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La mancata realizzazione del rigassificatore di Brindisi fu un’occasione perduta.Il TAR Puglia - Lecce con sentenza n.5455/2006 aveva respinto i ricorsi proposti da tutti gli enti locali territoriali e da alcune associazioni contro la Snam Rete Gas, società del gruppo ENI, da me difesa e la BRINDISI LNG S.P.A. (società costituita dalla British Gas), difesa dal prof. avv. Ernesto Sticchi Damiani, intesi a bloccare la realizzazione del rigassificatore a Brindisi.Venti anni fa la British Gas aveva avviato due progetti gemelli, uno nel Galles ed uno a Brindisi, per la realizzazione di rigassificatori che avrebbero riportato allo stato gassoso otto miliardi di metri cubi di metano. Mentre l’impianto in Galles venne autorizzato senza difficoltà, costruito velocemente e dopo cinque anni era già operativo, quello di Brindisi, approvato nel 2002, per il quale erano stati stanziati investimenti per 500 milioni ed erano previsti ben 5000 nuovi posti di lavoro, fu fermato dalla burocrazia per volontà dei politici locali succubi del condizionamento di associazioni ambientaliste.Infatti, il progetto della British Gas, pur avendo ottenuto un provvedimento giurisdizionale favorevole in primo grado con la citata sentenza del Tar, venne poi ostacolato con ogni strumento, tant’è che il 6 marzo 2012, dopo 20 la British fu costretta ad abbandonarlo definitivamente. Sulla vicenda, pur essendo trascorsi ormai oltre 20 anni, occorre fare alcune riflessioni.Da quando nel gennaio del 2006 la Russia ha inopinatamente interrotto la fornitura del gas all’Ucraina e subito dopo l’ha drasticamente ridotta all’Italia, la questione “sicurezza energetica” è improvvisamente apparsa in tutta sua reale gravità, in considerazione del fatto che il nostro paese, attraverso i metanodotti nazionali della Snam Rete Gas Spa, si approvvigiona di gas da due unici fornitori: Russia ed Algeria. Quello dell’energia è un problema di rilevante e vitale importanza sia per il nostro paese che per tutto il mondo occidentale fortemente dipendente dal petrolio, fonte energetica sempre più costosa ed in via di esaurimento e noi oggi ne stiamo constatando l’importanza e le conseguenze. Il ricorso a fonti energetiche diversificate è quindi inevitabile. Fino a quando non sarà trovata l’alternativa al petrolio attraverso nuove fonti energetiche, ivi compreso il nucleare pulito di terza generazione, sarà opportuno riconsiderare l’utilità che nell’immediato potrebbero offrire i rigassificatori tanto contrastati dalle amministrazioni locali ed invisi agli ecologisti. Molti non sanno cosa sia un impianto di rigassificazione. I terminali di rigassificazione in sostanza hanno la funzione di ricevere gas naturale liquefatto (GNL), importato dai luoghi di produzione attraverso navi gassiere, di stoccarlo temporaneamente in appositi serbatoi e di rigassificarlo per immetterlo poi nelle reti di trasporto che lo porteranno verso i centri di consumo. L’impianto di rigassificazione riporta quindi allo stato gassoso il gas che non può essere trasportato attraverso i gasdotti o perché inesistenti nei luoghi di estrazione o perché troppo distanti. Il gas, subito dopo l’estrazione, viene liquefatto ad una temperatura di 161 gradi centigradi, trasportato con navi, come avviene per il petrolio ed una volta giunto a destinazione, è riportato allo stato gassoso. Anche la città di Brindisi avrebbe potuto beneficiare di un rigassificatore, operativo e funzionante, se non ne fosse ostacolato il complesso iter procedimentale ed autorizzativo già completato.Il terminale di rigassificazione di GNL sarebbe stato collegato all’esistente rete di metanodotti della Snam con grandi benefici sotto il profilo dell’interesse pubblico, in quanto avrebbe consentito l’approvvigionamento dall’estero, a prezzi concorrenziali e non di monopolio ed una più razionale distribuzione dell’energia all’interno del nostro Paese. Svariati sarebbero stati i vantaggi per la popolazione locale in termini di aumento dell’occupazione, l’ampliamento del porto esterno di Brindisi con la costruzione di nuovi moli per l’attracco delle navi gassiere (in numero di 100 all’anno) ed il conseguente rilancio delle opportunità lavorative nel settore marittimo, commerciale e terziario in genere. A nessun rischio sarebbe esposta la popolazione residente, non essendo previsto il trasporto di gas inverso dal metanodotto verso il Terminale, in quanto non è possibile nel terminale di rigassificazione il processo inverso di liquefazione. Tra l’altro, la posa del tratto di metanodotto necessario per il collegamento del rigassificatore alla rete di trasporto nazionale già esistente non avrebbe comportato alcuna modificazione morfologica del terreno. E’ pertanto auspicabile che sia le amministrazioni pubbliche locali, che gli ambientalisti modifichino le loro posizioni preconcette e valutino positivamente e favorevolmente la realizzazione di opere importanti, come sono quelle dei rigassificatori, sia a livello nazionale, che europeo. Purtroppo non sempre la politica è guidata dalla ragione e dal buon senso e, come sempre, i cittadini subiscono le conseguenze dei gravi errori che vengono commessi da chi è alla guida della Nazione.REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANOIl Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia – LecceRegistro Sentenze: 5455/2006Registro Ricorsi: 497/2005Composto dai Signori Magistrati :Aldo Ravalli PRESIDENTEEnrico D’Arpe COMPONENTE Carlo Dibello COMPONENTE relha pronunziato la seguente :SENTENZAsu ricorso n. 497/2005 presentato da :-COMUNE DI BRINDISI , in persona del Sindaco p.t. , rappresentato e difeso dagli avvocati prof. Francesco Paparella e Francesco Trane ed elettivamente domiciliato presso l’avvocato Antonio Astuto, con studio in Lecce, via Umberto I, 28 ;contro-MINISTERO DELLE ATTIVITA’ PRODUTTIVE-DIREZIONE GENERALE PER L’ENERGIA E LE RISORSE MINERARIE , in persona del legale rappresentante pro tempore, domiciliato ope legis presso l’avvocatura distrettuale dello stato con sede in Lecce, via Rubichi;-SNAM RETE GAS S.P.A. , in persona del presidente e legale rappresentante p.t. rappresentata e difesa dall’avv. Alfredo Lonoce e dal Prof.Avv. Franco Gaetano Scoca, insieme ai quali è selettivamente domiciliata presso lo studio del primo in Lecce, via Cosimo De Giorgi , 19 nonché nei confronti-della società BRINDISI LNG S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dagli avvocati Proff.ri Ernesto Sticchi Damiani, Aristide Police e Gian Luca Rabitti, con il primo elettivamente domiciliati in Lecce, via 95° Reggimento Fanteria, 9 per l’annullamento-del D.M. n.164 del 23.12.2004 del Direttore Generale dell’Energia e delle Risorse Minerarie del Ministero delle Attività Produttive, con cui è stato approvato il progetto di massima, dichiarata di pubblica utilità e riconosciuta l’urgenza e l’indifferibilità della costruzione del metanodotto” Allacciamento terminale GNL- Brindisi GNL”; secondo la relazione tecnica ed il piano di massima redatti dalla società Snam Rete Gas spa, ai sensi dell’art 30 D.L.vo 23.5.2000, nonché di ogni altro atto presupposto, connesso e consequenziale a quelli impugnati ed ancorché non conosciuti ;Visto il ricorso con i relativi allegati;Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministro delle Attività Produttive in carica, del Ministro dell’Ambiente p.t., del Ministro delle Infrastrutture e Trasporti, nonché della società controinteressata Brindisi LNG s.p.a. ;visto l’atto di intervento ad adiuvandum spiegato dal Comune di LecceDesignato alla pubblica udienza del 26 ottobre e 2005 il relatore dr.Carlo Dibello e uditi gli Avv.ti Francesco Trane e Francesco Paparella per il Comune ricorrente, l’Avv. Ernesto Sticchi Damiani per la società Brindisi LNG S.p.A., l’Avv. Alfredo Lonoce per la SNAM Rete Gas S.P.A., l’Avv. Pietro Quinto per il Comune di Lecce nonchè l’Avv. dello Stato Simona Libertini per i Ministeri costituitisi in giudizio;FATTOLa società Brindisi