assenza del dolo sia sotto l’aspetto soggettivo, che oggettivo, si deve rilevare che la decisione di non consentire l’immediato sbarco dei migranti irregolari trasportati dalla “Open Arms” è stata collegiale, essendo stata adottata di concerto con il presidente del consiglio e dei ministri della difesa e della sanità e che, comunque, si era in presenza della scriminante dell’adempimento di un dovere, quello di tutelare, nella funzione che Matteo Salvini ricopriva, l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini italiani, cosa che attualmente non sta facendo il governo Conte bis, il quale, in violazione della legge, continua a favorire l’ingresso in Italia di clandestini, anche quelli positivi al Covid-19..

E’ davvero singolare ed inquietante la decisione del governo Conte di lasciare aperti i porti a tutti i migranti irregolari con la conseguenza che entrano nel territorio italiano anche persone positive al Coronavirus.

E’ fonte di grande preoccupazione constare che numerosi soggetti positivi al Coronavirus circolano indisturbati e non identificati tra noi, dal momento che non è possibile trattenere con la forza le numerose persone accolte in Italia nei centri o nelle strutture sanitarie, da dove scappano subito dopo.

Ancora più grave è la decisione governativa di smistare i migranti nelle varie regioni italiane con il rischio di una maggiore diffusione capillare dell’epidemia, anche in luoghi che in precedenza non erano stati colpiti dal contagio.

Considerato che il prof. avv. Giuseppe Conte, presidente del consiglio, l’on.le Roberto Speranza, ministro della salute e la dr.ssa Luciana Lamorgese, ministro degli interni sono stati già denunciati da me e dal Prof. Avv. Augusto Sinagra per diffusione colposa dell’epidemia ed omicidio colposo plurimo il 30 marzo 2020 e, successivamente, in data 15 luglio2020, per diffusione dolosa dell’epidemia e che l’iter del procedimento penale, stante la loro qualifica di ministri, è lungo e complesso, credo sia giunto il momento di rivolgere la nostra attenzione nei confronti di quanti sono preposti sul territorio al rispetto delle leggi vigenti.

E mi riferisco a Prefetti, Questori, Sindaci, Magistrati che hanno l’obbligo giuridico di prevenire situazioni di gravissimo pericolo per la collettività ed intervenire fattivamente per impedirle e contenerle.

A tale proposito dovrebbe essere superfluo rammentare che in forza della clausola di equivalenza prevista dall’art. 40 comma 2, del codice penale “non impedire l’evento che si ha l’obbligo giuridico di evitare equivale a cagionarlo”.