LNG spa è stata autorizzata, con decreto emanato il 21 gennaio 2003 dal Ministero delle attività produttive di concerto con il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio , ai sensi dell’art 8 della legge 340 del 2000, a costruire ed esercire un terminale di rigassificazione di gas naturale liquefatto (GNL) e 2 serbatoi da metri cubi 160.000 ciascuno, per una capacità massima di stoccaggio di gas naturale liquefatto pari a 320.000 metri cubi.Il terminale , localizzato nell’area portuale di Brindisi, località Capo Bianco, risulta costituito, come da progetto, da un nuovo molo riservato al GNL per l’ormeggio di metaniere, da due serbatoi di stoccaggio fuori terra, come detto prima, e dal sistema di vaporizzazione ; inoltre, per la parte di interesse ai fini del presente ricorso, è previsto il suo collegamento a due gasdotti per il trasporto del GNL vaporizzato ad utenze locali e alla rete di trasporto.Il decreto autorizzativo include l’esito di due conferenze di servizi ,tenutesi in data 16 gennaio 2002 e 15 novembre 2002, nel cui contesto le autorità amministrative tributarie di interessi rilevanti nel procedimento, pur esprimendo opinione favorevole alla realizzazione dell’impianto di rigassificazione, hanno imposto una serie di prescrizioni modificative del progetto originario, rispetto alle quali si lamenta la mancanza di prove documentali che dimostrino l’accettazione da parte della società Brindisi LNG.Più in dettaglio, il Consiglio Superiore dei Lavori pubblici , con voto espresso dalla sua Terza sezione in data 9.6.2004, dopo aver evidenziato il carattere generico della progettazione elaborata dalla società Brindisi LNG, ha manifestato l’avviso di procedere ad un approfondimento progettuale inerente alla caratterizzazione geotecnica del terreno, ribadendo analogo convincimento in ottobre del 2004, e limitando il giudizio di fattibilità tecnica alle progettate opere della cosiddetta fase I( esecuzione della colmata a mare e della scogliera di protezione e contenimento).Anche la Direzione Generale del Ministero dell’Ambiente ha espresso il convincimento della natura preliminare e sostanzialmente incompleta del progetto o piano di massima redatto dalla BG Italia s.p.a.Infatti, il 27.2.2002 la suddetta Direzione ha rimarcato la necessità di approfondire il problema del preventivo assoggettamento alle procedure di VIA della costruzione nell’ambito del bacino portuale di Brindisi , di alcune opere connesse quali il terminale per l’attracco delle navi gasiere e la realizzazione dell’area di sedime a mezzo colmata su cui dovrà sorgere il rigassificatore.E anche il successivo provvedimento di autorizzazione alla prosecuzione del procedimento, emanato ai sensi dell’art 8, comma 3 della legge 340 del 2000, contiene espressamente raccomandazioni e prescrizioni che attengono alle esigenze di tutela di profili connessi all’impatto ambientale dell’opera. In questo contesto generale, caratterizzato da sostanziale indeterminatezza e incompletezza della progettazione elaborata dalla società Brindisi Lng, la difesa della ricorrente lamenta l’emanazione del decreto impugnato.Con detto ultimo provvedimento , si è approvato il progetto di massima , si è dichiarata la pubblica utilità e riconosciuta l’urgenza e l’indifferibilità della costruzione del metanodotto “ allacciamento terminale GNL-brindisi GNL, giusta il piano di massima e la relazione tecnica ..”La difesa del Comune di Brindisi articola le seguenti censure: 1)INCOMPETENZA. ECCESSO DI POTERE PER TRAVISAMENTO, SVIMANETO, CONTRADDITTORIETA’ FRA PROVVEDIMENTI2)VIOLAZIONE E MALGOVERNO DEGLI ARTT. 30 E 31 D.LVO 23 MAGGIO 2000, N.164. ECCESSO DI POTERE PER TRAVISAMENTO, ILLOGICITA’ E CONTRADDITTORIETA’.3)VIOLAZIONE DELL’ART 31 D.L.VO 23 MAGGIO 2000, N. 164. DIFETTO ASSOLUTO DI MOTIVAZIONE.ECCESSO DI POTERE PER TRAVISAMENTO4)VIOLAZIONE E MALGOVERNO DELL’ART 11,SECONDO COMMA DPR 8 GIUGNO 2001, N. 327.SVIAMENTO DI POTERE. ERRATA ED INCONGRUA MOTIVAZIONE. TRAVISAMENTO DEI FATTI5)VIOLAZIONE E MALGOVERNO DELL’ART 8, COMMA 1, LETTERA C LEGGE REG. 19/97. VIOLAZIONE E MALGOVERNO DELL’ART 5 DELLE NN. TT. AA DEL PUTT PAESAGGISTICO. DIFETTO DI MOTIVAZIONE .TRAVISAMENTO E SVIAMENTO.Si sono costituiti in giudizio i Ministeri delle Attività Produttive, dell’Ambiente e delle infrastrutture e trasporti , nonché le controinteressate Snam Rete Gas s.p.a. e Brindisi Lng s.p.a. per chiedere ilrigetto del ricorso in quanto infondato.Ha poi spiegato intervento ad adiuvandum il Comune di Lecce .DIRITTOL’art. 9 del decreto legislativo 23 maggio 2000, n. 164 fornisce la definizione di rete nazionale di gasdotti.La norma prevede che” si intende per rete nazionale di gasdotti , anche ai fini dell’applicazione dell’art 29, comma 2 , lettera G, del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, la rete costituita dai gasdotti ricadenti in mare, dai gasdotti di importazione ed esportazione e relative linee collegate necessarie al loro funzionamento, dai gasdotti interregionali, dai gasdotti collegati agli stoccaggi, nonché dai gasdotti funzionali direttamente e indirettamente al sistema nazionale del gas. La rete nazionale di gasdotti è individuata entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto, con decreto del ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato, che provvede altresì al suo aggiornamento con cadenza annuale ovvero su richiesta di un’impresa che svolge attività di trasporto. Per le reti di trasporto non comprese nella rete nazionale di gasdotti l’applicazione degli artt. 30 e 31 è di competenza regionale .”Questa disposizione consente di distinguere la rete nazionale di gasdotti dalle reti di trasporto in essa non comprese.La distinzione rileva, anzitutto, per quel che riguarda l’esercizio generale delle funzioni amministrative che, secondo quanto stabilisce l’art 29 , comma 2 lettera G del decreto legislativo 112 del 1998, attuativo della delega di funzioni introdotta nell’ordinamento con legge 15 marzo 1997, n. 59., e richiamato dalla previsione su ricordata in tema di definizione di rete nazionale di gasdotti, sono conservate allo Stato a proposito delle reti nazionali di gasdotti .Ora, occorre evidenziare sul piano ricostruttivo della fattispecie, che l’impianto di allacciamento al terminale di Gas Naturale liquefatto progettato dalla società Brindisi LNG va incluso senz’altro nella rete nazionale di gasdotti .Esso mira, infatti, a favorire il trasporto , previo allacciamento alla rete, da parte della impresa SNAM, del gas naturale importato dal nostro paese, liquefatto nel porto di Brindisi per mezzo del procedimento di rigassificazione e immesso nel circuito nazionale a vantaggio di tutti gli utenti.E’, pertanto, evidente che nel caso specifico la competenza amministrativa generale è riservata o meglio, conservata allo Stato.Sotto detto ultimo profilo si osserva che il decreto impugnato menziona, appunto, tra le finalità del Ministero delle attività produttive, proprio quella di favorire, nell’ambito delle linee di politica energetica nazionale, l’approvvigionamento dall’estero e la razionale distribuzione dell’energia all’interno del paese. D’altronde, l’allacciamento al terminale di GNL del porto di Brindisi è stato incluso, di recente, nel catalogo della rete nazionale di gasdotti , aggiornato per effetto del D.M. 4 agosto 2005, il quale, pur avendo solo funzione classificatoria dell’impianto medesimo, assolve pure ad una funzione ricognitiva delle sue caratteristiche essenziali .L’inclusione dell’infrastruttura in argomento nel catalogo nazionale dei gasdotti ha effetti sulla competenza a rendere la dichiarazione di pubblica utilità ad essa relativa.Detta dichiarazione di pubblica utilità spetta, inequivocabilmente, al Ministero delle Attività produttive. Infatti, lo stesso art 30 del d.lvo 164 del 2000 statuisce che “ le opere necessarie per l’importazione, il trasporto , lo stoccaggio di gas naturale, e per i terminali di GNL, compresi gli impianti di rigassificazione, con esclusione di quelle da realizzare nelle zone di demanio marittimo e nelle zone indicate nell’art 55 del codice della navigazione, sono dichiarate, con provvedimento del ministero dell’industria , del commercio e dell’artigianato o, per gasdotti di distribuzione , dalla competente autorità della regione interessata, ed a seguito della approvazione del relativo progetto, di pubblica utilità , nonché urgenti e indifferibili agli effetti della legge 25 giugno 1865, n.2359 e successive modifiche e integrazioni.”L’allacciamento al terminale GNL del porto di Brindisi va appunto considerato opera necessaria al trasporto di gas naturale in ambito nazionale.E’ perciò erroneo l’assunto della difesa del ricorrente ente civico a dire della quale si tratta di gasdotto di distribuzione, la cui pubblica utilità va dichiarata dalla competente autorità regionale, proprio perché l’opera in questione è strumentale al potenziamento energetico di tutto il territorio nazionale e non circoscrive la sua utilità al solo ambito regionale.Ed è altrettanto errata la tesi secondo la quale , trattandosi di opera che ricade in ambito demaniale marittimo, la relativa dichiarazione di pubblica utilità spetterebbe alla autorità regionale, perché l’unica opera interamente ricadente in detto ambito è il rigassificatore, non già l’allacciamento alla rete di trasporto del Gas che attraversa parte del territorio comunale brindisino.Anche la censura relativa alla impossibilità di procedere ad una dichiarazione di pubblica utilità di un’opera che, essendo intimamente connessa ad un impianto non ancora realizzato, quale il rigassificatore, difetterebbe di autonomia , non coglie nel segno.Ciò che conta, a tal fine , è la giuridica possibilità di riconoscere la pubblica utilità di un’opera quale l’allacciamento al terminale GNL, che non può essere messa in discussione a motivo della mancata realizzazione del rigassificatore, la quale ultima potrà incidere, semmai, sulla efficacia nel tempo del subprocedimento espropriativo.La censura che attiene alla mancata osservanza delle forme di partecipazione al procedimento culminato nella dichiarazione di pubblica utilità dell’opera contenuta nel decreto avversato risulta infondata.Infatti, l’avviso della avvenuta presentazione dell’istanza di approvazione del progetto di massima per la realizzazione del metanodotto , da parte della società SNAM rete Gas, al Ministero delle Attività Produttive è stato pubblicato su un quotidiano a carattere nazionale nonché su un quotidiano a carattere locale.Inoltre, l’istanza, unitamente alla relazione tecnica e al piano di massima dell’opera è stata pubblicata , per 15 giorni consecutivi, all’albo pretorio del Comune di Brindisi , senza dar luogo a opposizioni.Sul punto, peraltro, si osserva che ai sensi dell’art 57 del d.lvo 330 del 27 dicembre 2004, le disposizioni del Testo Unico sulle espropriazioni, delle quali la difesa del comune di brindisi lamenta la violazione , non si applicano ai progetti per i quali alla data di entrata in vigore della nuova normativa( 31.12.2004) era già intervenuta, come nella specie, la dichiarazione di pubblica utilità( tale dichiarazione essendo intervenuta il 23.12.2004) .Per converso, le forme di pubblicità utilizzate per rendere ostensibile il progetto di allacciamento del terminale di GNL alla rete di trasporto della SNAM risultano rispettose della esigenza di garantire la partecipazione degli interessati al procedimento. Infine, la pretesa violazione delle norme poste a tutela di una zona protetta quale il Parco Naturale Regionale Saline di Punta della Contessa è destituita di fondamento.Invero, la posa in opera del metanodotto, come risulta dal piano di caratterizzazione allegato al progetto di massima, non implica alcuna modificazione morfologica del terreno, trattandosi di realizzazione a 12 metri sotto il livello del terreno stesso. Il ricorso va, conclusivamente, respinto.Il Collegio ritiene che si possa procedere a compensare le spese del giudizio in considerazione della complessità della questione esaminata. P.Q.M.Il Tribunale amministrativo regionale della Puglia - sezione prima di Lecce, pronunciando definitivamente sul ricorso in epigrafe, lo respinge. Compensa tra le parti le spese del giudizio. Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa. Così deciso in Lecce, nella Camera di Consiglio del 26 ottobre 2005Aldo Ravalli- PRESIDENTECarlo Dibello -ESTENSORE Pubblicata mediante depositoin Segreteria il 22 Novembre 2006 ... Leggi tuttoAccorcia

2 settimane fa
Studio legale Lonoce

Manifestazioni pubbliche non autorizzate, analisi dì un equilibrato contemperamento tra norme vigenti e diritti costituzionali. La Costituzione italiana tutela il diritto di riunione sia nei luoghi aperti al pubblico, come ad esempio un teatro, sia nei luoghi pubblici, come una piazza.L’articolo 17 Cost. prevede: «I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senza armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica».Quindi i cittadini hanno la libertà di riunirsi pacificamente e senz’armi, di manifestare il proprio pensiero anche in maniera collettiva, purché lo facciano, come è consentito dalla Costituzione. Per le manifestazioni in un luogo pubblico è tuttavia necessaria la preventiva comunicazione scritta al Questore almeno tre giorni prima. Qualora non venga inviata la preventiva comunicazione scritta al Questore, l’art.18 del Tulps (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) prevede a carico dei promotori e degli organizzatori di quella che diventa una manifestazione pubblica non autorizzata, una contravvenzione punita con l’arresto fino a sei mesi e con l’ammenda da euro 103 a euro 413, oltre all’eventuale sanzione amministrativa dell’ammenda da 400 a 1000 euro in base alle normative AntiCovid. Naturalmente l’elemento soggettivo per la configurazione della violazione dell’art. 18 T.U.L.P.S. occorre che sia fornita idonea prova circa la qualifica di “promotori”, o che essi abbiano preso parte alle fasi preparatorie della manifestazione, così come è necessario dimostrare che questi siano a conoscenza della mancata comunicazione al Questore.La stessa sanzione può inoltre essere applicata anche nei confronti di chi interviene alla manifestazione come oratore, qualora sia a conoscenza del fatto che la manifestazione non ha ricevuto la necessaria autorizzazione.La mera partecipazione ad una manifestazione non autorizzata non costituisce quindi reato.Naturalmente le Forze dell’ordine addette al servizio nel corso di una manifestazione pubblica non autorizzata non possono ricorrere alla violenza nei confronti dei manifestanti, violando così la legge penale, anche se in via di ipotesi dovessero aver ricevuto l’ordine illegittimo di esercitare la repressione comunque e con ogni mezzo contro i manifestanti, in quanto in tal caso sarebbero essi stessi potrebbero essere ritenuti personalmente e direttamente responsabili di eventuali reati commessi in concorso con chi ha emanato ordini illegittimi.E’ molto importante in situazioni del genere saper contemperare il rispetto dei diritti costituzionali e delle norme del TULPS, che lo si ripete, prevedono una semplice contravvenzione e non un grave reato, con le norme del codice penale che non consentono l’abuso di potere (art.323 c.p.), la lesione personale (art.582 c.p.), nei casi più estremi l’omicidio (art. 575 c.p.), la violenza privata (art.610 c.p.) e le minacce (art.612 c.p.).Ognuno rifletta attentamente sui limiti dei propri diritti e dei poteri attribuiti e sulle conseguenze della propria condotta, perché in uno Stato di diritto nessuno è esonerato dal rispetto dei principi di legalità e di tutte le norme di diritto pubblico. La Giustizia è notoriamente molto lenta, ma finisce sempre con l’affermare la sua superiorità ed autorità, garantendo così una pacifica coesistenza tra i cittadini. ... Leggi tuttoAccorcia

Manifestazioni pubbliche non autorizzate, analisi dì un equilibrato contemperamento tra norme vigenti e diritti costituzionali. 