Dunque se l’epidemia dovesse nuovamente diffondersi su tutto il territorio italiano a seguito di nuovi ingressi di migranti irregolari, notoriamente poco controllati, tutti coloro che rivestendo funzioni apicali avrebbero avuto l’obbligo di impedire l’evento (pandemia) e non lo hanno fatto, potrebbero essere indagati, a seguito di denunce circostanziate inoltrate alle varie Procure della Repubblica competenti per territorio dove hanno luogo gli approdi e gli sbarchi, ciascuno per i propri profili di responsabilità, dei seguenti delitti:
1) Art. 438 c.p.: Epidemia. 
Chiunque cagiona un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni è punito con l’ergastolo. 
Se dal fatto deriva la morte di più persone, si applica la pena di morte (tale ipotesi aggravata prevista è da ritenersi priva di valenza pratica in conseguenza della abolizione della pena di morte)
2) Art. 452 c.p.: Delitti colposi contro la salute pubblica. 
Chiunque commette, per colpa, alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 438 c.p. e 439 c.p. è punito:
1) Con la reclusione da 3 a 12 anni, nei casi per i quali le dette disposizioni stabiliscono la pena di morte;
2) Con la reclusione da 1 a 5 anni, nei casi per i quali esse stabiliscono l’ergastolo
3) Con la reclusione da 6 mesi a 3 anni, nel caso in cui l’articolo 439 c.p. stabilisce la pena della reclusione
Quando sia commesso per colpa [43] alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 440, 441, 442, 443, 444 e 445 si applicano le pene ivi rispettivamente stabilite ridotte da un terzo a un sesto.
Dolo: si caratterizza per la volontà della condotta offensiva e per la previsione di un evento dannoso in conseguenza di quella condotta
Colpa: si caratterizza per la non volontà di compiere un determinato fatto-reato, che si verifica ugualmente a causa di negligenza o imprudenza o imperizia (colpa generica), ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline (colpa specifica).
3) Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina
Premesso che nella fattispecie non si è in presenza di “salvataggi di persone” ma semplicemente di “trasbordi” dalle piccole imbarcazioni, dove in genere si trovano i migranti, sulle navi delle ONG che poi proseguono il viaggio per il trasporto degli esseri umani fino ai porti italiani, in Italia costituisce ancora reato favorire l’immigrazione clandestina.
La disciplina del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina degli stranieri è contenuta, in ipotesi semplici e ipotesi aggravate.
Il primo comma dell’art. 12 del T.U. 286/98 come modificato dalla L. 189/2002 prevede il a disciplina del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina degli stranieri è contenuta, in ipotesi semplici e ipotesi aggravate.
Il primo comma dell’art. 12 del T.U. 286/98 come modificato dalla L. 189/2002 prevede il favoreggiamento dell’ingresso clandestino con riferimento alle ipotesi semplici, la cui condotta tipica consiste nel compiere “atti diretti a procurare l’ingresso nel territorio dello Stato di uno straniero ovvero atti diretti a procurare l’ingresso illegale in altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente”.
Con questa previsione si vuol contrastare il passaggio di clandestini dal territorio nazionale verso altri Paesi della comunità europea al fine di raggiungere la destinazione finale del loro illegale progetto migratorio, realizzato appunto grazie all’illecita condotta di favoreggiamento degli organizzatori dei viaggi clandestini.
La struttura del reato previsto dalla norma è di mera condotta ed a forma libera: non è necessario il verificarsi di alcun evento, non è necessario che ingresso clandestino debba realizzarsi; per il perfezionamento della fattispecie è sufficiente il fatto di aver posto in essere un’attività diretta realizzare l’arrivo dello straniero. Il reato si perfeziona con il dolo, inteso quale coscienza e volontà di commettere atti di agevolazione dell’ingresso; si tratta poi di un reato di pericolo, in quanto per la punibilità del fatto non è necessario che si verifichi in concreto alcun danno.
Si tratta appunto di una tipica ipotesi di fattispecie a consumazione anticipata, che non consente la configurazione del tentativo.
La giurisprudenza delinea la figura in esame come reato istantaneo.
La sanzione prevista, tanto per il favoreggiamento dell’ingresso in Italia quanto quello in altri Paesi, “è punito con la reclusione fino a tre anni e con multa fino a 15.000 euro per ogni persona” favorita.
Fra le ipotesi che integrano questo tipo di reato sono da annoverare: l’ingresso clandestino di stranieri fuori dai valichi di frontiera; la fornitura allo straniero di documenti falsi o di mezzi utili a simulare, al controllo alla frontiera, condizioni che legittimano l’accesso; il difetto di segnalazione alla autorità di frontiera della presenza di clandestini a bordo, e difetto di vigilanza nel caso in cui i clandestini riescano poi a sbarcare.
Come ha avuto modo di chiarire la Corte di Cassazione (sentenza n. 7045 Sez. I, 19 maggio 2000), “in tema di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per attività dirette a favorire l’ingresso degli stranieri nel territorio dello Stato in violazione della legge non devono intendersi soltanto quelle condotte specificamente mirate a consentire l’arrivo e lo sbarco degli stranieri, ma anche quelle, immediatamente successive a tale ingresso, intese a garantire la buona riuscita dell’operazione ….e, in genere, tutte quelle attività di fiancheggiamento e di cooperazione con le attività direttamente e in senso stretto collegabili all’ingresso dei clandestini”.
Per quanto concerne, invece, le ipotesi aggravate del delitto di favoreggiamento dell’ingresso clandestino, accanto all’ipotesi contemplata dall’art. 12 comma 3, la L. 189/2002 ne aggiunge delle altre, rispettivamente con i commi 3-bis, 3-ter, 3-quter e 3-quinquies, espressamente qualificate dalla giurisprudenza della Cassazione come circostanze aggravanti ad effetto speciale (Cass. Sez. I, sent. 5360/00), di cui cioè la variazione penale è determinata in modo indipendente dalla sanzione edittale di base.
La prima delle ipotesi aggravate, quella dell’art. 12 comma 3, sancisce che “salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarre profitto anche indiretto, compie atti diretti a procurare l’ingresso di taluno nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni del presente testo unico, ovvero a procurare l’ingresso illegale in altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa di 15.000 euro per ogni persona”.