La Costituzione italiana tutela il diritto di riunione sia nei luoghi aperti al pubblico, come ad esempio un teatro, sia nei luoghi pubblici, come una piazza.
L’articolo 17 Cost. prevede: «I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senza armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica».
Quindi i cittadini hanno la libertà di riunirsi pacificamente e senz’armi, di manifestare il proprio pensiero anche in maniera collettiva, purché lo facciano, come è consentito dalla Costituzione. 
Per le manifestazioni in un luogo pubblico è tuttavia necessaria la preventiva comunicazione scritta al Questore almeno tre giorni prima. 
Qualora non venga inviata la preventiva comunicazione scritta al Questore, l’art.18 del Tulps (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) prevede a carico dei promotori e degli organizzatori di quella che diventa una manifestazione pubblica non autorizzata, una contravvenzione punita con l’arresto fino a sei mesi e con l’ammenda da euro 103 a euro 413, oltre all’eventuale sanzione amministrativa dell’ammenda da 400 a 1000 euro in base alle normative AntiCovid. 
Naturalmente l’elemento soggettivo per la configurazione della violazione dell’art. 18 T.U.L.P.S. occorre che sia fornita idonea prova circa la qualifica di “promotori”, o che essi abbiano preso parte alle fasi preparatorie della manifestazione, così come è necessario dimostrare che questi siano a conoscenza della mancata comunicazione al Questore.
La stessa sanzione può inoltre essere applicata anche nei confronti di chi interviene alla manifestazione come oratore, qualora sia a conoscenza del fatto che la manifestazione non ha ricevuto la necessaria autorizzazione.
La mera partecipazione ad una manifestazione non autorizzata non costituisce quindi reato.
Naturalmente le Forze dell’ordine addette al servizio nel corso di una manifestazione pubblica non autorizzata non possono ricorrere alla violenza nei confronti dei manifestanti, violando così la legge penale, anche se in via di ipotesi dovessero aver ricevuto l’ordine illegittimo di esercitare la repressione comunque e con ogni mezzo contro i manifestanti, in quanto in tal caso sarebbero essi stessi potrebbero essere ritenuti personalmente e direttamente responsabili di eventuali reati commessi in concorso con chi ha emanato ordini illegittimi.
E’ molto importante in situazioni del genere saper contemperare il rispetto dei diritti costituzionali e delle norme del TULPS, che lo si ripete, prevedono una semplice contravvenzione e non un grave reato, con le norme del codice penale che non consentono l’abuso di potere (art.323 c.p.), la lesione personale (art.582 c.p.), nei casi più estremi l’omicidio (art. 575 c.p.), la violenza privata (art.610 c.p.) e le minacce (art.612 c.p.).
Ognuno rifletta attentamente sui limiti dei propri diritti e dei poteri attribuiti e sulle conseguenze della propria condotta, perché in uno Stato di diritto nessuno è esonerato dal rispetto dei principi di legalità e di tutte le norme di diritto pubblico. 
La Giustizia è notoriamente molto lenta, ma finisce sempre con l’affermare la sua superiorità ed autorità, garantendo così una pacifica coesistenza tra i cittadini.

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Libertà significa tra l’altro possibilità di sfruttare pienamente e al meglio le proprie capacità individuali senza i limiti ed i condizionamenti che potrebbero derivare dall’origine sociale o dalla mancanza di mezzi.Una società che limita le potenzialità dei suoi cittadini, finisce col limitare le capacità, le potenzialità e la stessa energia positiva del popolo.La maggior parte dei cittadini in ogni ruolo e funzione, anche quelle più modeste ed umili, fa del suo meglio nello svolgimento dei vari compiti cui è preposta.E lo fa con dignità, spesso silenziosamente, senza niente altro chiedere, che il rispetto della sua persona ed il riconoscimento dell’importanza grande o piccola che sia del suo fattivo contributo al bene comune e alla crescita del benessere collettivo.Se da una parte una maggioranza di persone anonime, schive dalla ricerca spasmodica di notorietà che deriva dai riflettori e dalle ribalte mediatiche, fa il suo dovere quotidiano, dall’altra si assiste agli sprechi e alla dilapidazione delle risorse pubbliche da parte del ceto politico e della casta costituito da una minoranza che ogni giorno nei modi più vari e vergognosi disonora la Nazione. Per fare un esempio, senza escludere tutte le altre categorie non menzionate, l’imprenditore che evade le tasse, o che paga i suoi dipendenti meno del dovuto, o che ricorre a sistemi illegali per aggiudicarsi gli appalti, il politico che si lascia corrompere, o colui che lo corrompe, non fanno altro che far cadere nel degrado la nostra società e quindi disonorano la nostra Nazione.Nel contesto di questa situazione, già compromessa per pregresse responsabilità di una classe politica che fin dagli anni ottanta ha minato la economia nazionale facendo retrocedere l’Italia, all’epoca quarta potenza economica mondiale, si è inserita all’inizio dell’anno 2020 una emergenza sanitaria connessa al Covid-19.Infatti verso la fine dell’anno 2019 cominciava a diffondersi in Italia l’epidemia denominata Covid-19 che pur essendo iniziata dapprima in sordina, fin dall’estate del 2019, ha assunto poi rapidamente proporzioni crescenti fino a scatenare il panico nel Paese. Il 30 gennaio 2020, dopo la seconda riunione del Comitato di sicurezza, il Direttore generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarava il focolaio internazionale di COVID-19 un'emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale.Il giorno successivo il Governo Conte bis, con delibera del Consiglio dei Ministri, esautorando il parlamento ed invocando il D.lgs n.1/2018 (Codice della Protezione Civile) che si occupa soltanto di calamità naturali e nulla aveva quindi a che vedere con una emergenza sanitaria, dichiarava per la durata di 6 mesi lo stato di emergenza nazionale conseguente al rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili, auto attribuendosi di fatto pieni poteri ordinari e straordinari.L’emergenza veniva poi prorogata, prima con atti amministrativi e, successivamente, con decreto legge dal governo Draghi fino al 31 dicembre 2021. Nell’assumere unilateralmente i pieni poteri il governo istituiva poi una cabina di regia cui veniva affidato il compito di adottare le necessarie decisioni per affrontare la pandemia con l’ausilio del comitato tecnico scientifico (CTS) in cui veniva cooptata dall’esterno una pletora di medici, virologi, insettologi ecc., tutti lautamente retribuiti e promossi scienziati.Una volta insidiata stabilmente la cabina di regia, i diritti costituzionali dei cittadini hanno cominciato ad affievolirsi fino a giungere ad una loro severa sospensione.Oggi dobbiamo con rammarico constatare non vi è alcuna certezza e/o garanzia per il diritto alla libertà, alla circolazione, al lavoro, alla riunione, all’opinione, ecc.Tutto viene deciso in una cabina di regia da una oligarchia autoreferenziale, mai eletta dai cittadini, ma imposta dall’alto come ai tempi delle monarchie assolute che ricevevano i pieni poteri “per grazia di Dio”.Viviamo in un’epoca inedita, in cui diritti e libertà vengono soggiogati dal dogma del pensiero unico, in cui non è consentito alcun dibattito tra opinioni diverse, in cui non sono tollerati i dissenzienti.Il dissenso è invece una componente essenziale di una democrazia.Noi dissentiamo dal fatto che milioni di persone si stanno impoverendo , mentre pochi continuano ad arricchirsi.Dissentiamo dal clima di odio e discriminazione che si sta diffondendo grazie alla propaganda e al mainstream mediatico, dissentiamo dalla tecnologia che spoglia le persone della dignità, dissentiamo dalle città che ottundono la sensibilità e trasformano gli atti quotidiani in una lotta penosa dell’apparire, dimenticando l’essere ed ignorando i valori ed i bisogni delle persone comuni. La libertà di un popolo non può essere congelata per volontà di pochi, quand’anche tra quei pochi ci siano sedicenti esperti. Donne e uomini dallo spirito libero privati dei loro diritti fondamentali potranno essere indotti in errore, ma non saranno ingannati a lungo, potranno essere influenzati, ma non si lasceranno intimidire, potranno essere ricattati, ma non si lasceranno annichilire, potranno essere minacciati, ma non rinunceranno mai a lottare in nome dei propri diritti e per la loro libertà e nessuno potrà mai fermarli. ... Leggi tuttoAccorcia

Libertà significa tra l’altro possibilità di sfruttare pienamente e al meglio le proprie capacità individuali senza i limiti ed i condizionamenti che potrebbero derivare  dall’origine sociale o dalla mancanza di mezzi.
Una società che limita le potenzialità dei suoi cittadini, finisce col limitare le capacità, le potenzialità e la stessa energia positiva del popolo.
La maggior parte dei cittadini in ogni ruolo e funzione, anche quelle più modeste ed umili, fa del suo meglio nello svolgimento dei vari compiti cui è preposta.
E lo fa con dignità, spesso silenziosamente, senza niente altro chiedere, che il rispetto della sua persona ed il riconoscimento dell’importanza grande o piccola che sia del suo fattivo contributo al bene comune e alla crescita del benessere collettivo.
Se da una parte una maggioranza di persone anonime, schive dalla ricerca spasmodica di notorietà che deriva dai riflettori e dalle ribalte mediatiche, fa il suo dovere quotidiano, dall’altra si assiste agli sprechi e alla dilapidazione delle risorse pubbliche da parte del ceto politico e della casta costituito da una minoranza che ogni giorno nei modi più vari e vergognosi disonora la Nazione. 
Per fare un esempio, senza escludere tutte le altre categorie non menzionate, l’imprenditore che evade le tasse, o che paga i suoi dipendenti meno del dovuto, o che ricorre a sistemi illegali per aggiudicarsi gli appalti, il politico che si lascia corrompere, o colui che lo corrompe, non fanno altro che far cadere nel degrado la nostra società e quindi disonorano la nostra Nazione.
Nel contesto di questa situazione, già compromessa per pregresse responsabilità di una classe politica che fin dagli anni ottanta ha minato la economia nazionale facendo retrocedere l’Italia, all’epoca quarta potenza economica mondiale, si è inserita all’inizio dell’anno 2020 una emergenza sanitaria connessa al Covid-19.
Infatti verso la fine dell’anno 2019 cominciava a diffondersi in Italia l’epidemia denominata Covid-19 che pur essendo iniziata dapprima in sordina, fin dall’estate del 2019, ha assunto poi rapidamente proporzioni crescenti fino a scatenare il panico nel Paese. 
Il 30 gennaio 2020, dopo la seconda riunione del Comitato di sicurezza, il Direttore generale dellOrganizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarava il focolaio internazionale di COVID-19 unemergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale.
Il giorno successivo il Governo Conte bis, con delibera del Consiglio dei Ministri, esautorando il parlamento ed invocando il D.lgs n.1/2018 (Codice della Protezione Civile) che si occupa soltanto di calamità naturali e nulla aveva quindi a che vedere con una emergenza sanitaria, dichiarava per la durata di 6 mesi lo stato di emergenza nazionale conseguente al rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili, auto attribuendosi di fatto pieni poteri ordinari e straordinari.
L’emergenza veniva poi prorogata, prima con atti amministrativi  e, successivamente, con decreto legge dal governo Draghi fino al 31 dicembre  2021. 
Nell’assumere unilateralmente i pieni poteri il governo istituiva poi una cabina di regia cui veniva affidato il compito di adottare le necessarie decisioni per affrontare la pandemia con l’ausilio del comitato tecnico scientifico (CTS) in cui veniva cooptata dall’esterno una pletora di medici, virologi, insettologi ecc., tutti lautamente retribuiti e promossi scienziati.
Una volta insidiata stabilmente la cabina di regia, i diritti costituzionali dei cittadini hanno cominciato ad affievolirsi fino a giungere ad una loro severa sospensione.
Oggi dobbiamo con rammarico constatare non vi è alcuna certezza e/o garanzia per il diritto alla libertà, alla circolazione, al lavoro, alla riunione, all’opinione, ecc.
Tutto viene deciso in una cabina di regia da una oligarchia autoreferenziale, mai eletta dai cittadini, ma imposta dall’alto come ai tempi delle monarchie assolute che ricevevano i pieni poteri “per grazia di Dio”.
Viviamo in un’epoca inedita, in cui diritti e libertà vengono soggiogati dal dogma del pensiero unico, in cui non è consentito alcun dibattito tra opinioni diverse, in cui non sono tollerati i dissenzienti.
Il dissenso è invece una componente essenziale di una democrazia.
Noi dissentiamo dal fatto che milioni di persone si stanno impoverendo , mentre pochi continuano ad arricchirsi.
Dissentiamo dal clima di odio e discriminazione che si sta diffondendo grazie alla propaganda e al mainstream mediatico, dissentiamo dalla tecnologia che spoglia le persone della dignità, dissentiamo dalle città che ottundono la sensibilità e trasformano gli atti quotidiani in una lotta penosa dell’apparire, dimenticando l’essere ed ignorando i valori ed i bisogni delle persone comuni.  
La libertà di un popolo non può essere congelata per volontà di pochi, quand’anche tra quei pochi ci siano sedicenti esperti. 
Donne e uomini dallo spirito libero privati dei loro diritti fondamentali potranno essere indotti in errore, ma non saranno ingannati a lungo, potranno essere influenzati, ma non si lasceranno intimidire, potranno essere ricattati, ma non si lasceranno annichilire, potranno essere minacciati, ma non rinunceranno mai a lottare in nome dei propri diritti e per la loro libertà e nessuno potrà mai fermarli.

La cosa più inquietante su cui occorrerebbe riflettere è che non abbiamo strumenti giuridici per riaffermare la legalità e salvaguardare lo Stato di diritto. Infatti, nel momento in cui i vertici della Cassazione sono occupati da persone sostenute dalle correnti con il sistema che il dott. Palamara ha solo usato, essendo preesistente a lui, la Corte Costituzionale è lottizzata dalla politica proprio per la previsione e le modalità della sua composizione, 1/4 dei componenti del Consiglio di Stato è nominato dal governo, i vertici delle Forze Armate e delle Forze dell'ordine sono scelti dal governo, chi potrà mai fermare questa deriva autoritaria ed illiberale?In presenza di gravissimi reati commessi da parlamentari, ministri e vertici delle istituzioni chi potrà arrestare gli autori responsabili dei delitti, i loro ispiratori e complici che hanno concorso nei reati? NESSUNO, perché la maggioranza governativa e quella parlamentare sono blindate e nessuno voterebbe in parlamento a favore della concessione dell’autorizzazione a procedere.E’ questo il gravissimo dramma della Nazione italiana che inevitabilmente è destinata ad essere occupata nuovamente dagli stranieri come del resto lo è stata per secoli dopo la caduta dell’impero romano di occidente. ... Leggi tuttoAccorcia

La cosa più inquietante su cui occorrerebbe riflettere è che non abbiamo strumenti giuridici per riaffermare la legalità e salvaguardare lo Stato di diritto. Infatti, nel momento in cui i vertici della Cassazione sono occupati da persone sostenute dalle correnti con il sistema che il dott. Palamara ha solo usato, essendo preesistente a lui, la Corte Costituzionale è lottizzata dalla politica proprio per la previsione e le modalità della sua composizione, 1/4 dei componenti del Consiglio di Stato è nominato dal governo, i vertici delle Forze Armate e delle Forze dellordine sono scelti dal governo, chi potrà mai fermare questa deriva autoritaria ed illiberale?