La fattispecie, costruita anch’essa con l’iniziale clausola di riserva, prevede, in aggiunta, il dolo specifico di trarne profitto; questo fine è inteso non solo ed esclusivamente in senso di utilità pecuniaria, cioè quale vantaggio economico o incremento del patrimonio, ma anche come qualunque soddisfazione o piacere che l’agente si riprometta dalla sua azione criminosa.
La stessa pena stabilita per l’ipotesi di favoreggiamento al fine di trarne profitto, ossia la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da 15.000 euro per ogni persona, si applica anche “quando il fatto è commesso da tre o più persone in concorso tra loro o utilizzando servizi internazionali di trasporto ovvero documenti contraffatti o alterati o comunque illegalmente ottenuti”.
4) Associazione per delinquere
Il nostro Codice Penale all’art. 416 (Associazione per delinquere) così recita:
Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano l’associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a sette anni.
Per il solo fatto di partecipare all’associazione, la pena è della reclusione da uno a cinque anni.
I capi soggiacciono alla stessa pena stabilita per i promotori.
Se gli associati scorrono in armi le campagne o le pubbliche vie, si applica la reclusione da cinque a quindici anni.
La pena è aumentata se il numero degli associati è di dieci o più.
Se l’associazione è diretta a commettere taluno dei delitti di cui agli articoli 600, 601, 601-bis e 602, nonchè all’articolo 12, comma 3-bis, del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, nonche’ agli articoli 22, commi 3 e 4, e 22-bis, comma 1, della legge 1° aprile 1999, n. 91,si applica la reclusione da cinque a quindici anni nei casi previsti dal primo comma e da quattro a nove anni nei casi previsti dal secondo comma.
Il concetto di associazione secondo il testo della legge e per la giurisprudenza consiste nella unione di persone con carattere di permanenza e stabilità, che siano in possesso di un minimo di organizzazione, anche soltanto rudimentale, che tuttavia sia adeguata per perseguire e realizzare un programma delittuoso.
Non è quindi indispensabile una vera e propria organizzazione con gerarchia interna, distribuzione di ruoli ed assegnazione di funzioni a ciascuno degli associati.
Sono considerati promotori coloro che promuovono l’iniziativa di costituire l’associazione.
Sono considerati costitutori coloro che, con la loro azione, fanno nascere, o concorrono a determinare la nascita dell’associazione.
Sono considerati organizzatori coloro che coordinano l’attività dei singoli associati volta alla costituzione dell’associazione ed al suo funzionamento.
Sono partecipanti quanti esplicano attività di carattere materiale, esecutivo e strumentale per la sopravvivenza dell’associazione ed il perseguimento degli scopi sociali delittuosi.
Infine sono capi coloro che sono muniti di poteri di gerarchici sugli associati e ne dirigono l’attività.
E’ di tutta evidenza che tutti coloro che associati ed in concorso tra loro, operando nel settore del traffico di esseri umani, violano la legge in materia di immigrazione, commettendo il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, debbano rispondere penalmente anche del delitto di associazione per delinquere previsto dall’art.416 del codice penale.
5) ART.328 codice penale
Rifiuto di atti di ufficio. Omissione
Il pubblico ufficiale, o lincaricato di un pubblico servizio, che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.
Fuori dei casi previsti dal primo comma, il pubblico ufficiale o lincaricato di un pubblico servizio, che entro trenta giorni dalla richiesta di chi vi abbia interesse non compie latto del suo ufficio e non risponde per esporre le ragioni del ritardo, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032. Tale richiesta deve essere redatta in forma scritta e il termine di trenta giorni decorre dalla ricezione della richiesta stessa. (1)
 (1) Il presente articolo è stato così modificato dallart. 16, L. 26.04.1990, n. 86.
Nel nostro ordinamento giuridico vige il principio dell‘obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale (art.112  Cost.)  che impone ad un Pubblico Ministero di valutare la fondatezza di ciascuna notizia di reato e di compiere tutte le indagini necessarie per decidere se occorre formulare l’imputazione o chiedere l’archiviazione da trasmettere al GIP .
Se il PM dinnanzi ad una notitia criminis di pubblico dominio non indaga per poi formulare l’imputazione o chiedere l’archiviazione, stante il citato principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, dovrebbe a sua volta rispondere, a norma dell’art.328 codice penale, di rifiuto o di omissione di atti d’ufficio. 
Tale norma ha lo scopo di punire l’inerzia di quei pubblici ufficiali, o pubblici dipendenti, che si rifiutino o omettano di esercitare i doveri del loro ufficio. Il rifiuto di atti d’ufficio è un reato che si consuma quando un pubblico ufficiale o un dipendente pubblico rifiuta di esercitare una sua mansione, sia a seguito di un ordine del suo superiore, che in presenza di una situazione che richiede, per legge, un’immediata reazione. Il reato si perfeziona allorchè vi è un rifiuto non adeguatamente motivato. L’omissione di atto d’ufficio si configura invece a fronte di una mancata iniziativa e non a fronte di un esplicito e diretto diniego. 
Secondo la S.C., ai fini dell’integrazione della fattispecie di cui al primo comma dell’art. 328 c.p., è sufficiente un’inerzia omissiva, non essendo necessario un rifiuto esplicito (Cass. n. 10051/2013; n. 2339/1998), mentre l’ipotesi di cui al secondo comma si integra con l’omissione e la mancata risposta sui motivi della stessa (Cass. n. 11877/2003). Il delitto in esame, infine, può essere integrato anche laddove manchi una richiesta o un ordine, nell’ipotesi in cui il fatto concreto faccia apparire il compimento dell’atto quale necessario o urgente (Cass. n. 4995/2010; n. 1757/2006).
Ai cittadini italiani la scelta se subire passivamente la compressione e sospensione dei diritti costituzionali e la violazione della legge, oppure reagire responsabilmente per difenderli con tutti gli strumenti che sono ancora a nostra disposizione per la tutela del principio di legalità e dello Stato di diritto.
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