In presenza di gravissimi reati commessi da parlamentari, ministri e vertici delle istituzioni chi potrà arrestare gli autori responsabili dei delitti, i loro ispiratori e complici che hanno concorso nei reati? NESSUNO, perché la maggioranza governativa e quella parlamentare sono blindate e nessuno voterebbe in parlamento a favore della concessione dell’autorizzazione a procedere.
E’ questo il gravissimo dramma della Nazione italiana che inevitabilmente è destinata ad essere occupata nuovamente dagli stranieri come del resto lo è stata per secoli dopo la caduta dell’impero romano di occidente.

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Che brutta situazione

Il diritto al dissenso ha valenza costituzionale e non può essere cancellato da una violenza di StatoIl dissenso trova la sua tutela nel principio pluralistico previsto dall’art.2 Cost., oltre che su tutte le altre libertà che si ricollegano a quella che va considerata la pietra angolare del sistema democratico, cioè la libertà di pensiero (art.21 Cost.) che caratterizzano la Repubblica nel suo complesso e costituiscono la base del carattere democratico del nostro ordinamento. Da qualche tempo si palesa ad ogni livello sempre con maggiore frequenza una vera e propria violenza dello Stato nei confronti di chi dissente dal pensiero unico dominante diffuso attraverso la propaganda ed il mainstream mediatico.Da ultimo, abbiamo constatato come a Trieste, come in altre città italiane, lo Stato ha palesato la sua intolleranza violenta e antidemocratica nei confronti di comuni cittadini che manifestavano pacificamente ed educatamente il loro dissenso.Nell’art.17 Cost. è scritto: «I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.».L’articolo 18 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (TULPS) di cui al R.D. 18 giugno 1931, n. 773 dispone: «I promotori di una riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico, devono darne avviso, almeno tre giorni prima, al Questore.L’assenza di preavviso è soltanto produttiva delle conseguenze previste dall’art. 18 T.U.L.P.S. a carico dei promotori i quali potrebbero essere «puniti con l’arresto fino a sei mesi e con l’ammenda da € 103 a € 413» e che alla stessa pena soggiacciano «coloro che prendono la parola», qualora questi siano a conoscenza della violazione dell’obbligo di preavviso. A fronte del mancato preavviso, il Questore ha il potere di vietare lo svolgimento della riunione. Il Questore, nel caso di omesso avviso ovvero per ragioni di ordine pubblico, di moralità o di sanità pubblica, può impedire che la riunione abbia luogo e può, per le stesse ragioni, prescrivere modalità di tempo e di luogo alla riunione.L’obbligo per i promotori di riunioni in luogo pubblico di darne il preavviso all’autorità di pubblica sicurezza trova il suo fondamento non tanto nella tutela dell’ordine pubblico, quanto nella necessità di fornire alla polizia una forma di collaborazione.L’omesso avviso è sanzionato penalmente per i promotori, mentre la mera partecipazione ad una riunione senza preavviso è condotta neutra dal punto di vista penalistico.L’importanza dei diritti di libera manifestazione del pensiero e di quelli ad esso collegati mal si conciliano però con le limitazioni imposte da leggi, ancora in vigore, che trovavano la loro ragione di essere nell’impianto autoritario dello Stato italiano del ventennio fascista.In un ordinamento democratico, come è quello fondato sulla Costituzione del 1948, è inquietante che si pretenda di limitare dei diritti fondamentali attraverso il ricorso a preventive autorizzazioni e/o concessioni di polizia.L'art. 2 TULPS prevede: «Il Prefetto, nel caso di urgenza o per grave necessità pubblica, ha facoltà di adottare i provvedimenti indispensabili per la tutela dell'ordine pubblico e della sicurezza pubblica.Contro i provvedimenti del Prefetto chi vi ha interesse può presentare ricorso al Ministro per l'interno. »La citata norma contenuta nell’art. 2 T.U.L.P.S è di per sé inidonea a legittimare un’ordinanza in tema di diritti costituzionali, in quanto il legislatore si è limitato ad individuare la competenza in capo ad un determinato organo (Prefetto) , senza però specificare le condizioni che ne devono accompagnare l’esercizio: in quest’ottica, è pacifico affermare che, per poter incidere su diritti costituzionali, l’ordinanza prefettizia debba essere emanata nel solco di una disciplina di principio rinvenibile nella legislazione primaria, non essendo a tal fine sufficiente una norma ordinaria che si limita ad attribuire una competenza.Lo svolgimento di una riunione pubblica in violazione del divieto del Questore non può essere, di per sé, motivo di scioglimento della stessa perché il mancato rispetto di tale divieto integra gli estremi di una contravvenzione e non di un delitto e perchè lo scioglimento potrebbe essere disposto solo in presenza di un concreto pericolo per l’ordine pubblico.L’art. 20 T.U.L.P.S. prevede inoltre: «Quando, in occasione di riunioni o di assembramenti in luogo pubblico, o aperto al pubblico, avvengono manifestazioni o grida sediziose o lesive del prestigio dell’autorità, o che comunque possono mettere in pericolo l’ordine pubblico o la sicurezza dei cittadini, ovvero quando nelle riunioni o negli assembramenti predetti sono commessi delitti, le riunioni e gli assembramenti possono essere disciolti.»L'art. 21 TULPS prevede che sia sempre considerata manifestazione sediziosa l'esposizione di bandiere o emblemi, che sono simbolo di sovversione sociale o di rivolta o di vilipendio verso lo Stato, il governo o le autorità e che sia manifestazione sediziosa anche la esposizione di distintivi di associazioni faziose.Prima di procedere allo scioglimento mediante l’uso della forza, è necessario innanzitutto invitare i partecipanti a sciogliere la riunione ed in caso di inosservanza all’invito, si può procedere all’ordine di scioglimento con tre intimazioni di natura formale e soltanto qualora tali intimazioni non abbiano effetto, le autorità possono procedere all’esecuzione dell’ordine attraverso il ricorso alla forza pubblica.Anche in presenza dei presupposti e delle condizioni per l’applicazione del citato art.20 del T.U.L.P.S., il poliziotto che nel corso dell’esecuzione di un ordine dovesse violare la legge penale risponderà dinnanzi agli organi giurisdizionali a titolo personale ed eventualmente anche in concorso con chi ha emanato un ordine illegittimo.Il più delle volte accade che i fatti costituenti reato commessi da pubblici ufficiali rimangano impuniti, stante la difficoltà di identificarne gli autori, dal momento che le forze dell’ordine non sono obbligate ad palesare alcun segno identificativo di ciascuno nel corso delle operazioni di ordine pubblico.Se i singoli agenti e funzionari fossero identificabili anche questo sarebbe un primo passo verso la trasparenza che per un verso mostrerebbe la volontà delle forze di polizia di rispondere delle proprie azioni e per l’altro accrescerebbe la fiducia dei cittadini verso queste ultime.Alla luce delle riflessioni che precedono, appare chiaro che, all’interno di una moderna democrazia, il rispetto dei diritti fondamentali della persona ed il riconoscimento della libertà di manifestazione del pensiero vanno coniugati, all’unisono, con la salvaguardia delle condizioni minime di libera e pacifica convivenza tra i consociati la cui tutela, se talvolta richiede l’adozione di misure repressive, le stesse devono sempre essere conformate ai principi di proporzionalità e ragionevolezza.Purtroppo la formazione professionale degli agenti delle forze dell’ordine risente ancora di una impostazione autoritaria, tipica del ventennio fascista ed appare refrattaria alla tolleranza, al riconoscimento dei diritti costituzionali e sovranazionali dei cittadini ed all’adeguamento ad un ordinamento giuridico democratico.Tale deficit di democrazia andrebbe al più presto colmato, in caso contrario sarà inevitabile, come periodicamente avviene, la riemersione di rigurgiti di passati regimi, di cui si ha ancora memoria e che invece ritenevamo definitivamente archiviati.Conseguenza inquietante di tale criticità è la violenza spesso brutale ad opera di organi dello Stato, che quella violenza dovrebbero invece contrastare e reprimere.Per porre fine alle violazioni dei diritti umani che vedono un coinvolgimento delle forze di polizia e riaffermare il ruolo centrale di queste nella protezione dei diritti umani, sarebbe essenziale ed urgente che tutte le discrasie esistenti, soprattutto nel Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (TULPS) di cui al R.D. 18 giugno 1931, n. 773 venissero superate con un adeguamento della normativa alla vigente Costituzione.Si rispetti dunque con maggiore attenzione e sensibilità umana e democratica ogni cittadino italiano, anche colui che dissente e che viene inquadrato e considerato appartenere ad una minoranza. ... 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Il diritto al dissenso ha valenza costituzionale e non può essere cancellato da una violenza di Stato
Il dissenso trova la sua tutela nel principio pluralistico previsto dall’art.2 Cost., oltre che su tutte le altre libertà che si ricollegano a quella che va considerata la pietra angolare del sistema democratico, cioè la libertà di pensiero (art.21 Cost.) che caratterizzano la Repubblica nel suo complesso e costituiscono la base del carattere democratico del nostro ordinamento. 
Da qualche tempo si palesa ad ogni livello sempre con maggiore frequenza una vera e propria violenza dello Stato nei confronti di chi dissente dal pensiero unico dominante diffuso attraverso la propaganda ed il mainstream mediatico.
Da ultimo, abbiamo constatato come a Trieste, come in altre città italiane, lo Stato ha palesato la sua intolleranza violenta e antidemocratica nei confronti di comuni cittadini che manifestavano pacificamente ed educatamente il loro dissenso.
Nell’art.17 Cost. è scritto: «I  cittadini hanno diritto  di riunirsi pacificamente e  senz’armi.  Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.».
L’articolo 18 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (TULPS) di cui al R.D. 18 giugno 1931, n. 773 dispone: «I promotori di una riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico, devono darne avviso, almeno tre giorni prima, al Questore.
L’assenza di preavviso è soltanto produttiva delle conseguenze previste dall’art.  18 T.U.L.P.S. a carico dei promotori i quali potrebbero essere «puniti con l’arresto fino a sei mesi e con l’ammenda da € 103 a € 413» e che alla stessa pena soggiacciano «coloro che prendono la parola», qualora questi siano a conoscenza della violazione dell’obbligo di preavviso.  A fronte del mancato preavviso, il Questore ha il potere di vietare lo svolgimento della riunione. 
Il Questore, nel caso di omesso avviso ovvero per ragioni di ordine pubblico, di moralità o di sanità pubblica, può impedire che la riunione abbia luogo e può, per le stesse ragioni, prescrivere modalità di tempo e di luogo alla riunione.
L’obbligo per i promotori di riunioni in luogo pubblico di darne il preavviso all’autorità di pubblica sicurezza trova il suo fondamento non tanto nella tutela dell’ordine pubblico, quanto nella necessità di fornire alla polizia una forma di collaborazione.
L’omesso avviso è sanzionato penalmente per i promotori, mentre la mera partecipazione ad una riunione senza preavviso è condotta neutra dal punto di vista penalistico.
L’importanza dei diritti di libera manifestazione del pensiero e di quelli ad esso collegati mal si conciliano però con le limitazioni imposte da leggi, ancora in vigore, che trovavano la loro ragione di essere nell’impianto autoritario dello Stato italiano del ventennio fascista.
In un ordinamento democratico, come è quello fondato sulla Costituzione del 1948, è inquietante che si pretenda di limitare dei diritti fondamentali attraverso il ricorso a preventive autorizzazioni e/o concessioni di polizia.
Lart. 2 TULPS prevede: «Il Prefetto, nel caso di urgenza o per grave necessità pubblica, ha facoltà di adottare i provvedimenti indispensabili per la tutela dellordine pubblico e della sicurezza pubblica.
Contro i provvedimenti del Prefetto chi vi ha interesse può presentare ricorso al Ministro per linterno. »
La citata norma contenuta nell’art.  2 T.U.L.P.S  è di  per  sé  inidonea  a  legittimare  un’ordinanza in  tema  di  diritti  costituzionali,  in quanto  il legislatore  si  è  limitato  ad  individuare  la  competenza  in  capo  ad  un determinato  organo (Prefetto) ,  senza  però  specificare  le  condizioni  che  ne  devono accompagnare  l’esercizio:  in  quest’ottica,  è  pacifico  affermare  che,  per poter  incidere  su  diritti  costituzionali,  l’ordinanza  prefettizia  debba  essere emanata  nel  solco  di  una  disciplina  di  principio  rinvenibile  nella legislazione  primaria,  non  essendo  a  tal  fine  sufficiente  una  norma ordinaria che si limita ad attribuire una competenza.
Lo svolgimento di una riunione pubblica in violazione del divieto del Questore non può essere, di per sé, motivo di scioglimento della stessa perché il mancato rispetto di tale divieto integra gli estremi di una contravvenzione e non di un delitto e perchè lo scioglimento potrebbe essere disposto solo in presenza di un concreto pericolo per l’ordine pubblico.
L’art. 20 T.U.L.P.S. prevede inoltre: «Quando, in occasione di riunioni o di assembramenti in luogo pubblico,  o  aperto  al  pubblico,  avvengono  manifestazioni  o grida  sediziose  o  lesive  del  prestigio  dell’autorità,  o  che comunque  possono  mettere  in  pericolo  l’ordine  pubblico  o  la sicurezza  dei  cittadini,  ovvero  quando  nelle  riunioni  o  negli assembramenti  predetti  sono  commessi  delitti,  le  riunioni  e  gli assembramenti  possono essere  disciolti.»
Lart. 21 TULPS prevede che sia sempre considerata manifestazione sediziosa lesposizione di bandiere o emblemi, che sono simbolo di sovversione sociale o di rivolta o di vilipendio verso lo Stato, il governo o le autorità e che sia manifestazione sediziosa anche la esposizione di distintivi di associazioni faziose.
Prima di procedere allo scioglimento mediante l’uso della forza, è necessario innanzitutto invitare i partecipanti a sciogliere la riunione ed in caso di inosservanza all’invito, si può procedere all’ordine di scioglimento con tre intimazioni di natura formale e soltanto qualora tali intimazioni non abbiano effetto, le autorità possono procedere all’esecuzione dell’ordine attraverso il ricorso alla forza pubblica.
Anche in presenza dei presupposti e delle condizioni per l’applicazione del citato art.20 del T.U.L.P.S., il poliziotto che nel corso dell’esecuzione di un ordine dovesse violare la legge penale risponderà dinnanzi agli organi giurisdizionali a titolo personale ed eventualmente anche in concorso con chi ha emanato un ordine illegittimo.
Il più delle volte accade che i fatti costituenti reato commessi da pubblici ufficiali rimangano impuniti, stante la difficoltà di identificarne gli autori, dal momento che le forze dell’ordine non sono obbligate ad palesare alcun segno identificativo di ciascuno nel corso delle operazioni di ordine pubblico.
Se i singoli agenti e funzionari fossero identificabili anche questo sarebbe un primo passo verso la trasparenza che per un verso mostrerebbe la volontà delle forze di polizia di rispondere delle proprie azioni e per l’altro accrescerebbe la fiducia dei cittadini verso queste ultime.
Alla  luce  delle  riflessioni che precedono,  appare  chiaro  che,  all’interno  di  una moderna  democrazia,  il  rispetto  dei  diritti  fondamentali  della  persona  ed  il  riconoscimento  della libertà  di  manifestazione  del  pensiero  vanno  coniugati,  all’unisono,  con  la  salvaguardia  delle condizioni  minime  di  libera  e  pacifica  convivenza  tra  i  consociati  la  cui  tutela,  se talvolta richiede l’adozione  di  misure  repressive,  le stesse devono sempre essere conformate ai principi di  proporzionalità  e  ragionevolezza.
Purtroppo la formazione professionale degli agenti delle forze dell’ordine risente ancora di una impostazione autoritaria, tipica del ventennio fascista ed appare refrattaria alla tolleranza, al riconoscimento dei diritti costituzionali e sovranazionali dei cittadini ed all’adeguamento ad un ordinamento giuridico democratico.
Tale deficit di democrazia andrebbe al più presto colmato, in caso contrario sarà inevitabile, come periodicamente avviene, la riemersione di rigurgiti di passati regimi, di cui si ha ancora memoria e che invece ritenevamo definitivamente archiviati.
Conseguenza inquietante di tale criticità è la violenza spesso brutale ad opera di organi dello Stato, che quella violenza dovrebbero invece contrastare e reprimere.
Per porre fine alle violazioni dei diritti umani che vedono un coinvolgimento delle forze di polizia e riaffermare il ruolo centrale di queste nella protezione dei diritti umani, sarebbe essenziale ed urgente che tutte le discrasie esistenti, soprattutto nel Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (TULPS) di cui al R.D. 18 giugno 1931, n. 773 venissero superate con un adeguamento della normativa alla vigente Costituzione.
Si rispetti dunque con maggiore attenzione e sensibilità umana e democratica ogni cittadino italiano, anche colui che dissente e che viene inquadrato e considerato appartenere ad una minoranza.

Lo Stato italiano assuma le proprie responsabilitàI governi passano ed il loro operato sarà giudicato dalla storia, ma lo Stato, se vuole essere e non solo apparire autorevole e giusto, non può essere ostaggio della politica e dell’economia, ma deve restare al di sopra e al di fuori di ogni competizione e rispettare e far rispettare sempre la Costituzione e le leggi sovranazionali.Partendo dal presupposto che non esiste al momento alcuna legge che obblighi i cittadini italiani a sottoporsi al vaccino COVID 19, si deve evidenziare che, nonostante questo elemento fattuale, con il decreto legge 105/2021 il governo ha stabilito che chiunque non sia vaccinato venga discriminato e privato di alcuni diritti, a meno che non si sottoponga a tampone ogni 48 ore.Non vi è chi non veda come l’introduzione del green pass non sia altro che un subdolo strumento con cui, ricorrendo alla minaccia ed al ricatto, surrettiziamente si vuole ottenere il risultato che ogni persona si sottoponga a vaccinazione al fine di ricevere la concessione da parte dello Stato di diritti che già le appartengono.Per raggiungere tale obiettivo al cittadino che viene convinto con violenza psichica e compulsiva a sottoporsi alla inoculazione di un vaccino, peraltro in fase ancora sperimentale, viene chiesta la sottoscrizione non soltanto del consenso informato, consistente in una dichiarazione di riconoscimento di aver ricevuto dal medico vaccinatore tutte le informazioni utili sulle possibili pericolosità del prodotto che gli viene iniettato e di aver prestato libero consenso alla vaccinazione.Con la sottoscrizione del predetto consenso lo Stato non assume alcuna responsabilità della vaccinazione, essendo la stessa effettuata “per una libera scelta” del cittadino, che, come detto, prima di vaccinarsi sottoscrive che l’inoculazione del siero ha luogo per sua volontà e dopo essere stato reso edotto dei rischi connessi.Tale circostanza è espressamente prevista sotto la denominazione “scudo penale” dall’art. 3 del decreto legge 105/21, convertito nella legge n. 44/2021, il quale statuisce che: “Per i fatti di cui agli articoli 589 e 590 del codice penale verificatisi a causa della somministrazione di un vaccino per la prevenzione delle infezioni da SARS-CoV-2, ……la punibilità è esclusa quando l’uso del vaccino è conforme …omissis…….”.Non dovrebbe sfuggire ai più come sia davvero singolare che lo Stato discrimini e perseguiti chi scelga di non vaccinarsi e nel contempo rifiuti di assumere la responsabilità in materia di eventi avversi alla vaccinazione.A ciò deve aggiungersi che il governo italiano lo Stato italiano sta violando spudoratamente la norme europee che essendo di rango sovraordinato si collocano nella gerarchia delle fonti subito dopo la Costituzione e prima della legge ordinaria.Al riguardo si deve far rilevare che negli Stati appartenenti all’Ue il green pass è stato disciplinato attraverso i regolamenti UE 2021/953 e 2021/954 del Parlamento europeo e del Consiglio del 14 giugno 2021.Nello Stato italiano il green pass è invece disciplinato dall’art. 9 del precedente decreto legge del 22 aprile 2021 n. 52, convertito con modificazioni dalla legge 17 giugno 2021 n. 87.L’art. 4 del decreto legge 105/21 ha inserito alcune modifiche al precedente art. 9 del dl 52/21, dal momento che al punto 2, lettera e) dell’art. 4, 2° comma dl 105/21 vi è scritto: “Le disposizioni dai commi da 1 a 8 continuano ad applicarsi ove compatibili con i regolamenti UE 2021/953 e 2021/954 del Parlamento europeo e del Consiglio del 14 giugno 2021”.E’ ovvio che le previsioni che precedono in ordine alla disciplina del green pass di marca italiana dovrebbero allinearsi alla normativa sovranazionale in quanto la legislazione interna non può derogare a quella EU, sicché dovrebbe necessariamente rispettare i regolamenti UE 953/2021 e 954/2021. Ma il governo italiano si ostina caparbiamente a voler disattendere quanto aveva precedentemente statuito e a non tener conto delle norme sovranazionali.Infatti i regolamenti europei non solo non prevedono che il green pass possa essere utilizzato quale condizione per lavorare e partecipare alla vita sociale, ma, per quanto concerne la sua utilizzazione, escludono che possano esserci discriminazioni tra cittadini vaccinati e non vaccinati.Il regolamento UE 2021/953 nella sua recente corretta traduzione statuisce testualmente al punto 36 quanto segue: “È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino COVID 19 è attualmente somministrato o consentito, come i bambini, o perché non hanno ancora avuto l’opportunità di essere vaccinate o hanno scelto di non essere vaccinate. Pertanto il possesso di un certificato di vaccinazione non dovrà costituire una condizione preliminare per l’esercizio del diritto di libera circolazione”. Quanto statuito dall’Europa nel citato regolamento è peraltro conforme alla precedente risoluzione del Consiglio di Europa – Assemblea parlamentare - n. 2361/2021 del 27 gennaio 2021, la quale indirizzava gli Stati a non rendere obbligatoria la vaccinazione anti Covid 19 e a non usarla come discriminante tra lavoratori.Vi è scritto nella precitata risoluzione: “Assicurare che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno è politicamente, socialmente o altrimenti sottoposto a pressioni per farsi vaccinare; garantire che nessuno sia discriminato per non essere stato vaccinato o per non voler essere vaccinato” (punto 7.3.1. e 7.3.2.). E’ doveroso chiedersi il perché il governo italiano voglia deliberatamente e puntigliosamente adottare una disciplina del green pass difforme dalle linee guida europee e far ricorso ad una odiosa ed intollerabile discriminazione dei non vaccinati rispetto ai vaccinati, anche quando questi ultimi hanno scelto di non essere vaccinati.La risposta se la potranno agevolmente dare i cittadini italiani che, senza subire i condizionamenti mentali della propaganda proveniente dal mainstream mediatico, hanno ancora una autonoma capacità critica ed intellettiva.Una volta esaminata e valutata con obiettività la situazione reale saranno certamente le conseguenziali scelte che ci si impongono a dimostrare chi sono veramente gli autentici Italiani.www.youtube.com/watch?v=1AWgFWCvS4U ... Leggi tuttoAccorcia

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